Javier Negrete.
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Alessandro Magno e l'aquila di Roma.
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Parte 2.
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Titolo originale: Alejandro Magno y las guilas de Roma.
Traduzione di: Manuela Carrara.
2019. Newton Compton Eeditori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Il ramo dorato.
Gli Agriopaides.
In casa della gens Giulia.
Re dei re.
Sasso, forbice e papiro.
Galli nel pollaio.
Storia di un tradimento.
Magie d'Oriente.
Padri e coscritti.
Geometria e arte della spada
Di patrizi e plebei.
Il mito di Er.
Virt della linea retta.
Le tenebre del Tulliano.
Da re a re.
Questioni d'onore.
Lutto in famiglia.
Giochi funebri.
La battaglia del Vesuvio.
Epilogo.
Indice dei personaggi.
Ringraziamenti.
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Fine Indice.
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Il ramo dorato.
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Vuoi vedere una cosa interessante?.
Preso dai suoi appunti, Nestore non aveva sentito niente finch Gaio Giulio non gli mise una mano sulla spalla.
Adesso? Deve essere molto tardi, rispose, volgendo lo sguardo all'indietro.
La luna piena si avvicinava allo zenit, ma la sua faccia era macchiata dalla chioma della cometa, che aveva incrociato lungo il suo cammino.
 quasi mezzanotte. Il momento giusto, disse Gaio Giulio.
Gli era volato il tempo senza che se ne fosse accorto. Pens che dopo aver camminato per tutto il giorno avrebbe dovuto avere sonno, invece aveva gli occhi aperti come un gufo. Sebbene il cielo fosse limpido come cristallo di rocca e il vento soffiasse appena, nell'aria fluttuava qualcosa di elettrizzante, una specie di strana presenza che gli alterava i nervi e gli faceva grattare la nuca ogni due secondi.
Gaio torn a osservare la minuta e compatta calligrafia di Nestore. Per un attimo, vedendo che gli occhi del tribuno saltavano da una parte all'altra, il dottore tem che potesse leggere quello che aveva scritto. Mentre lo distraeva con le sue chiacchiere per sottrarre al suo sguardo gli appunti, si alz, chiuse le copertine di cuoio del quaderno e annod il nastro verde che le teneva chiuse.
Fino a che punto  interessante?, domand. Vale la pena una camminata notturna?
Sono sicuro che appena arriveremo vorrai annotarlo sul tuo libro.
Nestore si infil i sandali, strinse la cinta e cerc il cappello tra le sue cose, ma Gaio gli assicur che sarebbero tornati prima dello spuntar del sole. Nel frattempo si erano riuniti intorno a loro tre equites della decuria di cavalleria, uno dei centurioni e cinque giovani legionari. La piccola comitiva usc dall'accampamento passando per l'apertura della palizzata, percorse circa cinquecento passi di strada, per poi abbandonarla e deviare a destra.
Conosco bene questa zona, disse Gaio a Nestore. Ho una propriet pi a nord, a Tuscolo. Ma  la prima volta che ho l'occasione di assistere a quello che stiamo per vedere oggi.
Di che si tratta?
Stiamo per assistere a un'incoronazione. Laureatio regis nemorensis, aggiunse in latino.
Alla luce della luna e di Icaro, passarono per un sentiero di terra spianata, dove un paio di cani abbaiarono al loro passaggio, senza osare avvicinarsi troppo. In quella zona era difficile trovare un terreno selvatico. Nestore aveva notato che, man mano che si avvicinavano alla citt, i campi erano sempre pi popolati e curati. A malapena c'erano terreni incolti, e sebbene la raccolta del grano fosse finita da un mese, i contadini si occupavano di altri lavori. In particolare, lo aveva colpito vedere molti di loro scavare per scoprire grandi tunnel sottoterra. In Persia aveva visto una cosa simile, i qanat sotterranei che scendevano dalle montagne per portare acqua alle pianure riarse. Ma nei dintorni di Roma, da quanto gli aveva spiegato Gaio, quei tunnel non servivano a portare acqua ma a toglierla e ogni pochi anni bisognava pulirli da fango, pietre e rami per non intasarli. In passato, tutta quella zona, che comprendeva anche le valli tra i sette colli della citt, era umida e insalubre come le Paludi Pontine. Solo a forza di molto lavoro e costanti attivit di mantenimento erano riusciti a drenarla. L la terra non era cos fertile come Alessandro aveva fatto credere ai suoi uomini; secondo lui, bastava una zappata nel terreno per far sgorgare un torrente di latte o miele. Ma il segreto per cui quella regione aveva tanti abitanti risiedeva nella testardaggine e nell'organizzazione dei romani e nella loro abilit quasi innata come ingegneri.
Poco dopo fecero un'altra deviazione e la strada inizi a salire su un dolce declivio. Davanti a loro si ergeva la massa scura di una montagna dalla cima piatta. Gaio disse che quello era il monte Albano, dove c'era la citt da cui provenivano i suoi antenati. Ma nessuno sapeva con certezza dove si trovasse esattamente Alba Longa, perch Tullo Ostilio, il terzo re di Roma, l'aveva fatta completamente radere al suolo.
Ai re piace distruggere le citt, comment di sfuggita. Nestore sapeva che si riferiva ad Alessandro. Tebe, Tiro, Persepoli, Damasco... Ma il tuo re pu stare tranquillo che non far lo stesso con
Roma.
In quel momento non c'erano muri intorno a loro, perch stavano camminando su prati intorno alla citt. In lontananza si sentivano voci, cantici confusi. Poco dopo, il sentiero oltrepass la cima di un poggio e si trovarono davanti un ampio panorama. Ai loro piedi si estendeva un lago scuro la cui forma quasi circolare rivelava che in passato era stato il cratere di un vulcano; allora Nestore cap la forma appiattita del monte Albano, che si trovava poco pi a nord. Il lago era circondato da declivi scoscesi e coperti di querce, castagni e noccioli. Grazie alla protezione dei pendii, i venti quasi non lo raggiungevano e la sua superficie rifletteva la faccia della luna e la lunga coda di Icaro con la quiete quasi soprannaturale di uno specchio.
Lacus Nemoris, lo inform Gaio. Detto anche Specchio di Diana.
Lungo la riva est del lago, alla loro destra, correva una lunga fiumana di torce che si dirigeva verso un terrazzo situato sotto una scarpata pi pronunciata sul versante est, a circa sei o sette stadi da loro. C'erano anche altre file di luci che scendevano lungo i declivi a nord e a ovest, e tutte confluivano nello stesso luogo.
Scesero lungo il pendio con la sola luce che offriva il cielo, da bravi soldati, e arrivarono al lago. C'erano centinaia di persone che camminavano lungo la riva. Dato che il sentiero era stretto, si fermavano ogni pochi passi e aspettavano pazienti che la fila si rimettesse di nuovo in marcia. Gemino, il centurione che aveva frustato i tre legionari libertini, apr le braccia per farsi strada tra la gente. Quando qualcuno batteva la fiacca, lo esortava colpendolo come per caso con il manico del pilum mentre diceva:
Fate largo al tribuno di Roma Gaio Giulio Cesare!.
Sorpassarono contadini con mogli e figli, pastori, cacciatori che portavano in spalla cerbiatti ancora vivi con le zampe legate per offrirli alla dea del santuario.
Questo luogo  dedicato a Diana, spieg Gaio.  la vostra Artemide, la dea della caccia.
Capisco.
Oggi  il plenilunio centrale dell'estate, il giorno in cui cambia il Re del Bosco. Quello attuale  troppo tempo che sta nel santuario e la gente del luogo crede che porti sfortuna. Gaio indic il cielo. Dicono che questo re arriv insieme a Tinia, perci credono che, se si liberano di lui, la cometa sparir. Secondo loro, la stella avvelena le acque e i raccolti, inacidisce il latte nelle mammelle delle mucche e fa nascere sempre pi vitelli e capretti deformi.
Ed  vero?, domand Nestore scettico. Gaio scroll le spalle.
In campagna ci sono sempre cose che vanno male e altre che vanno bene. Tutto dipende da quello in cui vogliono credere i contadini. Adesso che cambieranno il re del bosco, torneranno a casa, consumeranno vino e formaggio acidi e pane ammuffito come fossero prelibatezze e diranno: Ah, come si vede che adesso gli di ci sorridono!.
Nestore percep un certo disprezzo nelle sue parole. Gaio Giulio non gli sembrava un romano troppo attaccato alle tradizioni rurali, e infatti se lo sarebbe immaginato pi a camminare per gli affollati viali di Alessandria che per quei sentieri silvestri.
Arrivarono ai piedi della rupe, sotto la quale avevano costruito un muro con nicchie in cui ardevano luci votive. Accanto c'era un boschetto di querce, una delle quali, la pi imponente e altera, si ergeva isolata dalle altre ed era circondata da un anello di torce piantate nel terreno. Pi a sinistra c'era il tempio di Diana, un modesto edificio di legno con tegole di terracotta sopra uno zoccolo che fungeva anche da terrapieno sulla riva del lago.
Gli abitanti del luogo si accalcavano dall'entrata sud del santuario fino alla parte nord, dove si gettava nel lago la fonte Egeria, una sorgente che secondo Gaio apparteneva a una ninfa molto amata dai romani. Nessuno osava oltrepassare il cerchio di fuoco intorno alla quercia. Gaio si fece largo come uno scalpello fino ad arrivare in prima fila. Era difficile capire quanta gente si fosse radunata l. Nestore calcol che avrebbero potuto essere pi di quattrocento persone, anche se le luci delle fiaccole e dei ceri potevano essere fuorvianti perch davano l'impressione che ci fosse pi folla di quella che realmente era presente.
Quella quercia  pi antica di Roma, gli disse Gaio.
Regnava un silenzio impressionante in cui si sentiva solo il mormorio della fonte che si gettava gi per il pendio fino al lago.
Senza mai attraversare il cerchio, i locali spinsero in avanti sette uomini con le mani legate dietro la schiena e i volti coperti con sacchi di tela olona. Quando tolsero loro i cappucci, Nestore pens che avessero facce da bestie braccate. Gli uomini che li avevano portati erano armati e avevano formato un cordone dietro di loro, ma Gaio schier comunque i suoi soldati perch aiutassero a controllare i prigionieri.
Sono ladri di bestiame, o schiavi fuggitivi, o servi che hanno picchiato o ucciso i propri padroni, spieg a Nestore.
Perch li hanno portati qui?
Perch uno di loro diventi il nuovo sacerdote di questo santuario.
Uno degli abitanti riuniti, un vecchio alto e robusto che per la sicurezza con cui si muoveva doveva essere anche lui un patrizio, salut Gaio e gli comunic qualcosa a bassa voce. Il tribuno gli rispose sussurrando e il vecchio annu. Poi pass in rassegna i sette candidati e scelse il pi alto, un omone biondo con la barba folta. Gli tagliarono le corde che lo legavano, gli misero in mano una spada arrugginita e gli dissero qualcosa in un latino talmente stretto o arcaico che Nestore non riusc a capire.
Quell'uomo deve arrivare alla quercia e staccare un ramo dorato di vischio, spieg Gaio. Se ci riesce, diventer il Re del Bosco.
Nestore annu. Come le tante cose che aveva visto in luoghi in cui non ricordava di essere mai stato, quel momento risvegli in lui una sensazione di vaga e scomoda familiarit che gli sfuggiva dalle dita.
L'uomo impugn la spada e si guard intorno aggrottando la fronte, come stesse soppesando la possibilit di farsi largo tra la gente a colpi di spada e scappare nella notte. Anche se non c'era molta luce, dovette rendersi conto che era meglio affrontare la prova. Dopo aver sputato da una parte e aver fatto un gesto apotropaico con la mano sinistra, attravers il cerchio di torce e cominci a correre verso la grande quercia.
C'erano circa trenta passi fino all'albero. Quando il prigioniero era quasi arrivato sotto la sua chioma, tra la gente iniziarono a sentirsi sussurri e anche alcune grida d'incoraggiamento.
In quel momento, dagli alberi che crescevano sotto il declivio, apparve un'ombra. Qualcuno grid: Mirmidone!. Si udirono gemiti soffocati e pi voci di incitamento per lo schiavo, che guard alla sua destra e acceler il passo. Quando stava per raggiungere il tronco della quercia, l'ombra scivol alle sue spalle e lo oltrepass. Non si sent niente, ma il prigioniero si accasci a terra lasciando cadere la spada, allung il braccio per sfiorare la base dell'albero e poi non si mosse pi.
L'ombra si avvicin al cerchio delle torce. Era un uomo magro, di statura media e trecce che gli cadevano sulle spalle. Indossava una tunica di lana fino alle ginocchia ed era scalzo. Nestore pens che avesse l'andatura calma e minacciosa di un leone. Si ferm a una decina di passi da loro, con le braccia lungo il corpo e la spada che puntava a terra.
Questo  il Re del Bosco?, domand Nestore, piegando un po' la testa per parlargli all'orecchio.
S. Per diventare il Re del Bosco e il sacerdote di questo santuario bisogna assassinare quello precedente. Ma quello che lo fa sa che, prima o poi, arriver un altro uomo che staccher il ramo di vischio dalla quercia e lo uccider in duello.

Perci quell'uomo ha ucciso qualcuno per occupare quella posizione?
Sei anni fa. Da allora nessuno  pi riuscito a prendere il suo posto.
Chi  che vuole essere Re del Bosco sapendo che prima o poi lo dovranno uccidere?
Te l'ho gi detto: assassini, banditi, schiavi fuggitivi... A volte chi si presenta per diventare Re del Bosco  un pazzo o qualcuno che lo fa solo per devozione a Diana. Di solito vive solo un anno, ma comunque non  cos male: la gente del luogo gli porta cibo, miele e vino. Io credo che le ragazze dei dintorni vengano a trovarlo spesso, aggiunse con un sorriso molto allusivo. Questo tizio  un donnaiolo, pens Nestore, irritato senza sapere perch.
Certo che lo sapeva. Era per Clea. Gaio Giulio era il tipico seduttore che conquistava le adolescenti sognatrici come la siracusana.
Diana non dovrebbe essere una dea vergine?.
Non riusc a sentire la risposta di Gaio perch i mormorii dei presenti erano cresciuti di volume fino a diventare un coro discordante di insulti diretti a Mirmidone, che li osservava senza muovere un dito. Il vecchio patrizio diede un ordine e questa volta s che Nestore lo cap.
Omnes sex!.
Gli abitanti slegarono i sei prigionieri e consegnarono loro armi varie: tre spade, un machete, un'ascia di bronzo e persino una forca con quattro lunghi denti. Il centurione si avvicin a Gaio e gli disse in tono preoccupato:
Diana non lo permetterebbe. Devono andare uno alla volta. Dobbiamo impedirlo.
Gaio abbozz un sorriso malevolo.
Lascia che la dea dimostri chi  il suo preferito, Gemino.
I sei uomini, dei tipi giovani, nerboruti e con lo sguardo torvo, si riunirono in gruppo e iniziarono a bisbigliare, facendosi coraggio a vicenda. Nestore si allontan un po', temendo che questa volta avrebbero deciso di fuggire facendosi strada con la forza invece di affrontare il pericolo e l'incerto privilegio per mezzo del quale uno di loro sarebbe diventato il Re del Bosco.
Entrate nel cerchio adesso!.
Come se avessero sentito lo schiocco di una frusta, i prigionieri si aprirono e si raddrizzarono. Nestore non aveva mai sentito Gaio Giulio usare quel tono prima, ma addirittura lui avvert una scossa che gli attraversava la schiena e lo obbligava a raddrizzarsi come una sentinella sorpresa in pieno riposo. Il tribuno sembr all'improvviso pi alto e pi grosso, come un cavallo che si gonfia per impressionare gli altri stalloni. Tutti i presenti rimasero in silenzio per un istante mentre i sei candidati al sacerdozio di Diana attraversavano di malavoglia l'anello di torce.
Il Re del Bosco arretr lentamente, camminando di schiena e senza guardare indietro, fino a fermarsi a dieci passi dalla sua quercia. I prigionieri si separarono, formarono un cerchio intorno a lui e poi iniziarono a chiuderlo. Nessuno di loro prov a correre verso l'albero per prendere il ramo di vischio; apparentemente avevano deciso che gli sarebbe convenuto prima fare fuori il vecchio e solo allora stabilire con le armi chi di loro sarebbe stato il nuovo sacerdote del tempio.
Dopo il silenzio, i mormorii iniziarono a salire un'altra volta di volume e si sentirono nuove grida d'incoraggiamento e insulti con-
tro Mirmidone. Alcuni imitavano l'ululato del lupo e altri il belato della pecora. Si udivano anche grida isteriche e c'era gente che iniziava a saltare o ad agitare le torce in aria.
I sei candidati avevano ormai chiuso il cerchio ed erano a poco pi di due passi da Mirmidone, che aveva ancora le braccia attaccate al corpo come una statua egizia.
Ecco, ci siamo, sussurr Gaio, che osservava tutto senza battere ciglio.
L'uomo che impugnava la forca, forse perch aveva letto nel pensiero di Gaio o perch Gaio aveva letto nel suo, si lanci all'attacco e gli altri lo seguirono.
Nestore ebbe la strana sensazione che qualcosa di quello che stava succedendo non quadrasse, che i suoi sensi lo stessero ingannando come accade con la vista quando si mette un bastone nell'acqua. Quando la forca si avvicin alla sua faccia, Mirmidone si mosse appena, fece un movimento che non sembr nemmeno troppo veloce e allung il braccio destro. I denti del forcone sfiorarono i capelli del Re del Bosco mentre la sua spada affondava nell'ascella dell'aggressore. L'uomo croll a terra; se grid non si sent perch la sua voce venne sopraffatta dai ruggiti dei presenti al selvaggio rituale.
Mirmidone estrasse la spada, si volt a sinistra e si mise in ginocchio, affinch il colpo d'ascia destinato a decapitarlo sibilasse sopra la sua testa. Nello stesso momento stese di nuovo il braccio, ma a Nestore parve che non lo facesse con la fredda furia di un guerriero che inferisce una stoccata per uccidere l'avversario, bens con la fredda concentrazione con cui lui stesso infilava il bisturi in una bolla o un foruncolo per farli scoppiare. Quando la spada di Mirmidone affond nell'inguine del suo aggressore, questi cadde di schiena e inizi a contorcersi tra le urla.
Con la fluidit quasi apatica di un istruttore che spiega i movimenti di scherma ai suoi soldati, Mirmidone estrasse nuovamente la spada, si rialz e con la mano sinistra prese il polso di un altro assalitore, il terzo. Ma invece di ferire lui, colp all'indietro come se avesse gli occhi sulla nuca: la punta della spada si ficc sotto il mento del quarto avversario e spunt dietro la testa. La spada gir di nuovo in aria con la stessa ingannevole lentezza e blocc il taglio del quinto aggressore. Fu l'unica volta in cui si sent lo stridio del metallo. Mirmidone pieg il braccio sinistro per dare uno strattone al terzo avversario e lanciarlo contro il quinto. Nel momento in cui i due prigionieri si scontrarono e cercarono di allontanarsi, il Re del Bosco si gir e trafisse il petto del sesto con la sua lama; fu un movimento talmente breve, l'entrata e l'uscita, che nemmeno la vittima stessa si rese conto del perch fosse morta.
Quando i due nemici che rimanevano si sciolsero dal loro abbraccio e videro la carneficina che aveva provocato Mirmidone in pochi secondi, il coraggio che avevano raccolto nel loro breve conciliabolo li abbandon e corsero via. Uno di loro decise di scappare verso la quercia. Mirmidone si chin per raccogliere la forca caduta a terra e la lanci con la mano sinistra come un giavellotto. L'arma tracci una piccola parabola in aria, cadde sul fuggitivo e gli attravers i reni.
L'ultimo sopravvissuto arriv fino al cerchio degli abitanti, ma l si trov davanti un muro di torce, coltelli e forche appuntite che gli impedivano di scappare. Indietreggi con gli occhi spalancati e le braccia distese, come se non capisse perch i suoi simili lo respingessero. Mirmidone fischi alle sue spalle. L'uomo si volt, si inginocchi, lasci cadere il machete a terra e un la mani davanti a s all'altezza del petto implorando piet. Ma poi qualcosa lo dovette convincere che il suo gesto era inutile e lasci cadere le braccia. Mirmidone lo afferr per i capelli con la mano sinistra, lo sollev dalla testa con uno strattone e tagli con la spada come se stesse sezionando il collo di un maiale.
Mentre la sua vittima si dissanguava tra le convulsioni, Mirmidone prese una torcia dal cerchio che ardeva a terra e si avvicin ai presenti. Cadde un silenzio cos profondo che si poteva sentire il gorgoglio dell'ultimo candidato a sacerdote che soffocava con il proprio sangue.
Qualcuno di voi vuole essere il Re del Bosco?, domand, con la voce aspra di chi  stato tanto tempo senza parlare.
L'uomo mostr la spada perch tutti potessero vedere il pezzo di intestino appeso all'arma. Gli abitanti iniziarono ad arretrare e quando il primo si volt e inizi a correre gli altri lo seguirono. Anche i legionari e i cavalieri che accompagnavano Gaio indietreggiarono, pur mantenendo un certo decoro. Ma il tribuno non si mosse, nemmeno quando Mirmidone gli avvicin la punta della spada al collo e il budello gli cadde sul piede sinistro grondante di sangue nero.
Vuoi essere il Re del Bosco, soldato?  molto semplice. Devi solo ammazzarmi.
Lo so.
Cos potrai regnare per un po' di tempo. Non  quello che vuoi? Diventare il nuovo re. Ma quando lo sarai, non avrai molto tempo. Qualcuno verr e ti uccider. Succede sempre cos.
So anche questo.
Mirmidone abbass la spada e incurv le spalle. Poi guard Nestore, che rabbrivid. La luce della torcia ballava negli occhi di quell'uomo, ma per qualche strano effetto sembrava che il bagliore, invece di essere un riflesso, nascesse da essi. E ognuno era di un colore diverso, come gli occhi di Alessandro.
Tu non vuoi essere il Re del Bosco, disse. Tu vuoi solo osservare tutto senza cambiare niente, trascorrere la vita senza macchiare quello che tocchi. Ma  una cosa impossibile.
Lo so.
No, non lo sai. Lo hai dimenticato.
Nestore rabbrivid di nuovo. Mirmidone gli tese la torcia e lui la prese. Per qualche secondo rimase a guardare il suo braccio nudo, solcato da vene, tendini e muscoli fibrosi che alla luce delle fiamme risaltavano come solchi sulla corteccia di un albero. Non aveva nessuna cicatrice e non era neanche stato ferito dagli aggressori. Non era nemmeno sporco del sangue delle sue vittime.
Pi tardi, all'accampamento, chi aveva assistito al tentativo fallito di abbattere il Re del Bosco si sedette intorno al fuoco, parlando a bassa voce per non svegliare gli altri. Il poco sonno che gli era rimasto, Nestore lo aveva ormai perso del tutto. Sapeva che l'indomani, quando le gambe avrebbero cominciato a cedergli a met giornata, si sarebbe pentito di non aver dormito, ma non voleva dare a quei romani la soddisfazione di farsi vedere pi debole di loro.
Alla luce della luna e della cometa, che gi scendevano verso ovest, i soldati e il dottore si raccontarono avvenimenti come quello a cui avevano appena assistito, esperienze strane che loro stessi avevano vissuto o che altri gli avevano riferito. Sebbene Nestore capisse buona parte di quello che dicevano, Gaio glielo traduceva. Parlarono di prodigi di ogni tipo: mucche che partorivano maiali e scrofe che partorivano vitelli, bambini che nascevano con squame di pesce, piogge di rane, di pietre e di sangue, statue che parlavano, piangevano o che addirittura scendevano dal piedistallo e passavano una notte intera girovagando fuori dal loro tempio, apparizioni di fauni e ninfe, scongiuri, incantesimi e malocchi diversi. Nestore si sorbiva quelle storie con una buona dose di scetticismo, anche se doveva ammettere che, se qualcuno gli avesse raccontato quello che aveva appena visto sotto la grande quercia del lago, lui stesso non ci avrebbe creduto.
Cos'hai visto tu, dottore?, gli domand uno degli equites, un giovane che aveva le guance rasate come Gaio Giulio e biascicava il greco. Devi aver viaggiato molto, no?.
Nestore calcol le decine di migliaia di stadi che aveva percorso al fianco di Alessandro, dall'Indo al Punjab alle inospitali steppe della Sogdiana, le rive del mare Ircanio, le spiagge dell'Arabia, le montagne a nord dell'Istro, buona parte della Grecia e della Macedonia, l'Egitto, la Sicilia, e poi l'Italia. Il tutto in sei anni. Quali altri paesi aveva visitato prima e non se ne ricordava?
S, ho viaggiato un po'.
 vero che a Babilonia tutte le donne devono prostituirsi almeno una volta nella vita?.
Quando gli ebbero tradotto la domanda, gli altri legionari si avvicinarono ancora di pi al fuoco con gli occhi pieni di interesse. Nestore sorrise.
 la prima domanda che mi fanno tutti. Voi giovani pensate sempre alla stessa cosa.
I soldati scoppiarono a ridere e il centurione gli pass il vino. Gaio Giulio era seduto in disparte rispetto agli altri, sulla sua sedia pieghevole e non per terra, mantenendo un equilibrio tra il cameratismo e il distacco che in lui risultava naturale come tutto quello che faceva.
Nestore rispose che non ne era sicuro, ma in compenso parl loro della prostituzione sacra nel tempio di Ishtar, abbellendo alcuni dettagli per diletto del suo uditorio. Mentre raccontava, pens che quei romani non fossero tanto diversi dai macedoni con cui da anni condivideva il fuoco dell'accampamento. Avevano gli stessi interessi: le belle storie, le donne, un goccio di vino al calare della sera per dimenticare le miserie della giornata.
Continuarono a parlare per un bel po'. Nestore guidava sempre di pi la conversazione. Nonostante i suoi ricordi fossero brevi, aveva visto luoghi meravigliosi ed era stato testimone di usanze e riti molto particolari come gli stravaganti funerali dei cavalieri sciti, i cruenti rituali di Cibele in Frigia o la festa del Nuovo Anno a Babilonia.
Poco a poco i soldati pi giovani, sopraffatti dal sonno, si addormentarono vicino al fuoco. Quando rimasero svegli solo Gaio Giulio e il centurione, che sebbene sonnecchiasse si era impegnato a dimostrare che lui resisteva quanto il tribuno, la conversazione prese di nuovo la direzione di Babilonia. A Nestore il vino aveva sciolto la lingua, o forse era per la sensazione di cameratismo momentaneo che stava vivendo in quel paese straniero e con i nemici del suo re. Parl delle escursioni con Alessandro a Babilonia nelle prime settimane dopo la sua guarigione. Tuttavia omise di raccontare il motivo di quelle passeggiate, perch nemmeno la loquacit di quel momento poteva fargli tradire la fiducia del suo paziente e amico. La verit era che Alessandro aveva smesso di bere e per questo, siccome non riusciva a dormire e l'enorme palazzo di Nabucodonosor gli sembrava una gabbia stretta, dovevano uscire tutte le notti a camminare per le strade della grande citt sull'Eufrate.
Dopo averlo curato dall'avvelenamento, Nestore cap che il calice di Eracle, anche se nessuno ci avesse versato il veleno, avrebbe comunque finito per distruggere Alessandro. Era uno di quegli uomini che non hanno il senso della misura, perci per lui non c'era altra alternativa che essere astemio o bere tanto come tre soldati messi insieme. Per convincerlo a dimenticarsi del vino, Nestore inizi a dirgli che si stava uccidendo con le proprie mani. Presto si rese conto che cos non avrebbe ottenuto niente, perch Alessandro si comportava come se fosse immortale, anche se, quando si ricordava di Efestione, cadeva in uno stato di tristezza nera e si lamentava che la vita non aveva pi senso per lui.
Cos Nestore aveva deciso di ricorrere ad altri argomenti. Parl all'affascinante e vanitoso Alessandro dell'inesorabile decadenza fisica che, se avesse continuato in quel modo, avrebbe sofferto da l a tre o quattro anni: caviglie gonfie per l'idrope, palpebre ingrossate, capillari rotti nel naso, borse sotto gli occhi, pelle ruvida e screpolata, un alito puzzolente invece del fresco aroma che tutti elogiavano. Senza rendersene conto, Nestore stava parlando ad Alessandro di suo padre. Nel ricordare l'immagine di Filippo quando fu assassinato, un uomo gonfio, imbruttito e invecchiato a quarantasei anni, scagli il calice di cristallo di Sidone contro la parete e giur che non avrebbe mai pi bevuto vino.
Era una decisione difficile. Nestore sapeva che qualsiasi ubriaco faceva fatica a smettere di bere. Ma studiando il comportamento di Alessandro e conoscendolo un po' di pi, cap che per lui il vino significava qualcos'altro. La sua mente era troppo veloce, troppo ambiziosa e i suoi pensieri saltavano da paese a paese e da mare a mare e sorvolavano fiumi e montagne. La sua vista interiore contemplava il mondo da una tale altezza che era come se viaggiasse in groppa alla cometa Icaro. Ma da quella vedetta cos elevata sul resto degli uomini, Alessandro si sentiva solo. Il vino era un modo di offuscare e rallentare un'intelligenza che per propria iniziativa non riposava mai, nemmeno nei sogni. Grazie al vino poteva dimenticarsi di tutto al calar del sole e sentirsi pi amico dei suoi amici; le battute dei Compagni gli sembravano pi divertenti, comprese quelle stupide di quel fallito di Meleagro; vedeva pi belle e attraenti le cortigiane che banchettavano con loro; in generale, il mondo gli sembrava un luogo pi semplice in cui bastava ricordare le glorie di Gaugamela e non bisognava preoccuparsi di organizzare un impero il giorno seguente.
Per questo Alessandro era ricorso a Nestore, affinch le sue notti non fossero eterne. Il dottore sapeva ascoltare, forse perch si era appena risvegliato a Delfi e non aveva granch da raccontare. Invece Alessandro aveva vissuto tanto nei suoi trentatr anni di vita da riempirne altre sette. Tuttavia non parlava spesso del passato, eccetto qualche riferimento occasionale all'amico e amante morto. A Efestione sarebbe piaciuto questo, diceva vedendo come la luce del crepuscolo filtrava da una viuzza di Babilonia tingendo di rosso i panni stesi da un muro all'altro, oppure A Efestione non sarebbe piaciuto quest'altro, vedendo come un mercante bastonava un povero cavallo. Ma quasi sempre faceva piani per visitare nuovi paesi, scalare montagne pi alte, navigare sul mare Ircanio, costeggiare l'Arabia, navigare sul Nilo e risalire tutte le sue cateratte. E soprattutto tracciava progetti per viaggiare a ovest, attraversare le Colonne di Eracle e vedere con i propri occhi l'Oceano che circondava il mondo.
Spesso non parlavano, ma si limitavano a camminare, girando per la citt senza sosta. Fu un mese dopo l'arrivo di Euctemone a Babilonia, il 14 loios secondo il calendario macedonico e il 15 du'uzu secondo quello babilonese, che videro i segreti che nascondeva l'Esagila, il tempio di Marduk. A quei tempi Icaro era gi apparsa nel cielo e la canicola iniziava a tormentare il paese dei due fiumi.
Alessandro stava finanziando la riparazione di Etemenanki. Il giorno in cui finirono di rivestire l'ultima terrazza con placche d'oro, i sacerdoti di Marduk, che  come i babilonesi chiamano Zeus, lo ringraziarono mostrandogli dei sotterranei di cui non sospettava nemmeno l'esistenza.
L vedemmo tesori veramente preziosi. C'erano corone, scettri, collane e pettorali di tutte le dimensioni, troni rivestiti di metalli preziosi, bauli di legni preziosi pieni di darici, perle, gemme e anche di dischi e barre d'oro e d'elettro dell'epoca in cui i babilonesi ancora non usavano coniare la moneta. Il pezzo pi prezioso era un drago d'oro massiccio che pesava almeno mille talenti.
Nestore era convinto che in realt fosse d'oro solo lo strato esterno del drago, ma gli piaceva vedere la faccia stupita con una punta d'invidia di Gaio Giulio. Al centurione era gi crollato il mento sul petto e aveva iniziato a russare, perci Nestore continu a raccontare, solo per le orecchie del tribuno, quello che aveva visto nei sotterranei dell'Esagila. Oltre a migliaia di tavolette cerate, per qualche strana ragione i sacerdoti babilonesi avevano raccolto nel corso dei secoli ogni sorta di oggetti senza alcun valore materiale, alcuni dei quali erano terrificanti, come una collezione di mummie di creature deformi, met umane e met animali.
Ma l'oggetto che pi colp entrambi, l'unico che Alessandro si port via, era conservato in una sala a parte, dietro una porta sgangherata di legno. Quando Nestore tent di aprirla, Belumasar, il capo dei sacerdoti, gli si par davanti. Ma bast un semplice sguardo di Alessandro perch si togliesse di mezzo.
Questo s che  comandare, convenne Gaio Giulio. Per Bellona, quanto mi piacerebbe conoscere quell'uomo. Che cosa c'era l dentro?
Una semplice falce.
Cos'aveva di speciale?
Il manico era nero, di un legno cos duro e vecchio che sembrava pietra, ma la lama brillava come argento vivo. Quando avvicinai la mano per toccarla mi si rizzarono i peli, disse Nestore, accarezzandosi il dorso della mano. Allora mi resi conto che stavo anticipando Alessandro e mi feci da parte.
Quando il re impugn la falce e la sollev in aria, gli sfugg un grido che divent una risata quasi isterica, una cosa molto strana per una persona che sa controllarsi tanto come lui. Lasci la falce sul tavolo e disse a Nestore:
Prendila tu.
Lui lo fece con una certa diffidenza. Quando chiuse la mano intorno al manico sent una sensazione strana e fastidiosa, ma strinse comunque le dita. Quando la sollev e la guard pi da vicino, vide che la sua mano stava intorno all'impugnatura, ma non arrivava a entrare in contatto con essa, come se la circondasse un'aura invisibile, fredda e scivolosa come il ghiaccio. Nestore si affrett a lasciare la falce e domand a Belumasar:
Che cos'?.
Il sacerdote gli aveva raccontato una storia che riemp Nestore d'inquietudine. Era appena nato nella sua nuova vita e non si era ancora abituato alla sensazione di sconcertante familiarit che gli provocavano molte delle cose che ascoltava o vedeva. Sebbene il racconto di Belumasar avesse risvegliato nella sua testa un'eco mentale, ancora pi inquietante perch, a differenza dell'eco fisica, le parole sembravano ripetersi nelle sue orecchie prima che il sacerdote le pronunciasse. Con il tempo si sarebbe abituato a quella sensazione di paramnesia della quale, per il momento, non disse niente a Gaio Giulio.
Non  una storia troppo lunga, disse Nestore, vedendo che il tribuno tratteneva uno sbadiglio. Vuoi ascoltarla?.
Gaio Giulio volse lo sguardo a est, dove il cielo nero iniziava a tingersi di un turchese profondo che anticipava l'alba.
Raccontala, Nestore. Quando finisci, avviser le sentinelle di svegliare tutti e poi leveremo le tende. Voglio arrivare a Roma oggi stesso.
Secondo Belumasar, era una storia che arrivava dal Nord, dalle terre che si affacciavano sul Ponto Eusino. Gli di di cui parlava quel mito avevano nomi strani, ma il sacerdote caldeo li aveva tradotti quasi tutti nella lingua di Babilonia.
Erase, un dio malvagio che in passato si era ribellato contro An, il dio del cielo, ma che a sua volta era stato sconfitto da Marduk, ripet Nestore. Questo dio malvagio non si rassegnava alla perdita del potere e, pieno di velenoso rancore, voleva recuperarlo a ogni costo, anche se avrebbe potuto significare la distruzione del mondo. Allora and a letto con una donna-montagna e mise il suo seme dentro di lei fino a quindici volte. Quando la montagna partor, il dio malvagio prese in braccio il bambino di pietra e gli cant una ninnananna, ma il neonato era sordo e cieco. Il padre lo pos sulle spalle del dio del sogno, che si fa carico di tutto il peso del mondo senza mai svegliarsi dal suo letargo. Il bambino di pietra, che il padre chiam Ulikumi, non aveva altra virt che quella di crescere, ma inizi a farlo con impegno, e crebbe sempre di pi fino a diventare un'altissima colonna di basalto del colore dell'ossidiana che sal sopra l'aria in cui volano gli uccelli, arriv all'aria in cui volano le aquile e oltrepass la nuvole e l'arcobaleno, finch con la testa inizi a colpire come un ariete le fondamenta del palazzo degli di e di Shamu, la volta del cielo.
L'attacco di Ulikumi minacciava di rompere la divisione di bronzo tra il cielo e la terra. Se ci fosse successo, chi avrebbe potuto evitare che tutto tornasse al caos iniziale, quando le acque dolci e salate erano mischiate e cielo e terra erano un solo amalgama? Il gigante di basalto era gi arrivato a novemila leghe di altezza e la sua testa nera come la roccia copriva la luce del sole. Il grande Marduk attacc il mostro da un carro alato con le sue armi divine, ma riusc a staccargli di dosso solo qualche scheggia. Si rivolse allora a sua sorella Ishtar, l'Afrodite babilonese, che si tolse i vestiti e, al suono del tamburello e dell'arpa, ball nuda di fronte al gigante; ma lui aveva il cuore e gli occhi di pietra e non le prest attenzione.
Disperati perch i terreni della loro vasta dimora si aprivano, venti indemoniati penetravano da tutte le fessure e le colonne che sostenevano i tetti tremavano e venivano gi, gli di decisero di rivolgersi a Ea, l'anziano e saggio dio delle acque che viveva in disparte lontano dal cielo. Ea consult le Tavole del Destino per cercare con-
siglio.
Quindi i babilonesi hanno i propri Libri sibillini..., comment Gaio Giulio, che seguiva il racconto con molta attenzione. Continua, per favore.
Grazie a queste tavole, Ea scopr che doveva aprire la camera del tempo, l'antico deposito dov'erano conservati gli oggetti e i tesori delle divinit pi antiche, quando il cielo e la terra erano un unico essere. L trov la falce primigenia che al principio dei tempi era servita per separarli e aprire lo spazio nel quale dimorano gli uomini, gli animali e le piante. Armato della falce, Ea viaggi verso il luogo in cui il gigante di basalto sprofondava le caviglie nel mare e si appoggiava alle spalle del dio dormiente, e gliele mozz con due colpi, uno per ogni gamba. L'enorme colonna di pietra precipit in una caduta che dur tre giorni: quando arriv sulla terra, con il corpo distrusse sette citt e con la testa nel mare alz un'onda gigante che seppell altre sette citt sotto l'acqua. Ma il gigante mor ed Ea riusc a evitare che il cielo e la terra si unissero di nuovo, perch ci che  separato, deve rimanere separato per sempre.
Mi piace come racconti le storie, Nestore, disse Gaio Giulio, strofinandosi gli occhi. Cosa ne  stato della la falce?
Alessandro decise di tenersela. Era evidente che avesse un potere magico, perch quando la piant nel tavolo di mattoni sprofond come se fosse di burro.
Lo hai visto con i tuoi occhi?, domand il tribuno, scettico.
Puoi credermi. Alessandro la conserv in un baule di legno e mi disse: Adesso questa falce rester in mio potere. Quando finir le terre e i paesi da conquistare, nessuno potr venire con quella a tagliare il ponte che costruir tra cielo e terra.
Gaio sibil tra i denti e si port una mano alla testa.
Insanus sed magnificus! Ti prego di non parlare a nessun altro di questa falce. Te lo ordino, diceva il suo tono. Quando lo sconfiggeremo, far tutto il possibile perch cada nelle mie mani. Sar un magnifico trofeo.
Nestore si pent di aver parlato della falce. Non sapeva molto bene che cosa lo avesse spinto a raccontare proprio quella tra tutte le storie e gli aneddoti che conosceva. Ma se all'epoca avesse potuto prevedere le conseguenze delle sue parole, avrebbe pensato che fossero state le Moire a muovere le sue labbra. Infatti, mentre nascosto e silenzioso tra le ombre, Mirmidone, il Re del Bosco, ascoltava tutto, le dee del destino iniziarono a tessere una trama che alla fine avrebbe portato al taglio dei suoi fili.

Gli Agriopaides.

Demetrio ed Euctemone passarono altri due giorni chiusi nella tenda, senza avere notizie di Alessandro. Ma perlomeno vennero messi al corrente su alcune novit dall'esterno grazie a Adimo, la stessa guardia che aveva fatto commenti salaci su Rossane, la moglie del re. Demetrio doveva stargli simpatico, perch Adimo gli raccontava gli ultimi pettegolezzi dell'accampamento, che nel gergo soldatesco si chiamava il tizio con lo scudo. Questo tizio con lo scudo doveva essere loquace come Ulisse e bugiardo come Epimenide il cretese, perch la mattina girava una voce:
Il tizio con lo scudo dice che da qui a cinque giorni ci riportano a Metaponto e torniamo in Grecia, perch non ci rimane un solo obolo nella pagatoria.
E nel pomeriggio un'altra:
Il tizio con lo scudo dice che Alessandro ha appena firmato un'alleanza con i romani e prima di dieci giorni ci imbarcano diretti in Libia per attaccare i cartaginesi insieme alle legioni romane.
Non mancavano le preoccupazioni sessuali nel repertorio del tizio con lo scudo. Un giorno diffuse il panico tra i soldati quando disse che Alessandro, in preda a una repentina smania di castit, aveva ordinato di espellere dall'accampamento tutte le donne, oneste e disoneste indistintamente. Ma qualche giorno dopo il tizio con lo scudo arriv con la storia che avrebbero portato mille donne che vivevano su un'isola vulcanica di fronte a Neapolis. A quanto pareva, avevano ucciso tutti gli uomini dell'isola, come gli abitanti di Lemno nella leggenda degli Argonauti, e ora, pentite e annoiate, voleva-
no fare visita ai greci per copulare con loro e ripopolare il piccolo
paese.
Il giorno dopo il passaggio di Icaro, Adimo disse che correvano voci su una scaramuccia tra truppe macedoni e romane. Sembrava che una flottiglia proveniente dalla Sicilia fosse stata dispersa dagli stessi venti che li avevano colpiti nell'accampamento di Poseidonia qualche giorno prima. In quella flotta viaggiava una nave gigante costruita nei cantieri di Siracusa, che si era persa nella tempesta ed era riapparsa molto a nord, oltre la Campania. A Demetrio, questa parte della storia sembr inverosimile, perch secondo Adimo, o meglio, secondo il tizio dello scudo, la nave in questione portava a bordo duemila persone, il che era evidentemente impossibile. Da quel punto in poi, il resto era ancora pi difficile da credere. Secondo la storia, dalla nave gigante erano scese due compagnie intere di macedoni, ma i romani li avevano sorpresi, si erano scontrati in una piccola battaglia campale e li avevano sconfitti. Quanto alla nave, aveva preso fuoco ed erano riusciti a fuggire solo venti membri dell'equipaggio su una chiatta.
A quanto pare, quando i romani se ne erano gi andati, i marinai scesero a terra alla ricerca di sopravvissuti, continu Adimo. Incontrarono solo tre arcieri cretesi che si erano salvati dal massacro, cos li presero e vennero a Poseidonia.
E quando sono arrivati?, domand Demetrio.
Ieri notte. E sai qual  il bello? In quella nave gigante viaggiava una delle mogli di Alessandro.
Demetrio non era ancora molto convinto della storia, bench pensasse che se c'era qualcuno in grado di costruire una nave che potesse imbarcare cos tanti uomini come dieci triremi insieme, quello era senz'altro Alessandro.
C'erano altre dicerie che lo preoccupavano di pi, di cui quel giorno non os chiedere, ma il giorno seguente sond con discrezione Adimo su informazioni che riguardassero Icaro e il suo passaggio davanti alla Luna. S, i soldati se ne erano accorti, rispose; non erano ciechi.
Quale presagio ne hanno ricavato?, chiese Demetrio, guardando con la coda dell'occhio Euctemone. Il fratello era immerso in nuovi diagrammi e non sembrava prestare attenzione a quello che dicevano. Meglio. Demetrio lo aveva istruito a dovere perch tenesse la bocca chiusa.
I presagi tipici, gli rispose Adimo. La Luna era Roma e i macedoni la cometa, perci avrebbero fottuto i romani come la cometa aveva fottuto la Luna. Oppure il contrario, ovvio, perch i simbolismi non erano cos chiari. Ma in generale aveva diffuso pi ottimismo che pessimismo: molta gente non chiamava la cometa Icaro, bens Alessandro, perch era apparsa a Babilonia quando il re si era salvato dall'avvelenamento. Il fatto che la cometa fosse diventata pi grande e fosse passata davanti alla Luna non gli faceva presagire future catastrofi; pensavano piuttosto che se la stella di Alessandro stesse crescendo giorno dopo giorno, era un segno del fatto che niente poteva opporsi al suo potere.
Demetrio fece un sospiro di sollievo. Meglio che non si diffondessero dicerie sulla fine del mondo. Cos nessuno poteva pensare che le avessero divulgate loro.
A met pomeriggio del secondo giorno, li and a trovare Lisania in persona, che teneva in mano un papiro arrotolato e chiuso con il sigillo di Alessandro.
Vi hanno destinato a un'altra unit. Accompagnatemi, gli disse in tono freddo. Demetrio avrebbe voluto dirgli che la sua gelosia era infondata, ma non si azzard. Per lui, Lisania era solo un gradino al di sotto della vetta dell'Olimpo in cui regnava Alessandro.
Per non portare a mano le armature, le indossarono. Prima la corazza di quindici strati di lino incollati tra loro e rinforzati con fasce di scaglie metalliche, e poi la falda di cuoio. Poi si allacciarono gli ificratei, delle calzature di pelle che arrivavano quasi alle ginocchia e si misero l'elmo all'indietro alla maniera di Pericle. Poi si misero lo scudo dietro la schiena, si allacciarono il balteo con la spada, si caricarono in spalla la sacca con il resto degli impedimenti e uscendo dalla tenda dovettero ancora fare equilibrismi per raccogliere le proprie lance di frassino di cinque cubiti senza far cadere nulla. In totale avevano addosso circa un talento e mezzo, che nel caso di Demetrio costituiva circa i due terzi del suo peso, e caricati in questo modo s'incamminarono dietro Lisania.
Alla luce del giorno tutto sembrava molto diverso. Demetrio, che a ventun anni non poteva prendere sul serio la propria morte, si sentiva ottimista. Tutto ci che aveva sentito e visto sulla terrazza della dimora di Alessandro gli sembrava irreale, e quanto pi ci pensava tanto pi lo ricordava attraverso una nebbiolina vaporosa. Se la notte aveva creduto ciecamente ai calcoli del fratello, man mano che il sole si alzava nel cielo, riscaldava l'aria e cancellava la sagoma di Icaro, le sue sinistre previsioni gli sembravano dissolversi come le brume di un brutto sogno.
La cometa si vedeva solo se si sapeva dove cercarla. Ovviamente Euctemone lo sapeva e la indic con il dito. In quel momento si trovava sopra il mare: un tratto biancastro, come i resti di una nuvola molto dilatata.
Ora la cometa Icaro sta tra Cassiopea e Lucertola e sta salendo verso Cefeo.
Puoi vederla?, disse Lisania voltandosi.
Le costellazioni stanno dove devono stare anche quando non si vedono, rispose Euctemone.
Non parlare pi di questo argomento, sussurr Demetrio a denti stretti.
Il fatto era che suo fratello non era troppo preoccupato della caduta di Icaro. Dopo aver risolto i suoi calcoli orbitali sembrava essersi momentaneamente annoiato dell'astronomia e in quei giorni si era dedicato solo a fare disegni di mappe e profili di montagne pieni di curve, rette e triangoli. Mentre seguivano Lisania, invece di camminare come se stesse cercando un obolo per terra, Euctemone guardava verso sinistra, dove si levavano i monti della Lucania, stendendo una mano davanti a s per formare una squadra tra l'indice e il pollice.
A quanto pare non c' nessuna montagna pi alta di dieci stadi, dichiar in un tono quasi piatto che Demetrio aveva imparato a interpretare come delusione.
Hai cos tanta voglia di contraddire Dicearco?.
Euctemone annu. Poi indic verso est, dove si stagliava una cima sfocata e azzurrognola per la torbidezza dell'aria.
Il Panormo, disse. Demetrio suppose che conoscesse il nome per averlo letto sulle mappe del topografo, dal momento che non erano mai stati da quelle parti. Dicearco sostiene che  alto otto stadi ma in realt ne misura nove e mezzo.
Lisania si volt a guardare Euctemone con un'espressione ineffabile. Demetrio la vide, sorrise e scosse la testa come a dire: Mio fratello  senza speranza. Per la prima volta Lisania ricambi il suo sorriso.
Mentre il fratello continuava a stare immerso nella sua nuova passione, Demetrio osservava i settori dell'accampamento che fino a quel momento non aveva ancora esplorato. Passarono vicino a un recinto in cui due cavalieri corazzati quanto i propri cavalli si attaccavano con altrettante lance che brandivano usando entrambe le mani. Dopo lo scontro, uno di loro cadde di schiena con un sonoro clangore di metallo. Demetrio pens che fosse morto, ma il cavaliere si alz con le proprie gambe. La parte posteriore della sua lucente armatura era sporca di fango nero, visto che avevano scelto per la loro giostra una zona impantanata. Il guerriero si tolse l'elmo e, tra le risate, riconobbe la vittoria del rivale. Non era greco: dai ricci della barba doveva trattarsi di uno dei sudditi asiatici di Alessandro.
Poi attraversarono un settore in cui era accantonato un battaglione di opliti macedoni. Sebbene la maggior parte delle sarisse si potesse smontare in due pezzi, i membri di quell'unit le avevano riposte gi assemblate, di sicuro per impressionare gli altri con la loro altezza. Essendo cresciuto nella fabbrica di scudi del padre, Demetrio aveva sempre avuto una passione per le armi, perci osserv con attenzione quelle lunghissime picche. I puntali e le punte erano protetti da fonde di pelle, ma riusc a vederne qualcuna senza fodero, perch alcuni soldati le stavano pulendo con cura. Per i lunghi bastoni di tasso usavano stracci imbevuti di lanolina, mentre per le parti metalliche usavano l'olio, e poi le rimettevano nella custodia con la stessa premura con cui una madre rimbocca le coperte al figlio nella culla.
Ma la maggior parte dei soldati, invece di giocare a dadi come facevano sempre quando non erano di riposo, stava tagliando bastoni di due o tre palmi di lunghezza che poi infilava in manici rivestiti di camoscio per fabbricare spade di legno. Demetrio chiese a Lisania la ragione per cui lo facevano.
Ci sar una gara di scherma. Il premio sar un'armatura che vale quattro talenti e che consegner Alessandro in persona.
Demetrio fischi. Quattro talenti! Pur non essendo Euctemone, era facile calcolare quella somma: ventiquattromila dracme, la sua paga di vent'anni con il contratto attuale. Quando avevano la fabbrica del Pireo, il padre parlava di mine e talenti pi che di dracme, ma ora che i due fratelli erano rovinati, una cifra cos era remota e irraggiungibile come la favolosa Isola dei Sogni.
Questa gara di scherma  per tutto l'esercito?
Esatto.
Tutto l'esercito, si ripet Demetrio. C'era una possibilit di guadagnare denaro sufficiente per tornare ad Atene e assumere un buon logografo che gli scrivesse un discorso commovente contro Nicerato. Dopo avrebbe dovuto solo convincere almeno la met pi uno dei cinquecento giurati del fatto che la sua causa fosse giusta. Ovviamente per farlo doveva restaurarsi la democrazia e i tribunali dell'Eliea, e considerando che...
Che sciocchezza, si disse. Stava facendo come quell'affarista di Esopo. Non serviva avere la capacit di calcolo di suo fratello per sapere che, in un esercito di quarantamila soldati, fosse alquanto improbabile vincere in una gara di scherma, soprattutto se non si era particolarmente abili con la spada.
Cerc di dimenticarsi di quella faccenda, anche se le ventiquattromila civette d'argento si ostinavano a svolazzare come lucciole nella sua testa.
Ehi tu, pazzo, testa di rapa!.
Sebbene Demetrio sapesse che era rivolto al fratello, si gir a guardare. Un gruppo di bambini li stava seguendo. Alessandro voleva a tutti i costi che i figli dei soldati, riconosciuti o meno, avessero dei maestri, in modo che l'abbandono e l'indolenza non li rendessero ancora pi selvaggi di quanto gi non fossero per natura i ragazzi. Nonostante ci, erano comunque piccole belve con quella percezione tipica dei bambini che faceva loro capire chi  pi debole o semplicemente diverso. Il gruppetto di mocciosi scorrazzava a qualche passo di distanza da loro e se la prendeva con Euctemone dandogli ogni genere di soprannome, i cui ingredienti principali erano bruttezza e goffaggine.
Oltre i bambini, anche i grandi gli rivolgevano commenti in dialetto macedone. Le armi dei fratelli tradivano subito la loro origine greca, sia per la forma degli elmi che per la dimensione dello scudo. Facevano battute a Euctemone per il suo modo di camminare con poca grazia, e Demetrio dovette ascoltare descrizioni abbastanza dettagliate di ci che molti componenti di quella soldataglia spregevole avrebbero fatto con un efebo cos carino e dalla pelle cos morbida come lui. Euctemone riservava lo stesso trattamento sia agli adulti che ai bambini, vale a dire, non gli dava minimamente retta, anzi continuava i suoi movimenti per triangolare e misurare tutte le cime che vedeva. Quanto ai complimenti rivolti a Demetrio, ce ne fu qualcuno che fece scoppiare a ridere il borioso Lisania. Lui, da parte sua, non se la prese troppo. Di solito quelle volgarit si dicevano agli sconosciuti: tra compagni di unit non ci si comportava in quel modo, e se qualcuno provava a farlo, Demetrio sapeva bene come difendersi.
Infine arrivarono al settore della compagnia alla quale erano destinati. L c'era una tenda pi grande delle altre con un lembo alzato. Sotto quel riparo improvvisato, c'era un uomo con indosso solo un perizoma che mangiava olive e beveva vino mentre consultava tavolette di cera che gli stava mostrando un soldato.
Generale Leonnato!, lo chiam Lisania.
Tale Leonnato si alz, tenendosi il perizoma per non farlo cadere, anche se l'indumento gli scivol dalla pancia e rimase dov'era, al punto di mostrare pi del dovuto. Il generale era un tipo villoso, con il petto pieno di peli bianchi e il corpo solcato dalle cicatrici. Lisania allung il braccio per consegnargli il rotolo senza avvicinarsi troppo, come se quell'uomo potesse attaccargli una malattia, e se ne and senza dire una parola.
Il generale apr il sigillo di ceralacca, srotol il papiro e inizi a leggerlo; quando si accorse che lo stavano ascoltando, abbass la voce e compit il contenuto bisbigliando. Una volta finito, passato un po' di tempo, guard Euctemone e gli disse:
Mi sembra ottimo che tu abbia voluto strangolare quel figlio di puttana di un cane rognoso. Peccato che non gli hai stretto bene il collo fino a fargli uscire gli occhi come due uova sode. Ma se ti venisse in mente, non dico di mettermi le mani addosso, ma anche solo di rivolgermi la parola senza che io te lo abbia ordinato, ti impalo con una sarissa e ti metto sotto il sole perch i corvi possano beccarti le palle, capito?.
Euctemone, senza smettere di muovere gli occhi su e gi, annu.
Grilo!, chiam Leonnato con voce stentorea. Demetrio pens che stesse chiamando qualcuno dall'altra parte dell'accampamento, ma a rispondere fu il soldato delle tavolette, che stava dietro di lui.
S, generale.
Leonnato riavvolse il papiro e glielo porse.
Altri due nuovi. Guarda un po',  pi di un anno che chiediamo di inviarci rinforzi per poter formare un quadrato decente e adesso in due giorni ci mandano quaranta baccal. E questi due non sono nemmeno macedoni.
Forse Alessandro vuole che prendiamo Roma da soli.
 il minimo che mi aspetto da lui. Bene, leggi questo e dimmi cosa ne pensi.
Mentre Grilo leggeva il papiro con un po' pi di disinvoltura rispetto al suo superiore, arriv un altro soldato nuovo, accompagnato da quattro uomini che lo lasciarono l e se ne andarono. Il nuovo arrivato era un giovane muscoloso e bruno, con i capelli crespi e nerissimi. Si present al generale come Cerdida, di Taranto. Doveva credersi un emulo del bello e burrascoso Alcibiade, perch sul suo scudo era rappresentato un Eros nudo con l'arco teso pronto a scoccare. Il disegno non era granch, ma la prospettiva era talmente ben riuscita che sembrava che la freccia sarebbe uscita dallo scudo.
Perci ti occupi di dispensare amore tra i nemici, eh bellimbusto?, gli domand il generale.
Eros  il mio dio protettore, generale. Finora ha fatto s che nessun nemico mi mettesse le mani addosso e che le donne mi si mettessero sotto, aggiunse con un sorriso spavaldo.
Meno male. Adesso puoi togliere quel disegno di merda dal tuo scudo greco di merda. Non siamo qui per dispensare amore, ma paura e morte, capisci? Grilo, hai finito, dannazione?
S, generale!.
Allora porta questi tre baccal al plotone di Gorgo. E la prossima volta che li vedo voglio che abbiano l'aspetto di veri soldati!.
L'ispido generale si risistem il perizoma e si sedette di nuovo sotto la tenda. Grilo fece un cenno a Cerdida e ai due fratelli, e solo allora Demetrio si accorse che gli mancavano tre dita alla mano sinistra.
Seguirono Grilo, schivando i tiranti delle tende che l erano pi vicine rispetto ad altri settori dell'accampamento. Lui spieg che, quando ogni compagnia formava un quadrato regolare di sedici per sedici, il plotone al quale li avrebbero assegnati era il quinto da destra; se l'unit si schierava in larghezza, in un rettangolo di trentadue per otto, si divideva in due e si allineavano nella quinta e ventunesima fila. In quell'unit c'erano due compagnie, non una, e loro stavano nella prima. Leonnato era al comando di entrambe. E, tra l'altro, dovevano sapere che lui, Grilo, era l'aiutante personale di Leonnato e si occupava di tutte le questioni amministrative e di intendenza.
Per qualsiasi problema venite da me. Il generale, quando viene disturbato, diventa intrattabile.
Non ce n'eravamo accorti, borbott Cerdida. Demetrio scoppi a ridere.
Arrivarono al luogo assegnato al loro plotone, dove c'erano due grandi tende di tela olona, una marrone e l'altra rossa, che era pi alta e di forma esagonale.
Eccoci, disse Grilo. Gorgo!.
La cortina della tenda rossa si apr e ne usc una donna. Demetrio pens che la serva, o forse la moglie o la concubina di quel Gorgo, fosse uscita dalla tenda cos prontamente per svignarsela con discrezione. Ma invece si ferm l, mise le mani sui fianchi e li guard con aria impudente. Indossava una tunica da uomo che le arrivava solo fino alle ginocchia e lasciava scoperte le braccia, scure e fibrose. Aveva i capelli neri e raccolti in una crocchia storta dietro la nuca dalla quale spuntavano varie ciocche ribelli. A suo modo era attraente, anche se con quelle spalle massicce, la postura virile, i polpacci muscolosi e gli occhi neri e collerici aveva l'aria di chi se li sarebbe mangiati da un momento all'altro. Dopo averli guardati per un momento, con la mano prese il mento di Euctemone per obbligarlo a guardarla. Lui allontan il viso, ma lei insist.
Che ti succede agli occhi? Non riesci a tenerli fermi?
Non lo so, rispose.
Non sai tenerli fermi o non sai se puoi tenerli fermi?
Non lo so.
Che sagoma. Poi guard Demetrio dall'alto in basso con l'espressione di un commerciante di bestiame, mentre masticava mastice mostrando denti bianchi e perfetti. Che avete fatto per essere stati mandati qui?.
Grilo le diede il messaggio arrotolato.
Questi due sono raccomandati, Gorgo. Il terzo, no.
L'aiutante del generale li salut e li lasci da soli con la donna. Lei fece loro segno di entrare nella tenda, che era abbastanza alta per stare in piedi e avanzava ancora un cubito sulle loro teste. Un paravento di vimini la divideva in due parti. Entrarono in quella di sinistra, dove c'era un uomo seduto su una poltrona con lo schienale reclinato all'indietro. Era circondato da cuscini, aveva le gambe poggiate su uno sgabello imbottito e le mani appoggiate ai braccioli. Era molto magro e l'unico movimento che si vedeva era quello dei suoi vestiti che salivano e scendevano al ritmo del respiro. Portava una tunica inconsutile e di un bianco immacolato. Per terra accanto all'uomo c'era un catino con l'acqua, degli asciugamani puliti, un raschietto di rame e un paio di recipienti di olio aromatico.
Quando li vide, l'uomo fece un leggero movimento delle sopracciglia. Dalla sua corporatura e dalla dimensione delle mani, grandi quasi quanto quelle di Euctemone, doveva essere stato un tipo forte; ma ora le spalle larghe erano diventate una specie di gruccia a cui era appesa la tunica.
 Gorgo, gli disse la donna. Presentatevi a lui.
Demetrio e Cerdida si scambiarono uno sguardo perplesso. Grilo aveva chiamato la donna Gorgo.
S, anch'io sono Gorgo, disse lei. Forza, soldati, dite chi siete e perch vi hanno portato qui. Inizia tu, aggiunse rivolgendosi a Cerdida.
Cerdida, figlio di Leotichida, di Taranto. Ho ventiquattro anni. Ero nel battaglione Bellerofonte, ma mi hanno cacciato perch sono andato a letto con la concubina del mio generale, disse il giovane, aggiungendo un sorriso che voleva essere seducente. Ma prometto di non essere pi cattivo.
La donna si limit ad alzare gli occhi al cielo, continuando a masticare la sua pallina di resina di lentisco. Poi fece un cenno a Demetrio.
Demetrio, figlio di Democare, ateniese. Come accadeva in questi casi, Demetrio segu l'esempio del primo che aveva parlato e diede le stesse informazioni nello stesso ordine. Ero nel battaglione Civetta e mi hanno destinato qui per.... Guard il fratello. Be', non lo so esattamente, ma sono molto contento di servire in questa compagnia, anche se ancora non mi hanno detto come si chiama.
Ci hanno tolto il nome, disse la donna. Demetrio si sorprese che avesse detto ci. Adesso parla tu e guardami in faccia mentre lo fai.
Euctemone figlio di Democare figlio di Critodemo figlio di Filodemo figlio di Euctemone del demo del Pireo della trib Ippotontide di Atene. 9199 giorni d'et. Nel battaglione Civetta fino a cinque giorni fa. Destinato qui perch un uomo ha calpestato alcuni disegni molto importanti che rappresentavano....
Euctemone!, esclam Demetrio, temendo che il fratello rivelasse qualcosa sulla cometa. La donna scoppi a ridere.
Perci tu sei qui perch un uomo ha calpestato alcuni disegni?
S, rispose lui guardandola per un attimo.
Euctemone non era capace di mentire, ma a volte aveva un modo particolare di apprezzare le situazioni. Dal suo punto di vista, lui non era mai responsabile di niente, semplicemente le cose gli succedevano.
La donna che, a quanto pareva, dovevano chiamare Gorgo si rivolse a Demetrio.
Tuo fratello ...?, domand facendo un gesto significativo con il dito sulla tempia.
Lui alz leggermente le spalle. Euctemone guardava da una parte e muoveva gli occhi come se stesse contando i meandri della greca del tappeto che c'era per terra; di sicuro lo stava facendo.
La donna si avvicin all'uomo paralitico e si inclin per accostare l'orecchio alla sua bocca. Poi torn dritta e disse:
Gorgo vi d il benvenuto al quinto plotone della prima compagnia. Voi due vi sistemerete nella tenda di destra, disse indicando i fratelli, e tu in quella di sinistra. Quando potremo, vi daremo armi da macedoni. Fino ad allora vi arrangerete con quello che avete.
Questo  troppo, sbott Cerdida. Da quando una donna d gli ordini? Che per caso ti sono cresciute...?.
La donna si volt verso di lui e senza dire una parola gli diede un calcio sui testicoli. Il movimento fu rapido, centrato e soprattutto brutale. Per puro riflesso, Demetrio strinse le cosce nel vedere Cerdida crollare a terra e contorcersi boccheggiando come un pesce sulla sabbia.
Palle?, complet lei. No, credo di non averle. Servono a qualcosa?. Poi si gir verso i due fratelli e disse: Sapete perch siete qui?.
Cerdida era ancora piegato a terra che recuperava poco a poco il respiro. Euctemone guard la donna negli occhi e apr la bocca per rispondere, ma lei continu senza dargliene tempo.
Questa  un'unit di punizione. Se vi hanno mandati qui  perch credono che siate feccia. Lo siete veramente? Siete abbastanza cattivi da stare con noi? Lo vedremo. Adesso permettetemi di raccontarvi chi siamo e perch dei baccal come voi non meritano di stare con noi.
Non siamo la prima unit di punizione che organizza Alessandro. Gi dopo Gaugamela si form un'unit di taktoi, soldati e ufficiali scontenti che protestavano perch Alessandro mischiava persiani e macedoni, perch obbligava i greci a inginocchiarsi davanti a lui, perch li faceva continuare nonostante si fossero gi vendicati dell'invasione di Serse eccetera. Quell'unit di indisciplinati fin per sciogliersi e i suoi membri, una volta che Alessandro riusc a domarli, passarono a servire altre compagnie. Molti gi non erano pi nell'esercito.
La nostra storia  diversa.  successo tutto tre anni fa, quando Cratero stava assediando il ribelle Antigono a Damasco. Vedendo che il generale aveva tutta la situazione sotto controllo, Alessandro scelse ottomila uomini di fanteria e cinquemila di cavalleria con i quali attravers l'Anatolia, percorse le rive del Ponto Eusino ai piedi del Caucaso e si diresse verso la Scizia. Il suo piano era esplorare, come sempre, e sottomettere le trib nomadi che osteggiavano i greci a nord del Ponto. Fu una campagna militare molto dura come quella ai tempi della Sogdiana e della Battriana. Poich il nemico era infido e veloce come il fulmine e non combatteva in modo convenzionale, Alessandro ci riorganizz con un sistema pi flessibile: i battaglioni di opliti si componevano di tre compagnie invece che di sei e combattevano con lance invece che con le sarisse. Noi facevamo parte del primo, con le compagnie Lupo, Ecate e Argo. Eravamo i migliori e combattevamo nel posto d'onore, vale a dire l'ala destra vicino alla cavalleria del re.
Noi, pens ancora Demetrio. Quella donna era diventata la voce dell'uomo paralitico a tal punto da condividere i suoi pensieri e i suoi ricordi?
 successo nel mese di apellaios, alla fine dell'autunno, quando le strade erano puri pantani, continu. Ci trovavamo sulle sponde del lago Meotide. Dopo aver sofferto come cani per mesi, avevamo i nemici in cima a una collina. L c'erano tutti quelli che si erano alleati contro di noi, sindi, issomati, sauromati, geti e non so quanti altri, per la prima volta riuniti nello stesso posto. I vestiti non ci si asciugavano da un mese, avevamo le tende fradice, i piedi marci pieni di piaghe e mangiavamo pane raffermo, perci desideravamo approfittare del fatto che quei bastardi si erano decisi a ingaggiare la battaglia e annientarli una volta per tutte.
A capo del nostro battaglione c'era Gorgo, disse indicando l'uomo immobile. Non c'erano altri guerrieri come lui. Quando brandiva la lancia in prima fila seminava il terrore tra i nemici come Achille e Aiace messi insieme. Lui e Alessandro erano stati compagni di giochi nel palazzo di Pella, ma Gorgo non era asceso cos velocemente perch era figlio di un capo scuderia e di una schiava. Alessandro gli aveva promesso che alla fine della campagna gli avrebbe dato un battaglione intero e lo avrebbe nominato Compagno Reale.
Alessandro esort pi di una volta Gorgo a contenere i suoi uomini, perch non facevano altro che gridare di essere lasciati liberi di caricare contro quei barbari. Ma il re aveva altri piani. Voleva passare dietro i nostri ranghi con la cavalleria, schierarsi sul fianco sinistro e attaccare da l, oppure aggirare la collina dove stavano i nemici e sorprenderli alle spalle, non lo so. Fatto sta che a noi ci  toccato aspettare a pi fermo quei barbari e sopportare i loro insulti, come fossimo dei codardi o dei volgari soldati di leva.
Cerdida si era alzato a fatica e ascoltava in silenzio come i due fratelli. Demetrio continuava a seguire con curiosit il racconto della donna perch era cos vivido da sembrare che lei stessa fosse stata tra le file della falange quel giorno.
Quindi eravamo l, prosegu, con la pioggia che picchiettava sui nostri elmi, i piedi sprofondati nel fango, le corazze di lino che assorbivano sempre pi acqua come se non pesassero abbastanza e oltretutto vedendo come quei bastardi che ci avevano reso la vita impossibile per mesi si prendevano gioco di noi da lass. E pensavamo che Alessandro non ci lasciasse attaccare solo perch tra noi e loro c'era una palude che ci arrivava fino alle ginocchia e perch poi bisognava attaccarli su per la salita. No, non ci convinceva, perci si inizi a sentire qualcuno che diceva: Carica! Carica! Carica!. Eravamo l da un po' senza avere notizie da Alessandro; gli uomini erano sempre pi nervosi e alcuni minacciavano di rompere le file. Allora ci fu un movimento nella compagnia Ecate, che era la seconda, e i capi del plotone, che erano in prima fila, cominciarono a correre verso la collina. Pensando di dover scegliere tra una disfatta e un attacco organizzato, Gorgo ordin al soldato con la cornetta di suonare i comandi imbracciare e di corsa. Tutto il primo battaglione inton il peana, e allora attraversammo la palude e caricammo su per la salita contro i barbari, che non potevano credere ai loro occhi. Non avevamo le sarisse, ovviamente, ma le lance normali. Ci cadde addosso una pioggia di frecce, ma continuammo a salire lungo il pendio. Il resto dell'ala destra ci segu credendo che obbedissimo agli ordini di Alessandro, e lui stesso non ebbe altro rimedio che assecondare l'attacco con l'ala sinistra e la cavalleria.
Fu una grande vittoria. Senza tattiche, senza manovre avvolgenti, senza truppe di riserva sferrate a sorpresa all'ultimo momento. Vincemmo solo grazie alla nostra aret, al nostro valore come guerrieri, perch eravamo migliori di loro. I pochi nemici rimasti vivi scapparono a briglia sciolta. Non avevano un grande bottino d'oro e gioielli, ma ci impossessammo del loro bestiame e dei barili di birra, e venne organizzata una grande festa.
Non era ancora met pomeriggio che gi avevamo iniziato a festeggiare la vittoria. Alessandro invi un messaggero per dirci che non potevamo bere, che dovevamo consegnargli il bottino preso e presentarci subito da lui. Pur sapendo che ci aspettava una bella sfuriata, non lo ascoltammo. Quella birra barbara era piscio di cane, ma ci saliva alla testa e noi ce la scolammo come se il mondo dovesse finire il giorno dopo. Ridemmo del messaggero, lo lanciammo in aria con una coperta e poi in una pozza di fango, dopodich continuammo a festeggiare.
A quel punto Alessandro ci invi cinque dei suoi paggi reali che ricevettero lo stesso trattamento del messaggero. Poi mand Lisania e dieci guardie. Nemmeno loro si salvarono dal lancio in aria, e oltretutto furono costretti a scappare perch qualcuno voleva buttarli nudi nel fango. Perci Alessandro mont in collera e venne da noi.
E lanciaste anche lui in aria?, domand Demetrio, incredulo.
Magari lo avessimo fatto, perch eravamo ubriachi fradici e come gli ubriachi pensavamo che le nostre stupidaggini piacessero agli altri. Ma Alessandro non venne a piedi, bens in groppa ad Amauro e caric contro di noi a capo dell'Agema. Prima che ce ne rendessimo conto avevano ucciso gi quattro dei nostri. Noialtri ci spostammo verso il centro delle nostre tende per difenderci, anche se la maggior parte non si teneva nemmeno in piedi. Allora lui, disse indicando Gorgo, salt davanti al cavallo di Alessandro per calmarlo. Amauro si impenn e gli calpest la testa e la schiena; solo allora Alessandro si calm. Scese da cavallo, raccolse lui stesso Gorgo da terra e ordin di portarlo via per farlo visitare dal suo dottore.
L'attacco di collera gli era passato, ma decise di darci una lezione a tutti. La fredda ira di Alessandro pu essere ancora pi pericolosa della sua rabbia: ordin ai suoi cavalieri di accerchiarci e disse che ci avrebbe risparmiato la vita solo se tra noi ci fossero stati dieci volontari che si fossero fatti giustiziare. Ubriachi com'eravamo, nessuno disse una parola. Uno a uno saltarono fuori dieci uomini, tutti capofila, gli stessi che avevano dato inizio alla carica senza autorizzazione. Proprio l, davanti a noi, Alessandro li fece crivellare con le lance.
Il giorno seguente, davanti a tutto l'esercito, ci tolse gli stendardi, i pennacchi dagli elmi e ci fece levare la pelle dagli scudi. Smettemmo di essere le compagnie Lupo, Ecate e Argo e diventammo tre compagnie senza nome. Non abbiamo avuto nemmeno un giorno di congedo da allora, ci pagano la met degli altri pezeteri, perch ovviamente non ci considerano pi Compagni. Siamo le puttane di Alessandro e come puttane ci trasciniamo nel fango. A volte combattiamo come fanteria leggera per servire da esca alla cavalleria nemica, a volte siamo cavalleria di montagna improvvisata in groppa ai muli, a volte ci tocca radere al suolo un villaggio durante la notte e uccidere tutti i suoi abitanti, donne e bambini compresi. Se bisogna piazzarsi ai piedi di una muraglia quando i difensori buttano calderoni di sabbia incandescente, ci siamo noi. Ma quando arriva il momento delle sfilate e delle decorazioni, noi possiamo solo stare a guardare.
Eravamo tre compagnie, ma abbiamo subto talmente tante perdite che si sono ridotte in due. E comunque ci mancavano quaranta uomini per riempire i ranghi, per questo ci hanno mandato voi. Lo ha voluto Leonnato, io non lo avrei fatto. Voi non capite chi siamo noi, voi non sapete perch siamo disposti a continuare al fianco di Alessandro finch l'ultimo di noi non muore, anche se sappiamo che non ci perdoner mai. Non so se un giorno riuscirete a capirlo.  uguale. Vi faremo schierare nelle nostre file per riempire i buchi, ma state sicuri che quando arriver il momento della battaglia non sarete in condizione di affrontare il nemico per essere ammaz-
zati. Questo  un nostro privilegio, l'unico che ci ha lasciato: morire per lui.
Lui ci ha tolto il nome, ma noi ce ne siamo dato uno. Siamo gli Agriopaides, i Ragazzi Selvaggi di Alessandro. Guadagnate il nostro rispetto e vi lasceremo restare qui. Adesso, fuori.
All'improvviso erano fuori, senza sapere bene come avessero fatto a uscire. Di fronte a loro c'era una tenda con i lembi aperti. All'entrata c'era un soldato, seduto sulla pedana graticciata per terra e li guardava con aria scherzosa. Anche lui masticava mastice.
Come vi  sembrato Gorgo, baccal?
A chi ti riferisci?, domand Demetrio. A lui o a lei?
Lui ha ben poco da dire, rispose il soldato. A tutti gli effetti lei  Gorgo ed  il capo del plotone. Avete qualcosa da obiettare?.
Demetrio guard Cerdida. Il giovane di Taranto, che ancora non si era del tutto messo in sesto, disse di no con la testa. Ma, per sua sorpresa, Euctemone sorrise a mezza bocca e disse:
 molto bella.
Era l'ultima cosa che si sarebbe aspettato dal fratello. Ma Demetrio sospettava che lo avrebbe sorpreso ancora.

In casa della gens Giulia.

Tra il lago di Diana e Roma c'erano poco pi di venti miglia, e Gaio Giulio spron i suoi uomini e prigionieri a percorrerli a tutta velocit. Preoccupato per il destino della sorella Giulila, voleva arrivare quanto prima, e riusc a varcare la porta Capena prima che il sole raggiungesse il suo zenit.
Come temeva, dovette perdere diverse ore per compiere formalit di vario genere. Prima di tutto, lui e i suoi uomini dovettero disarmarsi per attraversare il confine del pomerio, che coincideva solo in alcune zone con la cinta muraria. Entrare con le armi a vista non era una questione di poco conto: Romolo aveva ucciso il fratello Remo per aver violato quel perimetro sacro.
In seguito and dall'amico e cognato Gneo Cornelio Scipione, pretore della citt, che lo ricevette davanti alla Curia accompagnato dai suoi due littori.
Barbula ha nominato Papirio dittatore, lo inform Scipione. Solo due giorni fa.
Non era una notizia inaspettata. Sette anni prima Lucio Papirio Cursore era gi stato nominato dittatore per dirigere la campagna militare contro gli odiati sanniti. Papirio si era comportato con la sua solita brutalit, ricorrendo al flagello e ai suoi enormi pugni davanti alla minima indisciplina, ed era addirittura stato sul punto di uccidere il suo luogotenente Quinto Fabio, il magister equitum. A sua discolpa, c'era da dire che alla resa dei conti Papirio aveva sbaragliato i sanniti sul campo di battaglia. La vittoria avrebbe potuto essere definitiva, se non fosse stato per i soldati che, arrabbiati con lui per colpa della lite con Fabio, da sempre molto popolare, al momento di assalire e schiacciare i sanniti si dimostrarono talmente pigri da lasciar scappare il nemico, permettendogli di riorganizzarsi per campagne future. Per non parlare dell'umiliazione a cui avevano sottoposto un'intera legione alle Forche Caudine.
Tuttavia non erano i soldati che sceglievano il dittatore, ma era il Senato a proporlo e i magistrati con imperium a nominarlo. In quell'occasione era stato Barbula, il console che aveva ottenuto pi voti quell'anno, e che oltretutto era seguace e amico intimo di Papirio.
Sebbene Gaio Giulio non fosse sorpreso della nomina, non ne fu nemmeno contento. La sua famiglia non era mai andata d'accordo con la gens Papiria e, per essere pi precisi, il dittatore e il suo defunto padre erano nemici. Il fatto che Papirio fosse diventato il capo quasi assoluto della milizia e della politica romana non preannunciava alcun ruolo importante per Gaio nell'imminente guerra contro Alessandro.
Sono solo sei mesi, lo consol Scipione. Sono sicuro che la guerra durer di pi e tu e io avremo la nostra occasione. In ogni caso, aggiunse mettendogli una mano sulla spalla, nessuno potr portarti via la prima vittoria sui macedoni.
Il pretore fece portare i soldati macedoni al carcere Tulliano con la promessa di trattarli con umanit; ma aveva qualche dubbio sulla moglie di Alessandro.
Forse non avresti dovuto entrare con lei nel pomerio. In fin dei conti  una regina.
Quando i romani cacciarono Tarquinio il Superbo e fondarono la Repubblica quasi duecento anni prima, fu decretato che nessun sovrano sarebbe pi entrato nel confine sacro della citt. Gaio si volt e guard di traverso la giovane Agatoclea, che aspettava con aria altezzosa accanto al dottore.
Essere regina non  la stessa cosa che essere una delle mogli del re, perci credo che la norma non si possa applicare a questa giovane. Ospiter in casa mia lei e l'uomo che le sta accanto. Garantisco io per loro.
Visto che ne parli, chi  quel tizio alto con l'aspetto di un celtico?
 Nestore, il medico privato di Alessandro. Un ostaggio molto interessante.
Scipione lo guard negli occhi. Gaio aveva cercato di conferire alle sue parole un tono cinico, come se volesse dimostrare che l'unica cosa che gli interessava fosse il riscatto, ma il cognato lo conosceva bene.
Capisco. Speriamo che Fortuna sorrida a Lila. Mia moglie  gi a casa tua.
In poco tempo giunsero alla domus di Gaio Giulio, che si trovava all'inizio dell'Argileto, a circa duecento passi dal foro. Il tribuno insist che Nestore si rinfrescasse, mangiasse qualcosa e riposasse, ma il dottore voleva prima vedere la paziente.
Il mio dovere come patrizio romano  offrire....
Io ho i miei doveri come medico, lo interruppe Nestore.
Non hai nemmeno dormito stanotte.
Per favore, Gaio Giulio. Voglio vederla adesso.
Gaio, che sapeva riconoscere la determinazione che aveva lui quando la vedeva negli occhi di un'altra persona, acconsent. Agatoclea (o Clea, come insisteva che la chiamasse) la lasci nelle mani di sua sorella Giulia, la moglie di Scipione, affinch alloggiasse lei e le sue quattro serve.
E mia moglie?, domand a Pandemo quando lo accolse. Il liberto, un greco nato a Taranto, era il suo segretario e quasi il suo braccio destro.
 indisposta, domine. Questa mattina ha vomitato.
Che strano, borbott Gaio.
Da quando Valeria era incinta non si poteva minimamente contare su di lei. Era successo anche con la prima gravidanza: vomito, pessimo aspetto, smanie e capricci, giorni interi senza muoversi dal letto. Come se ci non bastasse, aveva abortito. Quel matrimonio gli dava ben poche soddisfazioni; pensava di divorziare nel caso in cui nemmeno quella seconda gravidanza fosse andata a buon fine. Non era mai stato convinto della sua promessa sposa, per quanto illustre fosse la sua famiglia, i Valerii. Per questo non si erano sposati con il rito sacro della confarreazione, che avrebbe significato vivere con Valeria per il resto dei suoi giorni.
Nemmeno sua madre usc ad accoglierlo. Ci lo mortific, ma non se ne stup. Da quando era morto il padre a causa di una gamba in cancrena per una freccia sannita, quattro anni prima, Cornelia aveva iniziato a vivere sempre pi di ricordi, la sua mente si era deteriorata poco a poco e gi da tempo aveva smesso di compiere i propri doveri di matrona. L'unica donna della famiglia che si comportava come una romana era Giulia, che non apparteneva pi alla sua casa, ma a quella di Scipione.
Attraversarono l'atrio e svoltarono a sinistra verso il cubicolo di Lila. Gaio ci sarebbe arrivato a occhi chiusi, guidato dalla lamentosa cantilena della madre. Appena entrati nella stanza, il dottore arricci il naso e aggrott la fronte. Malgrado fossero nel momento pi caldo del mese di sestile, due grandi bruciaprofumi ardevano erbe varie; alle pareti, al cassone e all'armadio erano appesi rami di alloro e finocchio, oltre ad altre piante che, purtroppo, non avevano un cos buon profumo; c'erano persino filze di aglio che pendevano dal soffitto, come se quella stanza fosse una dispensa.
Togliete tutto, disse Nestore. Poi alz lo sguardo verso una piccola finestra vicino al soffitto. Mentre i servi sgombravano quel giardino botanico, lui stesso si mise in punta di piedi e apr l'imposta. Con la porta e la finestra aperte, si cre un po' di corrente e Gaio Giulio tir un respiro di sollievo.
Il patrizio si chin per baciare la madre, seduta su un cassone con il velo nero sulla testa come se gi fosse in lutto. Lei, assorta nella sua litania ad Adeona, Angizia, Orbona, Libitina e un'infinit di altre dee ancestrali, nemmeno gli rispose.
Non pregare Libitina, madre, sussurr Gaio Giulio. Non  ancora morta. Ho portato un uomo che la curer.
Cornelia lo guard, e per un istante le brill negli occhi quella severit pungente che gli incuteva tanta paura da bambino.
Non ci si pu fidare degli uomini. Sesto  stato qui all'alba e le ha asperso acqua lustrale. Dice che Giulila potrebbe essere posseduta da una larva.
La madre, l'unica che in casa chiamava la bambina Giulila e non Lila, chin la testa e continu con le sue preghiere. Gaio Giulio si allontan da lei e rivolse un rapido saluto al tabernacolo degli di domestici, un larario a forma di piccolo tempietto nel quale era raffigurato il genio della famiglia accompagnato da due lari e un serpente, ormai scoloriti.
La sorella era distesa sul letto, battendo i denti per i brividi incontrollabili, mente la fedele Martina, la schiava che aveva cresciuto tutti, le teneva la mano e le asciugava la fronte con un panno. Gaio Giulio le diede un bacio e, dalle labbra, cap che aveva la febbre. Lila apr gli occhi e gli sorrise. Per giunta, alla poverina era caduto un dente.
Gaio non si stup del fatto che il cugino Sesto, sacerdote incaricato del culto di Volturno, attribuisse il male della bambina a un genio malvagio. Lila era dimagrita talmente tanto che non sembrava pi lei: era tutta occhi febbrili e umidi su una faccetta affilata come quella di un topo. E le parolacce e le bestemmie che le uscivano di bocca durante le peggiori convulsioni non potevano essere pronunciate da una bambina di sei anni.
Nestore si accovacci vicino al letto ed esamin la piccola, che aveva richiuso gli occhi e respirava con un rantolo stridulo, mentre apriva e chiudeva le dita della mano destra in movimenti convulsi.
Hai detto che  caduta da un albero del patio.
S, rispose Gaio. Stava giocando con le cugine, ci  salita per riprendere la palla e il ramo si  spezzato. Io ho visto tutto e sono uscito di corsa, ma era troppo tardi.  caduta sulla spalla, e di rimbalzo ha battuto la tempia a terra. All'inizio si lamentava solo del braccio, ma poi le pass in un paio di giorni.
Capisco. E quando ormai lo avevate dimenticato, improvvisamente....
 successo due settimane dopo. Io ero a cena a casa di Flavio, un amico, quando vennero ad avvisarmi. Lila stava giocando con Pulcra, disse Gaio, indicando una bambola di legno con i capelli di lana che stava accanto a Lila come fosse la sorella minore, quando Martina si accorse che stava iniziando a parlare in modo strano.
La donna annu senza smettere di guardare Lila.
Era come se cercasse le parole e non le trovasse. Mia povera piccola, che spavento si  presa! Boccheggiava come un pesciolino, disse la schiava. Gaio tradusse le sue parole, eccetto l'ultimo commento.
Riacquist la parola?, domand Nestore.
Gaio guard di nuovo Martina. Lei era stata pi tempo con Lila, perci le tradusse la domanda e continu a fare da interprete tra lei e il dottore.
Dopo quell'episodio, s, spieg la schiava. Ma spesso le succede di nuovo e rimane senza sapere cosa dire. Si inventa anche parole che non esistono o dice oscenit che non sono adatte a una bambina.
Altri sintomi?
Si lamenta che le si addormenta una gamba e anche un braccio, e a volte non riesce quasi a muoverli. Tutto ci quando non ha le convulsioni.
La gamba e il braccio di destra?.
Martina guard il dottore sorpresa e annu. Gaio Giulio sorrise. Il dottore aveva solo una possibilit su due di sbagliarsi. Quella domanda aveva tutta l'aria di essere una fanfaronata per impressionarli, sicuro.
Ha problemi a mangiare?
Guarda come sta, poverina, disse la donna, alzando il braccio della bambina. Era magro quanto quello della bambola di legno. A malapena riesce a inghiottire e poi vomita quasi tutto.
La bambina si era addormentata e il suo respiro era lento e profondo. Nestore le scopr il braccio. Aveva dei segni sulla spalla destra.
Le hanno messo una sanguisuga. Che mania di salassare la gente. Chiedile chi  stato, per favore.
 stata un'idea del barbiere, domine, rispose Martina. Disse che la bambina aveva troppo sangue, che se aveva perso la parola era per un eccesso di sangue e che la sanguisuga le poteva assorbire il male.
Nestore scosse la testa contrariato. Poi schiocc le dita un paio di volte vicino all'orecchio destro della piccola. Lei apr un po' gli occhi, ma era spaesata, come se in realt non lo vedesse. Il dottore si chin su di lei e le esamin gli occhi da vicino.
Ho bisogno di pi luce.
Si guard intorno e vide i lumini di ceramica accesi davanti al larario; allora si alz e ne prese uno. Cornelia fece per protestare.
Madre, lascialo, disse Gaio in tono severo.
Con molta attenzione, Nestore avvicin la fiamma al viso della bambina. Poi, da uno dei vari sacchetti che portava alla cintura, prese un frammento di cristallo di rocca levigato e lo mise sull'occhio di Lila. Gaio Giulio si avvicin per dare un'occhiata e rimase stupito nel vedere che l'iride della sorella era diventato il doppio. Per un attimo credette che il dottore avesse fatto un incantesimo maligno che avrebbe lasciato deforme Lila per sempre, ma quando Nestore mise il quarzo sull'altro occhio scopr che l'aumento era solo un artificio provocato dal cristallo.
Osserva bene e dimmi cosa vedi, disse Nestore, spostando di nuovo il cristallo da un occhio all'altro.
Gaio si chin su Lila. Da vicino, il suo respiro era secco e febbrile, il che gli ricord quando, a due o tre anni, si ammal alla gola e lui la tenne in braccio per tutta la notte. Anche allora sent la febbre nel suo respiro e pens che potesse morire, ma quell'infezione sembrava un'inezia in confronto al male che soffriva in quel momento.
Allora realizz che cosa voleva dire al dottore.
Ha la pupilla sinistra pi grande della destra.
Volevo che me lo confermasse qualcuno con la vista pi giovane della mia. Lila, aggiunse rivolgendosi alla bambina.
Che..., rispose con voce debole.
Ten hellenikn glossan gignoskeis?
S, sa un po' di greco, rispose Gaio per lei. Lui stesso aveva iniziato a darle lezioni l'anno prima.
Mi piace la tua bambola, disse Nestore, parlando molto lentamente. Come si chiama?
Pulcra.
Il dottore prese Pulcra, le sistem bene i capelli di lana e la mise tra le braccia di Lila. Poi si alz e fece un cenno a Gaio. Entrambi uscirono dalla stanza.
Puoi fare qualcosa per lei?, domand il patrizio.
Anche se dopo quello che ho detto sembra paradossale, devo salassarla. Ma non a un braccio o a una gamba. Alla testa.
Fai quello che ritieni necessario.
Non mi sono spiegato bene. Nestore lo guard negli occhi. Non si tratta di farle semplicemente un taglietto e aspettare che il sangue sgoccioli. Devo perforarle l'osso del cranio e togliere il liquido che le si  accumulato.
L'osso... del cranio?. Gaio sent che gli si stringeva lo stomaco. Aveva visto pi di una testa aperta nell'esercito, e poche appartenevano a gente ancora viva. Sei capace di farlo?
 un'operazione delicata. Finora ho praticato dieci trapanazioni. Cinque pazienti sono morti e gli altri cinque sono vivi, o perlomeno erano ancora vivi quando li ho lasciati. Tua sorella determiner il risultato decisivo.
Il dottore insist a operare come detto. Gli sembrava un miracolo che la bambina avesse resistito in quel modo da maggio, ma credeva che nel suo stato di consunzione potesse morire da un momento all'altro. La prima cosa che fece fu cercare un luogo adatto all'operazione. Aveva bisogno di un tavolo solido, abbastanza grande da contenere la bambina sdraiata e, soprattutto, abbastanza alto per non sfiancarsi lui. L'unico che trovarono con queste caratteristiche era quello del tablino, lo studio in cui Gaio riceveva i suoi clienti e visitatori.
 un tavolo molto costoso, disse Pandemo, sapendo che non navigavano nell'oro.
Non mi interessa se poi bisogna buttarlo. Andiamo.
Gli schiavi della casa lo trascinarono a fatica, perch era di marmo e aveva le gambe di bronzo che rappresentavano cavalli rampanti. Nestore lo fece mettere da un lato dell'atrio, dove il compluvio lasciava entrare la luce naturale; inoltre, cos sarebbe stato vicino alla cucina. I focolai erano gi accesi perch il dottore voleva acqua bollita in abbondanza. In un calderone pul i suoi strumenti, in uno pi grande fece lavare dalle schiave una gran quantit di garze malgrado fossero gi pulite, e in una terza casseruola pi piccola mise una spugna.
Controlla che questa non arrivi a bollire, disse al suo servitore.
Gaio pens che quella spugna fosse troppo importante per affidarla alle schiave della cucina. Inoltre era strano lo zelo con cui Nestore passava tutto nell'acqua in ebollizione e si lavava le mani e gli avambracci come se dovesse togliersi di dosso il miasma di un vecchio crimine.
Perch fai bollire tutto?, domand.
Gli strumenti, le mani e perfino l'aria che respiriamo sono pieni di spiriti invisibili. Questi piccoli demoni sono malevoli e sono talmente affamati che appena vedono una ferita aperta vi si precipitano per bere il sangue e divorare la carne fresca. Ma hanno un punto debole: l'acqua bollita li uccide.
Quando tutto fu pronto, Nestore fece portare vari tavolini in pi per disporli intorno al tavolo grande. Solo allora ordin di portargli la bambina. Martina stava per prenderla in braccio, ma Gaio la mise da parte e sollev la sorella dal letto. Lila gli mise il braccio sinistro intorno al collo; la mano destra si chiuse goffamente e rimase appesa come un ramo avvizzito. Per Castore, pens Gaio, le piume del mio elmo pesano di pi.
Che cosa fate a Giulila?, domand Cornelia.
Tranquilla, madre. Rimani qui e continua a pregare per lei.
Gaio port la bambina nell'atrio, stringendosela al petto perch non vedesse gli strumenti di metallo meticolosamente disposti sui tavolini: quelli che non terminavano con una punta avevano uncini ritorti o lame seghettate, e sembravano pi strumenti per torturare che per curare. Con molta attenzione, adagi la sorella sul telo che avevano steso sopra il tavolo di marmo.
 freddo, protest debolmente Lila.
Ti d molto fastidio? Vuoi che lo riscaldiamo un po'?.
La bambina sembr sul punto di dire qualcosa, ma non trov le parole e si limit a muovere leggermente la testa di lato.
Facciamolo subito, disse Nestore. Dobbiamo approfittare di questo momento in cui  tranquilla. Preferisco addormentarla ora che non ha le convulsioni.
Lo schiavo gli port la casseruola con la spugna calda. Il dottore la prese, la strizz un po' sull'acqua e poi l'avvicin alla bambina.
Puzza..., si lament lei.
Nestore le prese la testa con una mano e con l'altra premette la spugna contro il naso e la bocca. Lila piagnucol un po', ma ben presto i suoi gemiti si fecero pi deboli e non tard a chiudere gli occhi.
Che cos'?, domand Gaio.
Una spugna sonnifera. Si prepara immergendola in una mescolanza di papavero, giusquiamo e mandragora messa sul fuoco. Quando la cottura arriva a bollire ed evapora del tutto, si lascia asciugare la spugna e si tiene da parte. Poi, bisogna solo immergerla nell'acqua calda perch i farmaci recuperino i loro poteri.
Voi dottori greci possedete una magia sbalorditiva.
Questo lo uso solo io, disse Nestore, riponendo la spugna nella casseruola.  pericoloso, soprattutto con una bambina cos piccola. Ma non possiamo correre rischi. Se lo scalpello mi sfugge anche solo di un'unghia, posso ucciderla.
Nel frattempo si erano radunati nell'atrio tutti gli abitanti della domus e anche alcuni della case limitrofe. Tra patrizi, clienti, liberti e schiavi c'erano pi di trenta persone ammassate nell'atrio, che mormoravano e si spingevano per vedere pi da vicino che cosa avrebbe fatto quel guaritore straniero. Nestore ordin di fare almeno sei passi indietro e di stare in silenzio. I soldati che avevano accompagnato Gaio per sorvegliare i due prigionieri formarono un cordone e allontanarono il pubblico.
Ho bisogno solo di quattro persone accanto a me. Boeto, Gaio Giulio.... Lo sguardo di Nestore salt da Martina a Giulia. Chi mi aiuta deve avere lo stomaco forte e il polso fermo.
Lo far io, rispose Giulia in greco.
Anch'io posso aiutare, disse Agatoclea, che era appena uscita dalla stanza che le avevano assegnato. I legionari che accompagnavano la giovane dai capelli rossi guardarono Gaio con aria interrogativa. Lui annu.
Non avresti dovuto cambiarti il vestito, rispose il dottore, guardandola di sbieco. Potresti sporcarti di sangue.
Ci sono cose pi importanti, rispose, spostando Martina per avvicinarsi alla bambina.
Nestore le sorrise e torn al suo lavoro. Mentre il dottore immobilizzava la testa di Lila con un complicato sistema di cinghie, Gaio osserv gli occhi di Agatoclea. Per Venere Pudica, si disse, come guarda Nestore. Lei, la moglie di Alessandro, invaghita di un uomo al soldo di suo marito? La giovane si accorse che qualcuno la stava guardando e rivolse lo sguardo verso Gaio. Come una bambina sorpresa in una marachella, arross e abbass gli occhi sorridendo timidamente. Gaio, a cui le donne piacevano molto, eccetto, purtroppo, sua moglie, pens che quella giovane dal naso all'ins e gli occhi di smeraldo non era esattamente bella, ma nascondeva un fascino ardente come il fuoco dei suoi capelli.
Gaio scosse la testa per scacciare quei pensieri e, obbedendo alle istruzioni di Nestore, leg con degli stracci di tuniche vecchie le gambe della sorella, mentre Giulia le tagliava i capelli con le forbici.

Che peccato, disse Giulia.  nata pelata come una zucca. Con quanta fatica le sono venuti questi ricci!.
Dai, la sollecit Nestore. Solo a sinistra. Abbiamo fretta.
Quando Giulia ebbe finito, lo stesso dottore ras la tempia della bambina con una lama di rame. A Gaio fece pena vedere la sorella con quasi mezza testa calva, ma sapeva che a breve avrebbe visto cose peggiori. Allora si ricord qual era il suo compito, fin di legarle le gambe e rimase ad aspettare nel caso gli avessero chiesto di fare qualcosa. Nestore si gir verso il tavolo degli scalpelli, scelse il pi fino di tutti e fece un'incisione verticale sulla tempia, non lontano dal sopracciglio sinistro. Dalla ferita inizi a uscire sangue di un rosso scandaloso. Boeto, abituato ad aiutare il suo padrone, lo pul con una garza imbevuta di vino, che avevano portato da casa di Giulia e Cornelio, perch Nestore diceva che il migliore per quel genere di cose era quello invecchiato dieci anni e Gaio non ce lo aveva. Le schiave non facevano altro che portare stracci puliti, mentre Nestore applicava il vino puro con una generosit degna di un banchetto macedone.
Dato che l'emorragia non si fermava, il dottore applic un cauterio incandescente sui bordi della ferita. Lila si mosse un po' e gemette in sogno, mentre l'odore di carne bruciata si diffondeva nell'atrio. Boeto gli pass la spugna sonnifera e Nestore la tenne per qualche secondo sul viso della bambina fino a farla tranquillizzare di nuovo. Poi pratic un'altra incisione a due dita dall'altra, quasi sopra l'orecchio.
Dovete tenergliele aperte, disse ad Agatoclea e a Giulia, che erano bianche come un cencio.
Applic delle pinze su entrambe le ferite per spostare la pelle e lasciare scoperto l'osso, e poi disse ai suoi aiutanti di reggerle. Gaio Giulio aveva trovato molti morti sul campo di battaglia, aveva assistito a terribili mutilazioni e in un'occasione aveva visto due delle sue costole di fuori; ma era ben diverso contemplare il cranio aperto della sorella di sei anni.
Agatoclea e Giulia, spalla a spalla e trattenendo il respiro, tennero le pinze mentre Nestore sceglieva uno strano arnese a forma di T con un'estremit dotata di denti. Quando lo applic al cranio di Lila e inizi a girarlo, lo stridio della sega che perforava l'osso fece s che tutti serrassero le mascelle e chiudessero gli occhi.
Dopo aver fatto entrambi i fori, usc pi sangue che Nestore pul. Poi utilizz un altro strumento strano, una vescica d'animale piena d'acqua bollita con il sale e unita a un tubo sottile di rame. Anche se Gaio non vedeva bene perch il dottore gli copriva la visuale, ebbe l'impressione che stesse introducendo il tubo in una delle piccole brecce che aveva praticato nel cranio e poi schiacciava la vescica. Dall'altro usc un miscuglio di acqua e sangue scuro, il che gli fece fare un grugnito di soddisfazione.
Il tempo sembrava essersi fermato. Nestore non faceva altro che pulire con quella specie di siringa, applicare il cauterio e pulire di nuovo. Poi chiese a Boeto una cannula e il servitore gli porse un tubo sottilissimo e flessibile. Nestore si chin sulla ferita e Gaio non pot pi vedere quello che faceva.
Acqua, chiese infine il dottore.
Lo sguardo di Gaio incroci quello di Agatoclea. La giovane stava resistendo bene, anche se le iniziavano a tremare le mani perch le teneva in alto per reggere le pinze e, dal colore del viso, Gaio sospettava che il sudore che le scendeva dalla fronte fosse freddo e viscoso come quello che a lui inzuppava la schiena. Giulia, invece, era immobile come un lare nella sua nicchia e osservava senza battere ciglio quello che faceva il dottore. Una romana autentica, si disse Gaio, orgoglioso di lei.
Fatto, disse Nestore.
Gaio Giulio fece un respiro profondo. Solo in quel momento si rese conto di quanto gli facesse male il petto per aver trattenuto il fiato e la schiena per essere stato curvo e in tensione sulle gambette della sorella. Raddrizz le spalle e si avvicin al tavolo per vedere il risultato. Nestore aveva cucito le due ferite con la meticolosit di un sarto, ma non le aveva chiuse del tutto, perci al centro di esse fuoriusciva un estremo della cannula.
Bisogna controllare che non si poggi su questa tempia e non si faccia male, disse Nestore.
A cosa serve quel tubo?, domand Gaio.
 un drenaggio per far uscire il sangue. Quando tua sorella  caduta dall'albero, deve esserci stata un'emorragia dentro la sua testa. Minuscola, senza dubbio; ma il sangue si  accumulato sotto l'osso e a un certo punto questo ematoma ha iniziato a schiacciarle il cervello. Una ferita invisibile, ma mortale. Adesso l'abbiamo guarita.
Davvero? Star bene?, domand Giulia mentre si sfregava gli avambracci, sicuramente per placare un crampo visto che ormai era tutto finito.
Dipende tutto dai demoni. Se si impossessano della ferita e la infettano... Sono stato molto attento, ma bisogner aspettare tre giorni per saperlo.
Sono in debito con te, Nestore, disse Gaio, stringendogli la spalla.
Come ho gi detto, devi aspettare tre giorni prima di dirlo.
 uguale. Hai fatto pi di quanto potesse fare qualsiasi altro uomo. Non lo dimenticher mai.

Re dei re.

Erano solo due giorni che Neo, figlio di Cleopatra e del defunto Alessandro d'Epiro, conosceva Alessandro Ego, ma aveva gi tratto alcune conclusioni sul cugino. Per cominciare, Ego era molto pi intelligente di lui, bench avesse solo sei anni e Neottolemo nove. Bastava solo sentirlo parlare. Con la madre lo faceva in persiano, una lingua dal suono esotico e musicale e della quale Neo non capiva nemmeno mezza parola. Quando invece si rivolgeva a Cleopatra o ai cugini, usava il greco comune con un accento perfetto e senza sbagliare un solo verso, il che sarebbe stato lodevole persino per un adulto. Ma la cosa che pi mortificava Neo era che, nonostante non fosse la sua lingua materna, Ego utilizzava parole che lui non capiva, e si permetteva addirittura il lusso di condire le frasi con parolacce e bestemmie in dialetto macedone.
La seconda conclusione sul cugino era che gli dava i brividi. Ego era convinto che sarebbe diventato re e di conseguenza faceva i suoi piani. Ogni volta che qualcuno lo contraddiceva, faceva finta di scrivere sul palmo della mano una sentenza di morte con tutti i particolari, e bisognava riconoscere che la sua fantasia riguardo alla tortura era infinita. Cadmia, la sorella di Neo, si tappava le orecchie per non sentire i dettagli raccapriccianti dei supplizi che inventava Ego; Neo invece, che provava un'ambigua e morbosa attrazione per tutto ci che avesse un legame con la morte, lo ascolta-
va ipnotizzato.
In teoria, anche Neo sarebbe stato re quando avesse raggiunto la maggiore et, ma solamente dell'Epiro, l'agreste e povero paese in cui era nato e nel quale desiderava tornare. Le ambizioni di Ego arrivavano molto pi lontano: in quanto figlio di Alessandro e Rossane, era convinto che sarebbe diventato Re dei Re o, come diceva lui, xshayathiya xshayathiyanam, che sembrava molto pi impressionante.
Neo non ne era tanto sicuro: che Ego fosse il primogenito di Alessandro non gli garantiva niente. Era l'assemblea macedone, il popolo in armi, che sceglieva il re.
Dovranno eleggere me, rispondeva Ego. I sudditi dell'impero dell'Asia accetteranno solo chi ha il sangue reale persiano come me.
Quel discorso lo si poteva rovesciare: i sudditi europei di Alessandro non avrebbero mai accettato qualcuno nelle cui vene scorreva sangue asiatico. Perch Ego non era greco, di questo Neo era sicuro. Dicevano tutti che somigliasse molto ad Alessandro, ma per chiunque era evidente che fosse il ritratto della madre. Un barbaro, insomma.
Ma Neottolemo non era molto sicuro che lui e la sua famiglia fossero greci. Sentendo parlare la madre, il patrigno Perdicca, lo zio Alessandro e altri parenti, Neo aveva notato che a volte si definivano greci e si vantavano di esserlo, mentre altre volte si chiamavano macedoni e riservavano il termine greci ad altre persone, accompagnandolo per di pi da epiteti come codardi, avidi, effeminati, decadenti o bugiardi.
Noi siamo greci?, aveva domandato una volta alla madre.
Che domande fai?  ovvio che lo siamo.
Perch  cos ovvio?
Per molte ragioni. La madre le elenc con le dita, come una lezione imparata a memoria. Parliamo greco, adoriamo gli di che vivono sul monte Olimpo, consultiamo l'oracolo di Delfi, partecipiamo ai giochi olimpici, i fondatori della nostra casa reale provengono dalla citt di Argo e siamo stati noi ad aver vendicato l'invasione della Grecia e l'incendio dei templi di Atene. Ti sembra sufficiente?.
Neo era un po' confuso, ma insist.
E allora perch a volte parliamo dei greci come se noi non lo fossimo?
Perch, oltre a essere greci, siamo anche speciali.
Significa migliori?
Certamente!, rispose la madre con entusiasmo. Con i greci abbiamo in comune l'intelligenza, l'eleganza e l'amore per la bellezza. Ma in compenso non abbiamo perso le virt dei nostri antenati. Siamo gli unici che continuano a rispettare il valore, l'onore e la verit, e anche gli unici che ancora obbediscono ai propri re e che non si lasciano guidare come pecore dai demagoghi delle assemblee.
Mentre i tre bambini giocavano nel giardino della casa che aveva prestato loro la vecchia vedova di Poseidonia, Cadmia, che sapeva a memoria le relazioni e gli intrighi della famiglia degli Argeadi, disse a Ego:
Non  vero. Non ti eleggeranno re. Tu avrai pure il sangue della famiglia reale di Macedonia, ma non di quella di Persia. Tua madre  solo la figlia di un governatore. L'unico ad avere contemporaneamente il sangue reale di Macedonia e di Persia  Ciro Aminta, aggiunse, riferendosi al figlio di Alessandro e Statira, un cugino che lei e Neo conoscevano solo per sentito dire.
Ritira subito quello che hai detto, disse Ego.
Perch devo ritirarlo se  la verit?
Ritiralo.
Non mi va!.
Per tutta risposta, Ego le diede un calcio sullo stinco con tutte le sue forze. Cadmia si mise a saltare sulla gamba sana tenendosi quella dolorante e scoppi a piangere. Neo, a cui la madre aveva insegnato che l'onore e l'integrit della sorella valevano pi dell'oro e dell'ambrosia messi insieme, si scagli su Ego e gli diede uno spintone. Il futuro Re dei Re cadde di schiena sull'erba, ma si alz subito e si guard intorno. Accanto a lui c'era un'aiuola delimitata da pietre nere e porose. Ego afferr la prima che trov e la tir a Neottolemo, che si scans all'ultimo e la pietra gli sfior la testa. Ma subito dopo arriv Ego brandendo un ramo con cui lo colp sulla bocca. Neo indietreggi con la mano sul labbro inferiore. Stava sanguinando e gli faceva molto male. In un attimo aveva imparato una dura lezione: suo cugino era una di quelle persone che rispondono a un'aggressione con un'altra ancora pi violenta e che non si fermano davanti a niente; mentre lui, Neo, era di quelli che si impauriscono.
Non provare a toccarmi di nuovo, disse Ego. Il re di Persia  intoccabile.
Tu non sei il re di niente, rispose Neo, ma con il capo chino e arretrando davanti al cugino.
Se provi ancora a toccarmi, quando sar xshayathiya ti far piantare le mani e i piedi nella terra, e io stesso ti strapper la pelle, ti taglier la pancia e ti ci piscer dentro perch ti bruci ancora
di pi.
Una bestialit cos detta da un bambino macedone avrebbe fatto ridere Neo, ma sentirla dalla bocca del cugino gli fece accapponare la pelle.
Non sarai mai re, disse Cadmia, che ormai aveva smesso di zoppicare, ma si teneva a una distanza prudenziale. Lo zio Alessandro  un dio e non morir mai.
Io sar re entro sei anni.
Non, non lo sarai.
Far a Eskandar, chiamava sempre cos suo padre, quello che lui ha fatto a Filippo. Lo uccider con le mie mani.
Alessandro non ha ucciso il nonno!.
S che lo ha ucciso.
Non  vero. Neo appoggi la sorella. Filippo  stato assassinato da Pausania.
E chi credete che abbia incaricato Pausania a commettere quell'assassinio?  stato Eskandar, idioti. L'aria di sufficienza di Ego era talmente odiosa che Neo gli avrebbe schiacciato il naso, ma non ne aveva il coraggio. Chiss come avrebbe potuto reagire stavolta il cugino.
E tu che ne sai? Te lo ha raccontato tuo padre?
No,  stata mia madre. Sapete cosa stava pianificando Filippo quando  stato ucciso? La conquista dell'Asia! Eskandar diceva che suo padre non gli avrebbe lasciato niente una volta diventato re. Per questo lo ha ucciso.
Non lo capisco, disse Cadmia.
Era logico che la sorella non lo capisse, pens Neo, perch era una bambina e le bambine non sanno niente di guerre n di conquiste n della gloria di un generale. Ma a lui pareva ragionevole quello che diceva Ego, e anche inquietante. Suo zio, un parricida? Anche se non voleva crederci, il cugino aveva insinuato in lui il dubbio.
Ma io non aspetter i vent'anni, continu Ego. A dodici an-
ni potrei gi cavalcare e comandare un esercito, quindi per allora uccider Eskandar. E poi sposer te, aggiunse indicando
Cadmia.
Io non voglio sposarti!.
Siccome sar il re, dovrai obbedirmi. Ti rinchiuder nell'harem e non potrai mai pi vedere tua madre e tuo fratello.
Cadmia chiuse i pugni. Neo cap che si stava avvicinando un nuovo attacco di violenza e doveva aiutare la sorella, ma gli si strinse lo stomaco dalla paura. In quel momento Argo, il cucciolo di Berenice, che stava giocando in un arenile dall'altra parte del giardino, arriv zampettando, perch l'erba era troppo alta per lui. Berenice lo seguiva quasi con la stessa goffaggine. Ego si dimentic per un momento dei suoi sogni di conquista e dei suoi istinti omicidi e si accucci ad accarezzare la pancia di Argo. Neo sospir. Forse, sotto sotto, il figlio di Rossane e Alessandro aveva qualcosa di simile a un cuore.
Perdicca e il nipote si lavarono a una delle vasche improvvisate in un padiglione da campo. Avrebbero potuto andare in citt per farlo a casa, ma avrebbero perso tempo, e Perdicca era stato convocato a una riunione con Alessandro e altri generali. In realt, non era per quello, ma per non incontrare Rossane.
Due giorni prima, la moglie di Alessandro, con la scusa di voler conoscere la cognata, si era presentata alla dimora della coppia. Per Perdicca era stato un incubo. A ventotto anni, la bellezza della battriana non era appassita nemmeno un po', e oltretutto sembrava pi assennata e matura, come se i suoi lineamenti avessero trovato il loro perfetto e definitivo posto. Ma Perdicca non riusciva ad apprezzare quella bellezza ideale che sarebbe piaciuta persino a Platone. Notava solo i suoi sguardi di sottecchi e l'espressione fredda della sua bocca quando pensava che nessuno la vedesse, e sentiva solo i discorsi apparentemente innocenti in cui usava la parola veleno per creare qualche metafora negativa. Come per esempio:
I romani e i cartaginesi sono il veleno dell'Europa. Ma con l'aiuto di tuo marito, aggiungeva, rivolgendo un sorriso a Perdicca, Alessandro riuscir a non intossicarcisi.
Purtroppo, Cleopatra era rimasta affascinata da Rossane. La battriana sapeva essere incantatrice. Perdicca capiva che, senza conoscerla bene, nessuno avrebbe sospettato che dietro quel suo sorriso raggiante e i suoi enormi occhi neri si nascondevano disegni pi freddi e disumani delle vette gelate del Paropamiso. E poi Rossane le raccontava storie di paesi esotici, cosa che il fratello, sempre occupato, non aveva mai fatto.
Quando si misero a letto, Cleopatra disse a Perdicca:
Che luoghi meravigliosi che avete visto!.
Gedrosia non era affatto meravigliosa, te lo assicuro.
Quando questa campagna finir, devi portarmi in Asia, disse con sguardo sognante. Voglio vedere insieme a te i giardini pensili di Babilonia, e le piramidi d'Egitto, e le terme di Ierapoli, e i palazzi d'oro e d'azzurrite di Samarcanda, e....
Ti ci porter, Cleopatra, disse Perdicca, mettendola a tacere con un bacio. Ti prometto che percorreremo insieme la Via Reale tra Sardi e Susa.
Dopodich, fecero l'amore e lui lo fece con talmente tanto ardore che lei, ridendo, dovette chiedergli di calmarsi se non voleva che il figlio nascesse con sei mesi d'anticipo. Alla fine erano entrambi esausti, ma nemmeno cos Perdicca riusc a togliersi Rossane dalla testa.
Oltretutto, la battriana sarebbe tornata il giorno dopo perch aveva deciso di fare visita alla cognata tutti i giorni. Solo a pensarci, a Perdicca veniva la nausea.
Perch fai quella faccia, zio?, domand Gavane mentre gli passava lo strigile sulla schiena. C' qualcosa che abbiamo fatto male oggi?
Qualcosa? Centinaia di cose!, rispose Perdicca. Ma non era questo, non ti preoccupare. E poi, tu sei stato bravissimo. Sono orgoglioso di te.
Al nipote s'illumin il viso. Si erano allenati con i Compagni sin dall'alba. Prima avevano provato le manovre a plotoni, poi a squadroni di duecento e alla fine della mattinata avevano cavalcato e provato variazioni, inversioni e giri in due grandi gruppi da quattro e da cinque squadroni. Era la prima volta che Gavane vedeva tanti soldati di cavalleria insieme. Era uno spettacolo, pens Perdicca, ma anche un'attivit ostentata e caotica: milleottocento cavalli occupavano talmente tanto spazio che un osservatore poco avvezzo avrebbe potuto pensare che fossero il triplo o il quadruplo, e mentre manovravano non smettevano di sudare, nitrire, scalpitare e riempire il campo di escrementi.
Comandare un'unit di fanteria era complicato, perch un battaglione di opliti non era formato da una massa quadrata di millecinquecento scudi e altrettante sarisse, come avrebbe potuto pensare chi leggeva le cronache delle battaglie. Dietro ogni scudo c'era un soldato, e ogni soldato era un individuo con paure e speranze, ambizioni e manie, vizi e virt. E, peggio ancora, con idee proprie su tattica e strategia che spesso non andavano d'accordo con quelle del generale. Per manovrarli, questi doveva imparare l'arte della lusinga e della minaccia e trattarli con pugno di ferro in guanto di
velluto.
Ma tutte queste difficolt si moltiplicavano quando si trattava di comandare truppe di cavalleria. In primo luogo, quasi tutti i cavalieri erano membri dell'aristocrazia macedone, guerrieri che avevano come modello campioni omerici orgogliosi e selvaggi come Achille o Diomede, e sottomettere alla disciplina militare gente cos presuntuosa non era compito facile. In secondo luogo c'erano i cavalli, quelle bestie che chiamavano nobili, ma che avevano anche le loro paure e bassezze, ricorrevano a sotterfugi, mordevano, scalciavano ed erano capricciose e bizzose come una donna incinta. Quando Perdicca si lamentava che non c'era modo di manovrare tutta la cavalleria come una sola un'unit, Alessandro rideva.
Te ne rendi conto solo ora? Ah, Perdicca,  pi difficile accontentare te che mia madre.
Forse era vero, pensava Perdicca. Magari quello che voleva lui era irraggiungibile. Alzare un dito perch tutto l'esercito facesse subito silenzio. Chiedere ai suoi uomini di continuare a esercitarsi nelle formazioni quando il sole di mezzogiorno arroventava gli elmi come ferro sul fuoco. S, magari quello che voleva lui era essere Alessandro in persona...
Quei cavalieri persiani sono splendidi, comment Gavane. Ormai lavati, unti di oli aromatici e abbigliati con vestiti puliti e corazze leggere si dirigevano verso la tenda di Alessandro. Alla loro sinistra c'erano i padiglioni dei catafratti. La mattina avevano visto gli uomini di Ossibace giostrare di due in due; era l'unico addestramento al quale si sottoponevano.
Avresti preferito cavalcare con loro prima di essere un Compagno?, domand Perdicca.
Certo che no! Ma Alessandro avrebbe potuto formare un'unit di catafratti macedone. Sarebbe stato magnifico, non credi?
Ha soppesato l'idea, ma gli  sembrata cara e poco efficace. Per il momento si accontenta del battaglione di rinforzo che gli ha portato il cognato.
 un peccato. Mi sarebbe piaciuto avere un'armatura come la loro!.
Io ne ho provata una e ti posso assicurare che  davvero scomoda. Quando vai al galoppo, la cotta di maglia si alza completamente e poi cade di colpo sulle spalle. Se non ci sei abituato, ti riempi di graffi ed escoriazioni. Personalmente, per cavalcare preferisco una corazza di lino o un petto di cuoio aderenti.
Gi, ma quando attaccano con quel blindaggio saranno inarrestabili.
Perdicca schiocc la lingua, scettico. I catafratti, spieg al nipote, avevano un modo molto diverso di combattere. Invece di formare un cuneo come i macedoni o un rombo come i tessali, si schieravano tutti in un'unica riga e cavalcavano in questo modo contro l'avversario, sperando di demoralizzarlo. Certo, bisognava avere una certa tempra e molta disciplina per non cedere di fronte all'avanzata maestosa di quella marea di metallo che faceva tremare la terra sotto gli zoccoli dei propri cavalli. Per se si mantenevano i ranghi serrati, nemmeno i catafratti potevano farsi strada tra una barriera di opliti.
 meglio attaccare in linea o a cuneo come noi?
 diverso. Quando si attacca in linea bisogna farlo al trotto, perch se i cavalli vanno al galoppo, i pi focosi e veloci superano subito gli altri. Invece i pi lenti e timidi rimangono indietro e i guerrieri, che di solito hanno una personalit simile a quella dei loro cavalli, ne approfittano per farsi sempre pi ai lati e lasciare che la parte pi dura dello scontro se la vedano gli altri. Ci fa s che la formazione si disperda.
Capisco.
Il nostro spiegamento a cuneo evita questa dispersione. Tanto per cominciare, i cavalieri e i cavalli che stanno al vertice sono i pi valorosi e in punta c' il capo della formazione.
Questa era la chiave. L'aret del capo, che fosse Alessandro montato su Amauro o Perdicca in groppa alla sua Aicm, dava l'esempio ai propri uomini, che si sarebbero vergognati di rimanere indietro e, allo stesso tempo, avrebbero visto che era un altro guerriero, e non loro, a scontrarsi per primo con le file nemiche, e questo li tranquillizzava. Qualcosa di simile succedeva ai cavalli, che in fin dei conti erano animali. Per loro, scagliarsi contro il nemico non era molto diverso che scappare di corsa da una minaccia. C'era solo bisogno che i corsieri in testa alla carica fossero appositamente dominanti e focosi e, soprattutto, che obbedissero ai padroni.
Ma comunque una carica di cavalleria non  una passeggiata come credi tu.
Non sono proprio un novellino, zio. In Tracia ho partecipato a una battaglia.
Lo so. Mi hanno raccontato che hai ucciso un barbaro con la tua lancia, disse Perdicca, cingendogli il collo con il braccio. Ma scommetto che gli uomini che avete messo in fuga non formavano una parete di scudi e picche come fanno i nostri!.
No, ammise Gavane.
Cos  molto pi facile far scappare i nemici. Ma non  la stessa cosa quando si piazzano spalla a spalla, piantano il puntale delle lance nella terra e rivolgono le punte verso il muso del tuo cavallo.
I romani non sono i macedoni. Appena ci vedranno caricare contro di loro,  sicuro che scapperanno con la coda tra le gambe.
Perdicca cap che quel giorno il nipote era euforico. Era la prima volta che cavalcava in un'unit cos numerosa, perch alla fine dell'esercitazione Perdicca aveva riunito cinque squadroni che, galoppando, avevano disegnato sulla pianura le zanne aguzze di una bestia gigante. Era umano che, facendo parte di quella marea di muscoli, ferro e bronzo, ci si potesse sentire invincibili.
Io stesso ho dovuto affrontare a pi fermo gli attacchi della cavalleria nemica, disse Perdicca.  ovvio che quando vedi avvicinarsi quei centauri blindati ti tremano le gambe. Montato a cavallo, la testa di un cavaliere sta a pi di un cubito al di sopra della tua, e ti sembra un gigante. Inoltre, un corsiero di cavalleria pesante con il guerriero e le sue armi pesa circa trenta talenti, quasi dieci volte di pi di un soldato di fanteria.
Tuttavia il cavallo ha pi paura del soldato che lo aspetta a pi fermo, perch non  una belva sanguinaria ma un erbivoro che addestriamo e forziamo a galoppare contro gli stessi nemici che vogliono ucciderlo, invece di seguire il proprio istinto naturale, che  quello di fuggire. E per quanto li obblighiamo, c' una cosa che un cavallo non far mai di sua spontanea volont, vale a dire scagliarsi contro una parete, che sia di conci di pietra o di scudi di quercia.
Allora cos' successo a Tegea? Come avete rotto le file degli spartani?.
Perdicca fece un mezzo sorriso. Quella battaglia cos recente (era passato poco pi di un anno) gli richiamava alla memoria ricordi agrodolci. I greci erano insorti, lui non era riuscito a domare la ribellione con le truppe di cui disponeva in Macedonia e poi aveva subto un paio di disfatte a Tanagra e a Capo Artemisio. Visto che la situazione era critica, era accorso Cratero con i rinforzi da Babilonia, e anche con un ordine scritto e sigillato da Alessandro in cui lo nominava generale capo per quella campagna. Considerando che Perdicca era reggente della Macedonia e che, in teoria, doveva prendersi carico lui delle questioni che riguardavano i greci, quello poteva essere considerato un gesto di disprezzo, ma non aveva avuto altra scelta che rassegnarsi per colpa delle sue due sconfitte precedenti.
Cratero aveva condotto la battaglia come piaceva a lui, vale a dire spostandosi a cavallo per tutto il fronte. In questo modo si faceva sempre vedere dai soldati per infondere loro coraggio, poteva dare istruzioni ai comandanti e ai generali e controllare sempre le manovre del nemico. Ma non si metteva mai in prima linea in nessuna formazione. Perdicca sapeva che non era per paura, perch nonostante Cratero avesse molti difetti (prepotenza, superbia, sciatteria, ignoranza) non si poteva dire che fosse un codardo, ma perch preferiva controllare il pi possibile tutti gli aspetti della battaglia e non trascurare la visione d'insieme. Il fatto era che aveva lasciato a Perdicca il comando degli otto squadroni di Compagni che partecipavano alla battaglia e, per caso, ci gli aveva dato l'opportunit di assestare il colpo definitivo.
Mentre si avvicinavano al padiglione di Alessandro, che gi si vedeva in lontananza, Perdicca raccont al nipote com'era successo il tutto. Era il secondo attacco che sferravano contro la muraglia di scudi spartani. Il primo aveva rispettato lo svolgimento regolare: i Compagni erano passati dal trotto al galoppo a una quarantina di passi dalla linea nemica, tra il suono delle trombe e grida di eleleleleleu. Quando videro che gli spartani non si scomponevano, i macedoni avevano frenato i cavalli per evitare uno scontro frontale che sarebbe stato disastroso tanto per gli attaccanti quanto per i difensori. A due passi dalla linea nemica, avevano combattuto contro la prima fila spartana da sopra i loro cavalli. Nel vedere che, malgrado la maggior lunghezza delle loro lance, non ottenevano grandi risultati, si erano ritirati.
Ma nel secondo attacco, quando Perdicca ordin un'inversione a sinistra a dieci passi dalla parete di scudi, un giavellotto attravers il collo del corsiero che montava Pitaco, l'ufficiale che cavalcava alla sua destra. Il cavallo, morto o agonizzante, continu con il suo attacco senza ascoltare gli ordini del suo padrone e si precipit dritto contro gli spartani. Era un animale molto grande, non il pi alto ma il pi pesante dello squadrone, e la sua massa enorme si scontr senza alcun controllo sugli opliti della prima linea. Il cavallo li schiacci sotto il suo peso e travolse anche i quattro successivi, mentre Pitaco volava per aria e finiva infilzato dalle lance della quarta fila.
I cavalieri che seguivano Pitaco nella parte esterna del cuneo videro la confusione creata dal tremendo scontro e, invece di tornare indietro come gli altri, si infilarono nella breccia e servendosi del peso dei propri cavalli continuarono a spingere e a farsi spazio a colpi di lancia. Perdicca, che aveva visto con la coda dell'occhio quanto era accaduto, fece girare tutta la formazione su s stessa come una trottola e scagli lo squadrone contro le file spartane.
Il resto era storia. La leggendaria fanteria spartana era stata sconfitta dai Compagni e la ribellione dei greci domata.
Per quello  stato un episodio della battaglia, una casualit, concluse Perdicca. Non pensare che possa succedere ancora. Da quello che sappiamo, i romani hanno una fanteria ben organizzata e temo che non riusciremmo a scomporli nemmeno se scagliassimo contro di loro una carica di amazzoni nude.
Potrebbe essere una buona idea, disse il giovane, con gli occhi che gli brillavano al solo pensiero.
Perdicca lo lasci assorto nelle sue fantasticherie ed entr nel padiglione reale. Sospettava che Alessandro li avesse convocati per comunicare loro quanto si mormorava nell'accampamento: che in una sola volta aveva perso pi di seicento uomini e la moglie siciliana insieme a una nave da guerra che valeva quanto tutta la flotta intera. E anche, pensava Perdicca, Nestore. Che si metta a curare gli acciacchi a Nereo, si disse senza un minimo di compassione.

Sasso, forbice e papiro.

Fuori dalle mura di Roma, tra un'ampia ansa del fiume Tevere e i declivi del colle Pincio, si estendeva il Campo Marzio, dove c'erano un paio di boschetti e alcuni santuari sparsi, come l'altare delle divinit infernali eretto vicino alle sorgenti sulfuree dell'angolo nord-ovest; ma la maggior parte del terreno era una vasta spianata in cui pascevano i cavalli dell'esercito e dove si riunivano e si addestravano le legioni. Quel giorno toccava alla Terza e alla Quarta, che provavano cambi di file e di manipoli tra astati e principi. Erano presenti anche i triari: i veterani godevano di molti privilegi, come quello di saltare l'addestramento nei giorni ordinari, ma la minaccia di Alessandro a meno di duecento miglia da Roma aveva costretto a intensificare le esercitazioni.
Nel frattempo, nella zona nord del campo, si erano formate lunghe file di cittadini davanti ai tavoli adibiti all'arruolamento. Il dittatore aveva deciso che, a causa del pericolo imminente, era necessario adottare misure estreme, perci aveva ordinato di reclutare altre quattro legioni. Per la prima volta nella storia, Roma schierava in campo otto legioni, e aveva dovuto ricorrere agli alleati perch contribuissero allo sforzo bellico con altre otto. Intanto, le fucine della citt e dei dintorni fumavano giorno e notte e i martelli che battevano senza sosta disturbavano il son-
no dei vicini e ricordavano loro che si avvicinava una battaglia di grande portata, a cui Roma non aveva mai partecipato fino ad
allora.
L, al Campo Marzio, si present Gaio Giulio con l'uniforme da tribuno e il vistoso paludamento bianco. Il dittatore aveva convocato lui e Scipione nella Villa Publica, vicino alle mura. I servi della villa erano intenti a spazzare, a lavare i pavimenti e a dare una mano di tinta nuova alle pareti. Era stato annunciato che in pochi giorni sarebbero arrivati gli ambasciatori di Alessandro e perci bisognava fare buona impressione perch non credessero che Roma fosse una volgare cittadina come quelle dei sanniti.
Mentre aspettavano in uno degli atri, Scipione diede a Gaio una pacca sulla spalla.
Sorridi, Gaio. Hai fatto grandi cose. Poi aggiunse sottovoce: Nemmeno quell'orso brontolone di Papirio pu avere niente da obiettare. Pu essere che riceverai una decorazione.
Sono a Roma da otto giorni, Gneo, e non si  degnato di ricevermi fino a oggi.
Il dittatore  un uomo molto occupato. Vedrai che tutto andr bene.
Gaio scosse la testa. Aveva un nodo in gola, e non per timore. Sapeva di antichi consoli che avano comandato eserciti interi e a cui, tuttavia, tremavano le gambe quando dovevano presentarsi davanti a Papirio. Ma a lui non faceva paura il dittatore, per quanto formidabile fosse. La sua angoscia era dovuta a una convinzione che si era accresciuta durante le nundine quando era in casa sua senza fare niente. Aveva il presentimento che il destino gli stesse giocando un brutto tiro. Certo, aveva vinto i macedoni e nei cenacoli si iniziava a parlare di lui come dell'eroe del momento. Ma precisamente in quell'istante, quando intravedeva la possibilit di affermarsi nel branco di depredatori porporati che dominavano le file del Senato e dell'esercito, temeva come non mai che Fortuna, Marte e Bellona lo abbandonassero.
Il dittatore vi pu ricevere adesso, li avvis un littore.
Papirio era seduto sulla sua sedia pieghevole di avorio, in un portico che affacciava a ponente dal quale poteva comodamente osservare il prato dove si esercitavano la Terza e la Quarta sotto gli stendardi del cinghiale e del minotauro. Era attorniato da vari littori, la scorta dei magistrati dotati di imperium, un'istituzione ereditata dai re del passato. Come dittatore, Papirio poteva averne ventiquattro di diritto, quanto quelli di entrambi i consoli messi insieme. I littori erano plebei e liberti scelti per l'altezza e i muscoli, uomini forti e dal portamento ieratico che tenevano sulla spalla i fasci, grossi mazzi di rami di betulla legati da cinghie di cuoio rosso. Quando erano all'interno del pomerio, li utilizzavano per percuotere quanti si opponevano all'autorit dei magistrati; quando erano all'esterno, inserivano una scure tra le verghe, perch fuori dal confine sacro i magistrati potevano ordinare l'esecuzione delle condanne a
morte.
Il dittatore poteva farlo anche dentro il pomerio, ricord Gaio Giulio. Bisognava andarci con i piedi di piombo con Papirio, perch per sei mesi avrebbe goduto di un potere quasi assoluto. Nessuno poteva opporsi alle decisioni del dittatore.
Papirio fece cenno ai suoi uomini di andarsene e rimase solo con Gaio Giulio e Scipione. Poi si mise comodo sulla sedia e spost la tunica per nascondere la pancia. Era pi alto addirittura di Gaio e da giovane era stato un atleta. A sessant'anni ancora resisteva nelle marce quanto gli altri; qualche centurione che era stato sotto il suo comando diceva che era la rabbia a spronarlo quando doveva salire su per un pendio. Aveva le mani da contadino, con le dita grandi e a forma di spatola, e gli piaceva usarle per colpire la testa dei ribelli senza dover ricorrere ai littori. Il viso rubicondo e le venuzze del naso tradivano quanto poco gli piacesse allungare il vino con l'acqua. In quel momento, malgrado non fosse ancora la terza ora, aveva accanto a s un tavolino con una brocca di vino fresco e un calice di terracotta.
Il tribuno Gaio Giulio Cesare, signore.
Papirio bevve un sorso e si asciug le labbra con il dorso della mano. Poi chin il capo e osserv il giovane tribuno attraverso le irsute ciglia. Era la prima volta che si parlavano.
Conoscevo tuo padre.
Lo so, disse Gaio, guardandolo senza battere ciglio.
Numerio era un buon soldato e un buon romano, anche se il tuo parente Scipione sa bene che abbiamo avuto discussioni molto accese in Senato.
Gaio guard con la coda dell'occhio il cognato, ma lui non disse niente. Come pretore stava anche lui sotto l'autorit di Papirio, sebbene avesse una postura pi rilassata dato che tra loro non c'era tanta differenza di grado.
Sicuramente avevate entrambi le vostre ragioni, signore, disse Gaio. Come nobile patrizio, l'unico desiderio di mio padre era la grandezza della nostra Repubblica.
Papirio si alz in piedi e si stir la tunica con le mani. Era poco pi alto di Cesare, ma era pi corpulento. Si avvicin al parapetto di legno che correva tutt'intorno al portico e vi poggi sopra le braccia, facendolo scricchiolare sotto il suo peso.
Bene, tribuno, disse senza guardarlo. Non ho tutta la mattina. Presentami il tuo rapporto.
Due giorni prima delle idi di sestile incontrai un distaccamento della Seconda Legione Quirinale mentre vigilavo i lavori della Via Giunia alle Paludi Pontine. Verso la nona ora arriv da me un gruppo di abitanti del luogo. Venivano dal monte Circeo e mi informarono che una nave enorme, pi grande del loro villaggio, era approdata sulle loro spiagge.
Gente fantasiosa e ignorante!.
 stata la stessa cosa che ho pensato io, Lucio Papirio. Ma quando mi hanno descritto l'armamento degli uomini che viaggiavano a bordo della nave, incluse le macchine che sparavano pietre e frecce grandi quanto lance, dedussi che si trattava di soldati greci o macedoni che avevano perso la rotta a nord.
Che cosa ti ha fatto dedurre tutte queste cose, tribuno?, domand Papirio in tono canzonatorio, voltandosi verso di lui.
Il giorno prima, il libico era stato molto forte e durante la notte si era scatenata una tempesta. Qualsiasi nave in mare sarebbe stata trascinata verso nord.
Molto intelligente, tribuno. Continua.
Il mio dovere era indagare, signore. Organizzai quattro manipoli, lasciando gli altri due a vigilare la via, ci mettemmo in marcia durante la notte e la mattina del giorno dopo giungemmo alle falde del monte Circeo.
Perch non hai mandato avanti gli esploratori invece di arrischiare tante truppe?
Avremmo perso tempo prezioso, signore. Trattandosi di una sola nave, pensai che anche nel peggiore dei casi avremmo superato quegli stranieri in proporzione di quattro a uno e avremmo potuto assoggettarli senza problemi.
Ma ti sei sbagliato, tribuno. Hai subto quasi trenta perdite.
Quando arrivammo vicino al mare, continu Gaio, ignorando il rimprovero, scoprimmo che la nave era grande come ci avevano detto. Invece di tre o quattro plotoni, come mi aspettavo, trovammo due unit intere di opliti armati di sarisse, oltre agli arcieri di rinforzo.
Quanti uomini ci sono in queste unit?
Circa duecentocinquanta, signore.
Perci non li superavi in proporzione di quattro a uno.
Gli arcieri non erano troppo numerosi, ma di sicuro loro erano di pi rispetto a noi.
Allora perch non hai chiesto i rinforzi? Avevi cos tanta voglia di diventare generale per un giorno da mettere a repentaglio la vita dei tuoi stessi uomini?.
Gaio pens che fosse una sfacciataggine che una persona famosa per la sua brutalit nei confronti dei soldati gli rimproverasse una cosa del genere.
No, signore. Dopo siamo venuti a sapere che la loro nave era stata danneggiata dalla tempesta, ma in quel momento temetti che i macedoni potessero scappare. La nave era quattro volte pi lunga di qualsiasi nave da guerra che abbia mai visto in vita mia. Solo per prenderla, valeva la pena di correre il rischio.
Con quale autorit ti sei permesso di decidere se ne valesse la pena o meno?.
Gaio Giulio guard negli occhi Papirio, che lo stava osservando con le mani sui fianchi. Il dittatore era abituato a intimidire gli altri con la sua statura, ma con Gaio, che era alto quasi quanto lui, quella tattica non funzionava.
Con quella che mi ha conferito il popolo di Roma quando sono stato eletto tribuno militare, signore. In quel momento io ero la massima autorit presente e dovevo prendere una decisione. Ho osservato la situazione, giudicato le circostanze e agito di conseguenza.
Che casualit che tu abbia agito proprio l'ultimo giorno del tuo mandato. Il giorno dopo avresti ricevuto il cambio dal tribuno Appio Claudio.  evidente che preferivi sbrigarti e correre il rischio pur di raggiungere tu la gloria.
Da quando aspirare alla gloria  diventato un difetto per un romano, signore?.
Rispondere al dittatore con una domanda come quella sarebbe potuta costare la vita a un soldato o persino a un centurione. Ma quando Gaio Giulio pronunciava la parola romano, per bocca sua parlavano pi di seicento anni di storia della gens Giulia, prima ad Alba Longa e poi a Roma. Invece la gens Papiria era una delle gentes minores, clan patrizi di lignaggio inferiore. Il dittatore sbuff e strinse i pugni come se volesse colpirgli la testa con le sue enormi nocche, e di sicuro soppes la possibilit di farlo; ma invece di colpirlo si allontan un po' per prendere il calice di vino dal tavolo e vuotarlo in un sorso. Mentre lo riempiva di nuovo senza guardare Gaio, disse:
Dimmi cos' successo dopo, tribuno.
Ci che mi ha convinto ad agire  stato che loro non avevano la cavalleria a coprire i fianchi e sapevo che senza quella la loro formazione sarebbe stata lenta e pesante. Prima ho parlato con i centurioni e poi ho convinto i soldati che potevamo sconfig-
gerli.
Non era stato cos semplice come lo raccontava. I legionari, compresi i veterani, avevano sentito storie terrificanti sugli opliti di Alessandro e quando videro i macedoni brandire le loro lunghissime picche non si mostrarono molto disposti ad attaccarli. Gaio dovette ricorrere prima alla retorica, poi a ingiurie volgari e infine a togliersi la cappa, scendere dal cavallo, imbracciare lo scudo e il pilum e mettersi in prima fila con gli astati. Umiliati dall'esempio del loro tribuno, gli uomini si decisero ad attaccare.
Gaio omise di menzionare quella prima renitenza. Una volta entrati in lizza, i legionari si erano battuti con una bravura tale che, se Giove avesse voluto fulminarlo quello stesso giorno, lui sarebbe morto felice.
Papirio ascolt i dettagli della battaglia evitando di fare altri commenti mordaci. Come militare nato, era molto curioso di conoscere tutti i particolari sull'organizzazione e il modo di combattere del nemico.
Perci le loro sarisse non servono a niente contro una formazione pi flessibile, comment alla fine. Lo sospettavo. Per questo abbiamo da poco abbandonato lo schieramento a falange chiusa.  adatto solo ai soldati codardi che hanno bisogno di avere un uomo attaccato ad ogni spalla e un altro che gli tocca il culo per trovare un po' di coraggio.
Non credo che quei macedoni fossero dei codardi, signore. Hanno lottato con ardimento. Sebbene, ovviamente, non fossero ro-
mani.
Tu li hai sconfitti. Perch diavolo li difendi adesso?.
Perch per vincere e annientare il nemico bisogna conoscerlo e apprezzarlo tanto quanto i tuoi stessi uomini, idiota, pens Gaio.
Credo che dalla battaglia del monte Circeo non dovremmo trarre pi conseguenze del dovuto, rispose. Alessandro non combatte solo con la fanteria pesante, ma anche con frombolieri, arcieri, fanteria leggera e, soprattutto, cavalleria.
Non mi servono lezioni di tattica militare, tribuno. Quando stavi ancora imparando a camminare io gi comandavo le legioni, disse Papirio puntandogli il dito contro. Adesso voglio sapere cosa ci fanno quei prigionieri in casa tua.
Scipione fece un passo avanti, quasi interponendosi tra i due.
Gli ho dato io l'autorizzazione, Lucio Papirio. Non mi sembrava appropriato rinchiudere la moglie di Alessandro insieme alla soldatesca al Tulliano.
E il dottore? Cosa mi dici di quel dottore?
 uno dei Compagni del Re, signore, rispose Gaio. Il suo grado tra i macedoni  simile a quello di un patrizio decorato con la corona civica.  continuamente sorvegliato, ma non credo che sia degno di Roma trattare un dottore cos distinto come fosse un volgare plebeo.
Pensi troppo con la tua testa, tribuno. Non  l'immaginazione che ha portato Roma a conquistare il Lazio, ma la disciplina e il rispetto delle regole.
Sono stato sempre io ad autorizzarlo, Lucio Papirio. La responsabilit  mia, intervenne di nuovo Scipione.
Papirio divent paonazzo e chin la testa come un toro inferocito sul punto di attaccare. In quel momento dovette pensare che non conveniva rimproverare un pretore davanti a un ufficiale di grado inferiore, e si rivolse a Gaio.
Esci da qui, tribuno. Devo parlare con il pretore.
Gaio si mise sull'attenti davanti a lui e, senza guardarsi indietro, scese per la scalinata che portava al Campo Marzio. Papirio non aspett molto per iniziare a sgridare Scipione, ma Gaio prefer allontanarsi per non sentirlo. Continu a camminare sul prato finch le grida di un centurione che stava addestrando gli astati a cento passi da l sovrastarono quelle del dittatore.
Inutili!, rugg con una voce degna del mitico Stentore. Dovete usare il pilum per uccidere il nemico, non per cavare gli occhi al compagno dietro di voi!.
Alla sua destra, vicino a un boschetto, alcuni cavalieri eseguivano degli esercizi di domatura con i loro corsieri. Lo stesso Gaio aveva servito nella cavalleria prima di essere eletto tribuno. Sebbene l'esiguit del suo patrimonio gli impedisse di appartenere al pugno di famiglie che dominavano la Repubblica da circa dieci anni, almeno faceva parte delle diciotto centurie che votavano per prime in tutte le elezioni e i cui membri avevano diritto a ricevere un cavallo pubblico dallo Stato. Ma, secondo lui, il modo migliore per imparare e sentire la milizia era nella fanteria, con i piedi a terra, vedendo quello che vedevano i soldati di linea e mangiando la loro stessa polvere.
Non  male la vostra cavalleria, disse una voce con forte accento straniero. Per vincere i sanniti forse vi basta. Contro i macedoni, ne dubito.
Gaio si volt. Il suo interlocutore era un uomo magro e minuto, calvo e con il viso smunto. Indossava vestiti lussuosi con abbondanti ricami d'oro e frange di porpora di Tiro; aveva il naso aquilino e gli occhi scuri e astuti. Gaio ricord di averlo visto un anno prima nel Senato.
Tu sei Eshmunazar, l'ambasciatore di Cartagine, vero?, gli domand in greco.
Il cartaginese sorrise e inclin la testa.
Vedo che hai una memoria eccellente, rispose nella stessa lingua. Da quello che so, tu devi essere il tribuno Gaio Giulio Cesare, vincitore di Alessandro, aggiunse in tono canzonatorio, anche se il suo sorriso amichevole dimostrava che quel commento voleva essere divertente.
Ha fatto presto la mia fama ad arrivare a Cartagine!.
La verit  che, malgrado la diceria sia uno spirito alato, non pu andare e tornare cos velocemente, ammise l'ambasciatore. Sono voci che mi sono arrivate qui a Roma. Ma da quello che ho capito li hai affrontati con la fanteria.
Esatto.
Lo sospettavo. Oh, che maleducato che sono. Permetti che ti presenti questi due giovani che mi accompagnano.
Insieme al cartaginese c'erano due uomini dalla pelle ancora pi scura della sua e i capelli crespi e neri. Erano bassi, magri e nerboruti, e indossavano semplici tuniche nere. Eshmunazar gli spieg che erano numidi, originari della regione che si estendeva a ovest di Cartagine, e li present come Sifax e Mulusa, nipoti del re di Numidia. Quelli inclinarono la testa, si portarono la mano al petto e aggiunsero qualcosa in una lingua incomprensibile per Gaio.
In realt i numidi sono dei barbari arretrati pieni di pidocchi e che puzzano di sterco di capra, ma come guerrieri a cavallo sono ineguagliabili, aggiunse Eshmunazar.
Devono essere molto lusingati dalle tue parole.
Se ti riferisci alla prima parte del mio discorso, non preoccuparti, nobile tribuno: non sanno una parola di greco n di latino. Ma non hanno problemi a capirsi con i cavalli. Vuoi vedere?
Mi farebbe molto piacere.
Si diressero verso uno dei molti recinti che c'erano al Campo Marzio. L, decine di cavalli pascevano l'erba, assistiti da giovani che si occupavano di raccogliere gli escrementi con una pala per mantenere pulito il terreno e per usarli come concime. C'erano anche i due cavalli che montava Gaio quando andava in guerra. Il suo preferito era Pegaso, uno splendido maschio bianco che proveniva dal podere di Tuscolo, uno degli ultimi che gli rimanevano. L'altro, il cavallo pubblico che gli aveva dato lo Stato, era un baio con il muso scuro a cui aveva dato il nome di Demostene, perch quando nitriva sembrava che balbettasse come, a quanto dicevano, succedeva al famoso oratore ateniese quando perdeva la calma.
Demostene stava mordicchiando il collo di Pegaso, ma il cavallo bianco, invece di ricambiare, si lasciava grattare e pulire con aria maestosa, come un patrono omaggiato dal proprio cliente. Gaio si port le dita alla bocca e fischi. Pegaso alz le orecchie e accorse alla sua chiamata, non prima di essersi fermato vicino alla pila di escrementi che aveva appena depositato un altro cavallo e defecare a sua volta. Mentre si avvicinava allo steccato, gli altri cavalli si aprivano per farlo passare e una cavalla chin la testa e lo sfior sul costato per salutarlo. Sifax disse qualcosa indicando Pegaso che Eshmunazar tradusse a Gaio.
Dice che si vede che il tuo cavallo  il capo del recinto.
Gaio si riemp d'orgoglio per il fatto che fosse cos evidente. Un giovane soldato accorse per aprire una porta e far uscire Pegaso e Demostene.
Vuoi che ti porti briglie e sella per montare, tribuno?, domand il giovane.
Gaio si volt verso Eshmunazar.
Non ce n' bisogno, rispose il cartaginese.
I numidi si avvicinarono ai due cavalli, Sifax a Pegaso e Mulusa, il pi giovane dei due fratelli, a Demostene. Entrambi accarezzarono il collo dell'animale e gli si avvicinarono per parlargli a bassa voce. Demostene era pi sereno e tranquillo, invece a Pegaso non piacevano molto gli estranei. All'inizio mand indietro le orecchie e mise la coda tra le zampe posteriori, ma solo per met, disegnando una specie di L. Gaio fece un mezzo sorriso. Pi di un ausiliario della sua legione era stato morso per non aver notato quei segnali di fastidio.
Ma era evidente che il numida si intendeva di cavalli. Piano piano, Pegaso rilass le froge e la bocca e raddrizz le orecchie. Quando lo vide rilassato, Sifax gli poggi la mano destra sul dorso, afferr la criniera con la sinistra e sal sulla sua groppa con un salto.
Una volta montati, i due numidi fecero partire i cavalli al trotto che poco dopo divent un galoppo veloce. Poi fecero manovre con svolte brusche, quasi ad angolo retto. Iniziarono a scagliarsi l'uno contro l'altro e, quando stavano per scontrarsi, si allontanavano di colpo, battendosi i palmi con la mano in aria tra urla di allegria. Gaio not che facevano tutto con le gambe. Anche lui usava le cosce e i talloni per dare i comandi, perch in combattimento aveva bisogno di entrambe le braccia per impugnare le armi, ma teneva sempre le briglie nella mano che reggeva lo scudo.
Non sono niente male, ammise.
I loro cavalli sono pi bassi di questi, ma sono molto veloci e robusti, gli spieg Eshmunazar. Anche se i numidi non fanno parte delle forze d'assalto, perch non hanno le armi pesanti, sono molto preziosi come esploratori e per serrare il nemico.
Gaio osservava le evoluzioni di Sifax con una certa invidia, quasi come un amante geloso. Nonostante conoscesse Pegaso da quando era piccolo, non sarebbe stato capace di cavalcarlo con quell'agilit. Numida e cavallo sembravano una cosa sola, come i centauri della mitologia greca.
Tu stesso hai dimostrato che voi romani non avete niente da invidiare alla fanteria di Alessandro....
Gaio ringrazi per la lusinga inclinando la testa e lo esort a proseguire.
...ma temo che la vostra cavalleria non sia all'altezza dei celebri Compagni.
Gaio aggrott la fronte, piccato.
Finora la nostra cavalleria ha sconfitto quella degli etruschi, e i nostri cavalieri hanno messo pi volte in fuga i sanniti di quanto abbiano fatto loro a noi.
Non ne dubito. Ma sospetto che non vi siate mai scontrati con una cavalleria pesante come quella di Alessandro. Non solo ha portato i Compagni e i cavalieri tessali, ma ha anche un battaglione di 982 catafratti.
Gaio alz un sopracciglio. Quando Eshmunazar gli ebbe spiegato chi erano i catafratti, domand:
Possono muoversi con tutto quel peso addosso?
I cavalli dei catafratti sono nisei, molto pi grandi e forti di questi, disse Eshmunazar, indicando l'intero recinto con un gesto ampio del braccio. Si dice che alcuni siano alti venti mani fino al garrese.
Di sicuro avranno ali d'aquila e corna di capra, rispose Gaio. Il cartaginese scroll le spalle.
Gli informatori tendono a esagerare, perch credono che quanto pi gonfiano le notizie tanto pi peser il sacchetto di monete che ricevono. Ma, sebbene tra loro non ci sia nessun cavallo di venti mani, non c' dubbio che i nisei siano i pi grandi del mondo.
Quando i nostri legionari mostreranno a quelle bestie una muraglia di scudi, vedrai come pianteranno gli zoccoli nel terreno.
Senza ombra di dubbio. Anche se credo che per mantenere quella muraglia di scudi, vi servirebbe una forza di cavalleria veloce e manovrabile che protegga i vostri fianchi ed eviti che la fanteria leggera, gli arcieri e i frombolieri di Alessandro si avvicinino a incalzarvi.
Gaio aveva gi capito dove voleva andare a parare l'ambasciatore.
Quanti numidi ci pu prestare Cartagine?.
Eshmunazar scoppi a ridere. Sifax e Mulusa stavano tornando al recinto con i cavalli di Gaio, ma il punico fece loro segno di continuare a trottare un altro po'.
Voi romani siete diretti quanto le stoccate delle vostre spade, disse.  un do ut des, come dite voi. Mille dei nostri cavalieri in cambio di mille legionari con i loro centurioni affinch addestrino la nostra fanteria e ci aiutino a proteggere la citt nel caso in cui Alessandro decida di attaccarci.
Non metto in dubbio che questi numidi siano preziosi, ma da quanto dici la loro squadra  abbastanza economica. Se volete che il dittatore vi presti mille legionari, dovrai offrirgli almeno millecinquecento cavalieri.
Il cartaginese scroll le spalle.
Siamo pi bravi di voi a contrattare. Se voglio, posso ottenere milleduecento legionari in cambio dei miei mille numidi.
Gaio annu distrattamente. Gli era appena venuta in mente un'altra cosa.
Hai parlato di 982 catafratti.
Esatto.
Hai cifre altrettanto esatte del resto delle truppe di Alessandro?
Dipende.
Da che?
Posso parlare di cifre se in cambio tu mi parli di cifre.
Denaro? No, di certo Eshmunazar non si riferiva a quello. Gaio lo credeva abbastanza ben informato da sapere che lui non apparteneva proprio ai patrizi pi abbienti della citt, e in ogni caso ci che un cartaginese non aveva bisogno di chiedere a un romano era proprio il denaro. Cartagine era la citt pi ricca del Mar Interno e forse, secondo alcuni, del mondo intero.
Quali cifre vuoi sapere?
Quali non ti ha chiesto il dittatore?
Hai ascoltato la nostra conversazione?
Bisogna per caso avere un orecchio fine per sentire la voce di Papirio Cursore?.
Gaio riprese fiato. Seguire il punico in quel gioco di rispondere alle domande con altre domande era troppo faticoso per lui.
Non ha mostrato il minimo interesse per la nave gigante, riconobbe.
Ah, voi romani vivete a solo quindici miglia dal mare, ma agite come se non esistesse. Nel mare c' il segreto del potere.
Gaio non era del tutto d'accordo con l'affermazione del punico, ma non aveva la minima intenzione di controbattere. In quel preciso istante stava pensando piuttosto allo strano diario che aveva Nestore. Mentre il dottore girava le pagine, gli era sembrato di vedere un bozzetto della nave disegnato con mano ferma e meticolosa.
Potrei darti i numeri di quella nave da guerra, e forse qualcosa in pi. Fino a che punto sono affidabili i tuoi dati?
Non so dirti. Fino al punto che un patrizio ambizioso, ma senza possibilit economiche, guadagni una buona reputazione davanti al Senato di Roma e ottenga almeno il comando di una legione?.
Quelle parole ferirono Gaio nell'orgoglio. Una cosa era che lui stesso riconoscesse le difficolt della propria situazione pecuniaria, un'altra che uno straniero glielo sbattesse in faccia.
Dovresti darmi informazioni pi precise. Abbiamo gi abbastanza dati su Alessandro. Sappiamo che  accampato a Poseidonia e che ha tra i trentacinque e i quarantacinquemila soldati.
Eshmunazar scoppi a ridere.
Naturalmente, le mie informazioni sono pi precise di queste. Posso darti cifre concrete delle unit. In pratica potrei persino disegnarti lo schieramento delle truppe di Alessandro sul terreno. Conosci il gioco sasso, forbice e papiro?
No.
 un gioco che si fa in un paese molto lontano, oltre l'India. I due contendenti nascondono le mani dietro la schiena e, dopo aver contato fino a tre, le mostrano nello stesso momento per far vedere l'arma che hanno scelto. Il pugno chiuso rappresenta il sasso, duro e contundente, che con i suoi colpi smussa le punte delle forbici. L'indice e il medio aperti sono le forbici affilate che tagliano il papiro. E la mano stesa rappresenta il papiro che, sebbene sembri la pi debole delle tre armi, avvolge il sasso. Sasso batte forbice, forbice batte papiro e papiro batte sasso.
Il che significa che in questo gioco nessuno  imbattibile.
Esatto. Si tratta di scegliere di volta in volta l'arma appropriata.
In realt no. Se entrambi i giocatori nascondono la mano e poi mostrano la loro arma nello stesso momento, vincere  solo una questione di fortuna.
Certo! Ma cosa succede se uno dei due capisce in anticipo l'arma che user l'avversario?.
Gaio abbass lo sguardo e pens.
La cavalleria va bene contro gli arcieri, ma non contro i picchieri....
...che a loro volta sono vulnerabili di fronte agli arcieri. Vedo che hai capito il gioco, Gaio Giulio. Alessandro ha contemporaneamente sasso, forbice e papiro.  tutta questione di sapere dove collocare queste armi per contrastarle con il loro complementare.
Chi  il tuo informatore?
Ah, di nuovo l'impazienza romana! Sei tagliente come le forbici, Gaio Giulio.
Mi fa piacere, perch la tua retorica mira ad avvolgermi come il papiro. Io ti dar informazioni sulla nave e tu me ne darai su Alessandro, ma voglio sapere chi  la tua spia.
Per il momento ti basti sapere che si fa chiamare Sinone.
Il presunto disertore che aveva convinto i troiani a introdurre il cavallo di legno nella citt. Un nome molto appropriato, si disse Gaio.
 una persona vicina ad Alessandro?
Molto vicina. Ma non ti dir nient'altro. Il cartaginese sorrise. Qualcuno potrebbe cercare di mettersi in contatto con lui servendosi di quest'umile intermediario.
Gaio scoppi in una risata.
Devo ammettere che non mi piace giocare con gli intermediari.
Nemmeno a me, disse il cartaginese, e per la prima volta and dritto al punto. Possiamo scambiarci le informazioni... o qualcos'altro. So da chi otterrai i dati sulla nave. Consegnamelo diretta-
mente.
Che cosa?
So che hai capito. Tu consegnami il dottore di Alessandro e io ti metter in contatto con la spia che lo tradisce.
Gaio gir lo sguardo a sinistra e valut. Come si sarebbero comportati con Nestore? I punici erano famosi nell'arte del tormento e del supplizio. D'altra parte, il dottore era prezioso sotto molti aspetti. La cosa pi logica era che lo trattassero bene a Cartagine e che ottenessero le informazioni senza forzare la sua volont.
E se Nestore si fosse rifiutato di collaborare con loro? Gli tornarono in mente le parole con cui aveva ringraziato il dottore: Hai fatto pi di quanto potesse fare qualsiasi altro uomo. Non lo dimenticher mai.
Gaio Giulio si domand se sarebbe stato capace di consegnare ai cartaginesi l'uomo che aveva salvato sua sorella e si preoccup per il fatto di non essersi scandalizzato della sua stessa domanda.

Galli nel pollaio.

La tenda di Alessandro era appartenuta prima a Dario, che l'aveva abbandonata dopo la sua precipitosa fuga nella battaglia di Isso. Si era dimenticato anche della moglie e sorella Statira e della madre Sisigambi. Le dame erano cadute nelle mani di Alessandro, insieme a buona parte del tesoro reale; lui, con la sua innata galanteria, le aveva trattate come se fossero membri della famiglia. Quanti avevano visto Statira prima che morisse decantavano la sua bellezza, che, a detta di molti, superava persino quella di Rossane. Perdicca non sapeva cosa pensare, a parte che avrebbe preferito che fosse morta Rossane invece di Statira. La defunta moglie di Dario sembrava una donna serena e riservata, e non se la immaginava per niente a cospirare e ad avvelenare come la battriana.
Il padiglione reale era pi grande di qualsiasi delle case che occupavano i macedoni a Poseidonia. Era sostenuto da un autentico bosco di pali di cedro e solo la tela olona delle pareti pesava circa cinquanta talenti. Grazie alle cortine ricamate e ai paraventi di ebano e avorio poteva dividersi in tante stanze come un palazzo. Nonostante fosse molto sfarzosa e ci volessero due o tre giorni per montarla, a seconda del numero di persone che lo facevano, il re l'aveva portata in Italia per impressionare i visitatori e ricordare loro che lui era il grande Alessandro, l'uomo che aveva sconfitto il Re dei Re nel suo impero e gli aveva tolto tutto quello
che aveva.
La tenda disponeva di una sala ricevimenti, in cui si riunirono Alessandro e i suoi generali intorno a un tavolo allungato sul quale avevano steso le carte geografiche della regione di Poseidonia, della Campania e di tutta Italia. Erano presenti Perdicca, Eumene, Peucesta, Meleagro e i generali dei sei battaglioni di sarisse. Era un consiglio molto ridotto, quasi un conciliabolo al quale, a parte il segretario reale, partecipavano solo macedoni. Non c'erano nemmeno paggi o servi, l'unica guardia presente era Lisania. Fu Eumene a spiegare loro la ragione di tanta riservatezza.
Quello che diremo in questa riunione non deve uscire da qui. Potrebbe essere dannoso per il morale delle truppe. E senza la minima intenzione di dirlo per scherzo, aggiunse: Hai capito, Meleagro?.
Il generale si sistem sulla propria sedia.
Che c', sono l'unico qui ad avere una bocca?
No, ma la tua  la pi grande, rispose Peucesta.
Ci fu un breve scambio di battute legate alla dimensione, finch Alessandro alz la mano. Quel gesto bast a zittire tutti. Mentre gli altri erano seduti intorno al tavolo, il re rimaneva un po' in disparte, in una scranna di legno posta su un palco coperto di grossi tappeti.
Al cenno di Alessandro, che per il momento non aveva detto una parola, Eumene prosegu. In primo luogo, inform sulle voci che correvano per l'accampamento. S, era vero che tre giorni prima era giunta una lancia con i sopravvissuti dell'Anfitrite. Quegli uomini assicuravano di essere stati testimoni di una cruenta battaglia, la prima che si combatteva tra i romani e le truppe di Alessandro. Ma siccome il capitano Ermolao vide che le cose si mettevano male per i macedoni, invece di aspettare la fine della battaglia, aveva ordinato ai marinai di salpare e allontanarsi dalla riva per evitare che la nave cadesse nelle mani nemiche.
Quanto alla scaramuccia, i macedoni erano quasi tutti morti, mentre altri erano stati catturati. Solamente tre arcieri cretesi si erano salvati scappando nella boscaglia. Poi, arrivati dall'altra parte del promontorio che dominava il campo di battaglia e vedendo in mare la vela dell'Anfitrite, avevano acceso un fuoco sulla spiaggia per fare segnali ai marinai.
Era stato Eumene stesso a interrogare i mercenari cretesi, i quali gli avevano assicurato che i romani erano in inferiorit numerica, o al massimo in parit, e che nonostante questo avevano conservato alcune truppe nella retroguardia.
 un indizio sul nemico che affronteremo, concluse il segretario. Credo che dobbiamo tenerne conto.
Dopo aver ascoltato Eumene, rimasero tutti in silenzio. Abituati a sconfiggere nemici che erano in superiorit numerica, era umiliante che si fossero fatti mettere i piedi in testa dai romani.
Perdicca osserv Alessandro. Aveva la guancia poggiata sulla mano sinistra e lo sguardo assente, come se il racconto di Eumene non lo riguardasse. Credeva che il re si fosse fatto influenzare troppo dai pronostici di quell'ateniese svitato. Secondo Perdicca, i calcoli di Euctemone valevano quanto gli oroscopi dell'astrologo babilonese, ossia niente. Ma Alessandro da una parte era molto superstizioso e tendeva a dare retta a profeti, aruspici e interpreti dei sogni, dall'altra riponeva una fiducia assurda nella scienza dei filosofi e degli astronomi.
Perdicca pensava che i cambiamenti della cometa Icaro potessero significare qualcosa; una volta conosciuto l'esito della campagna contro i romani, gli indovini avrebbero interpretato e rigirato i presagi a loro piacimento, per assicurare di aver gi previsto tutto, vittoria o sconfitta. Ma Perdicca era pi che sicuro del fatto che la fine del mondo non sarebbe mai arrivata, n presto n tardi.
Vedendo che Alessandro non parlava, Alceta, generale del quarto battaglione, decise di intervenire. Era il padre di Gavane e il fratello minore di Perdicca, anche se la calvizie lo faceva sembrare pi vecchio.
Io non ci credo!, disse. Per vincere i nostri uomini a parit di condizioni, i romani dovrebbero essere migliori di noi come soldati. Mi rifiuto di accettarlo. Deve essere un inganno o un errore.
Risparmiaci i tuoi discorsi sulla superiorit macedone, disse Teodoro, il pi giovane dei generali, al comando del sesto battaglione.
Non sto facendo nessun discorso!, esclam Alceta, che, oltre che per i capelli, si differenziava da Perdicca per l'asprezza del suo carattere. Non c'era da stupirsi che Gavane preferisse la compagnia dello zio a quella del padre. I nostri soldati sono professionisti che percepiscono una paga, si esercitano tutto l'anno e non dedicano le loro vite ad altro che alla guerra. I romani rimangono dei contadini e le loro truppe sono milizie di leva come quelle di tante altre citt che abbiamo schiacciato. Se hanno sconfitto i nostri,  perch erano quattro o cinque volte di pi di loro.
Se cos fosse stato, i cretesi me lo avrebbero confessato, rispose Eumene.
Questo  vero, intervenne Glaucia, generale del secondo battaglione, un uomo tranquillo e onesto e un bravo stratega, anche se privo di immaginazione.  sempre pi onorevole essere vinti da avversari che ti superano in numero. Dicendo che i romani erano di meno, quegli uomini si sono umiliati. Bisogna credere alle loro parole.
Anche se tutti i cretesi sono bugiardi!, sbott Meleagro, e vari generali risero alla battuta. Ma non Perdicca, e tanto meno Alessandro, che non sembrava neanche vederli.
Alessandro ha qualcosa che non va, si disse Perdicca. Ultimamente, non era la prima volta che lo pensava, ma non aveva osato parlarne con nessuno. All'improvviso si trov a fantasticare su cosa sarebbe successo se Alessandro fosse stato colpito da una malattia mortale e non fosse vissuto nemmeno il tempo sufficiente per affrontare i romani. Chi avrebbe guidato l'esercito in quel caso? Gli bast guardarsi intorno per avere la risposta: lui. Non era il pi grande tra i presenti, perch Meleagro e il guercio Antigene lo superavano per et, ma poteva addurre a proprio favore un'esperienza lunga ed eterogenea in diversi posti di comando ed era sposato con la sorella del re. Inoltre godeva dell'appoggio di Alcesta e di Attalo, generale del terzo battaglione, sposato con sua sorella Atalante. Tra Perdicca e il cognato non c'era troppa simpatia, ma, arrivato il momento, Attalo avrebbe votato per lui in cambio di certi privilegi.
Vi faccio vedere una cosa che uno dei cretesi ha preso per ricordo, disse Eumene.
Perdicca si risvegli dalle sue momentanee fantasie. Sul tavolo c'era un oggetto avvolto in un fazzoletto. Eumene lo apr e mostr loro un giavellotto. Per due terzi era costituito da un'asta di legno, mentre il resto era un lungo bastone di ferro che finiva con una punta a forma di piramide. Il segretario di Alessandro se lo poggi sul dorso della mano e lo tenne in equilibrio perch tutti potessero apprezzare la bellezza del manufatto. Perdicca si alz e lo prese. Era pesante, ma sembrava maneggevole e il lavoro di metallurgia era eccellente.
Mentre i generali si passavano il giavellotto, Eumene usc dalla tenda e torn accompagnato da due paggi che portavano uno scudo molto grande. Ordin loro di reggerlo e chiese ad Antigene di restituirgli l'arma. Poi la brand in aria e si prepar per lanciarla contro lo scudo, ma Peucesta gli si avvicin e gli afferr il polso.
Ammiro la tua intelligenza, mio caro Eumene, ma lascia giocare noi alla guerra, ch siamo pi esperti.
Per un secondo il viso del segretario reale si contrasse in un ghigno d'ira che a Perdicca sembr d'odio, ma quell'espressione fu breve come un lampo. Eumene recuper il proprio contegno, diede il giavellotto a Peucesta e si fece da parte.
Peucesta alz il braccio, prese la mira e scagli senza prendere lo slancio. Il proiettile sibil in aria e si ficc nello scudo con uno schiocco secco. Perdicca sorrise nel vedere che uno dei due paggi aveva chiuso gli occhi prima dell'impatto. Con cos poca tempra, quel giovane non sarebbe arrivato lontano.
I paggi si avvicinarono con lo scudo affinch tutti potessero vedere che il giavellotto aveva attraversato i tre strati di rovere e che il ferro sporgeva pi di due palmi all'interno.
Toglilo, Peucesta, disse Eumene.
Il generale degli ipaspisti afferr lo scudo con la mano sinistra, ma quando us la destra per tirare l'asta, la punta del giavellotto rimase conficcata nel legno. Ci riprov con pi forza, ma invano. Spazientito per un attimo, appoggi lo scudo per terra, ci sal sopra con i piedi e diede uno strattone con entrambe le mani con talmente tanta violenza da aprire un buco nelle impiallacciature del legno e l'impulso lo fece cadere seduto a terra.
Ci fu una risata generale che Peucesta non prese affatto male, anzi. L'unico che nemmeno sorrise fu, di nuovo, Alessandro, che continuava a osservare tutto con la testa inclinata e la sua solita espressione. Accanto a lui c'era una brocca d'oro e un calice dal quale di tanto in tanto beveva; Perdicca non riusciva a vedere se fosse vino o acqua. L'unico che di sicuro lo sapeva era Lisania, perch la giovane guardia assaggiava sempre prima tutto quello che avrebbe mangiato o bevuto Alessandro, e in dosi generose per evitare nuovi avvelenamenti.
Quel pensiero gli fece ricordare Rossane. Lo stomaco di Perdicca si strinse di nuovo. Per le tre Erinni, come poteva fargli tanta paura una donna?
 un'arma diabolica, disse Peucesta, alzandosi da terra. Potremmo armare i nostri peltasti di qualcosa del genere, Eumene?
Suppongo che potremmo produrre qualche centinaio di unit in dieci o dodici giorni, rispose il segretario. A patto che non fabbrichiamo altro. Le fucine stanno funzionando al massimo.
Potremmo anche rinforzare gli scudi con lamiere di metallo, sugger Attalo.
Troppo peso. Chi riuscirebbe a mantenerlo sollevato durante la battaglia? E ancor meno con le sarisse, obiett il veterano Antigene, che aveva perso l'occhio lottando per Filippo nell'assedio di Perinto.
Potremmo evitare di usare le sarisse, disse Peucesta. Cos la fanteria avrebbe pi possibilit di movimento.
Era logico che dicesse una cosa del genere. Peucesta comandava da anni il battaglione degli ipaspisti, i duemila soldati d'lite della fanteria macedone. Erano quelli che si collocavano tra l'ala destra, dove il re combatteva al fronte della cavalleria, e il centro dell'esercito, dove si schierava il grosso della falange. Dato che Alessandro era solito utilizzare l'ordine obliquo, che il padre aveva imparato dai tebani, e lo aveva trasmesso a lui, gli ipaspisti dovevano fare da cerniera, il che li obbligava ad avanzare pi rapidamente rispetto al resto della fanteria. Per questo, invece delle ingombranti sarisse, usavano lance di lunghezza normale. E Peucesta, che gli di avevano privilegiato con un fisico formidabile a scapito dell'intelligenza, era convinto che quello che serviva alla sua unit doveva per forza valere per tutte le altre.
Perdicca, da parte sua, non sapeva cosa pensare. Meno spazio aveva la fanteria, maggiore protagonismo avrebbe avuto la cavalleria e pi gloria avrebbe ottenuto lui. Ma se i legionari avessero schiacciato la falange, la quasi sicura vittoria dei Compagni sui cavalieri romani sarebbe stata sterile.
Si potrebbe trovare un equilibrio, sugger Glaucia. Accorcia-
re di un paio di cubiti le sarisse e blindare gli scudi con lamiere sot-
tili.
No.
Tutti si voltarono verso Alessandro. Sebbene non avesse alzato la voce, il suo no era schioccato come una frustata.
Siamo stati noi a vincere il persiano e a sottomettere alla nostra volont fiumi, deserti e montagne, disse, senza alzarsi dalla scranna. Non cambieremo il nostro modo di combattere adattandoci al nemico, perch ci gli farebbe pensare che ci consideriamo inferiori a lui, e quindi gli staremmo dando il primo vantaggio morale. La tattica che abbiamo sempre usato funzioner ancora come a Isso e a Gaugamela.
A Gaugamela l'arma pi potente di Dario era la cavalleria, obiett Glaucia. Invece i romani hanno una fanteria molto solida. Pu darsi che la stessa tattica non funzioni in tutte le occasioni.
Secondo gli arcieri cretesi, i romani sono ricorsi ai cavalieri solo per metterli in rotta, intervenne Eumene. Per sbaragliare la nostra falange sono bastati i loro giavellotti e le loro spade.
Allora non pensate a Gaugamela, ma a Cheronea, disse il re, alzandosi. L abbiamo sconfitto il fior fiore della fanteria greca e il Battaglione Sacro dei tebani. Questi romani non possono essere migliori degli uomini addestrati dal grande Epaminonda.
Ma hai visto come..., obiett Alcesta.
Ho detto che non cambieremo il nostro modo di combattere. Che si adattino gli avversari a noi. Sono loro che devono temere noi, perch io sono Alessandro e voi siete i miei soldati. Quello che  successo non  stato altro che una scaramuccia.
Una scaramuccia?, disse Meleagro incredulo.
 vero, abbiamo perso uomini preziosi, e anche una grande nave da guerra che non sono nemmeno riuscito a vedere. I romani tengono prigioniera mia moglie, sempre che non l'abbiano uccisa. Alessandro fece una pausa e a Perdicca sembr di leggere sulle sue labbra: E il mio dottore. Ma gli imprevisti della guerra sono imprevedibili e spesso crudeli. Io vi chiedo: vi fidate di me?.
Tutti risposero di s.
Allora non vi preoccupate. Scacciate tutte le paure. Io vi condurr di nuovo alla vittoria.
Alessandro scese dal palco e si incammin verso l'uscita. Ma prima di arrivarci sembr ricordarsi di qualcosa e si volt.
Voglio che tutti diffondiate questa voce: i romani che hanno sconfitto i nostri uomini al monte Circeo erano una legione intera. Bisogna tenere alto il morale dei soldati. Per questo devono essere occupati in ogni momento. Aumenter il premio della gara di scherma. Oltre all'armatura di quattro talenti, aggiunger un cavallo da guerra. Adesso, Eumene, accompagnami. Abbiamo altre questioni da risolvere.
Il segretario, sorpreso quanto gli altri, segu il re e usc con lui dal-
la tenda.
Alessandro fu talmente veloce che non diede tempo agli altri generali nemmeno di alzarsi dai loro posti per mostrare rispetto verso il re. Di solito erano loro a uscire mentre lui rimaneva nella tenda, non il contrario.
Per quale diavolo di motivo ci ha fatto venire a questa merda di riunione?, domand Meleagro. Io non ci ho capito niente.
Si alz un coro di voci stridule, alcune molto critiche nei confronti di Alessandro. Curiosamente, le stesse che avevano appena manifestato con maggior veemenza la loro fiducia in lui.
Ha liquidato la riunione cos, come se fossimo dei banali soldati semplici!, esclam Antigene. Non ha nemmeno ascoltato le nostre opinioni!.
Il fratello di Perdicca scosse la testa.
Se crede che andare a dire che c'era una legione intera in quella battaglia servir a qualcosa, stiamo freschi.
Non  una brutta idea, disse Perseo, generale del sesto battaglione. Anche se si esagera, i soldati si bevono comunque qualsiasi cosa.
S, per questo vanno in giro per l'accampamento a dire che i romani sono pi alti di noi, rispose Alceta. Vi assicuro che il morale dell'esercito non  cos alto come pensa Alessandro.
Oh, ma lui crede che lo risollever con questa stupenda gara di scherma!, scherz Meleagro.
Parlate per voi e per i vostri uomini, disse Peucesta. I miei ipaspisti sono disposti a prendersi Roma da soli.
Allora prendila tu con i tuoi semidei!, rispose Meleagro.
I generali continuarono quella discussione sterile, senza che nessuno si decidesse a lasciare la tenda per primo per non esporsi alle critiche degli altri. La cosa strana era che Alessandro se ne fosse andato cos. Non era normale che il re permettesse a una riunione come quella di proseguire alle sue spalle. Se tre soldati bastavano a organizzare un gruppo che inevitabilmente sparlava contro i propri capi, lasciare nove generali insieme era quasi come incitarli alla sedizione.
Forse Alessandro giocava con la propria vanit e invidia. Perdicca sapeva che, al momento della verit, i generali sarebbero potuti essere molto pi irresponsabili dei soldati e gelosi gli uni degli altri come Afrodite, Atena ed Era nel giudizio della mela d'oro. Alessandro incentivava queste gelosie per evitare che si unissero tutti contro di lui, ma anche i migliori calcoli e le manovre pi astute potevano fallire. Quando i soldati vedono debolezza nell'ufficiale che li comanda, diventano pigri e insolenti, abbandonano l'addestramento e lasciano che gli si spelli lo scudo, gli si ossidi la spada e gli si infanghino gli stivali, ma la cosa di solito si ferma l, perch non hanno altre ambizioni che bere vino, giocarsi la paga e fornicare come satiri. Ma se invece sono i generali a notare una certa debolezza nel re, non ci mettono molto a fantasticare su cosa potrebbe succedere se loro occupassero il trono. Era proprio quest'ultima la possibilit che stava soppesando Perdicca in quel preciso istante.
A meno che Alessandro non li stesse spiando per sapere che cosa pensassero veramente e chi avrebbe continuato a essergli fedele e chi no. Non bisognava far altro che guardarsi intorno per capirlo. Meleagro, ovviamente, detestava Alessandro, ma questo non era un segreto, perch detestava tutti allo stesso modo. Antigene era uno dei tipici veterani di Filippo, di quelli che comparavano continuamente il presente con i vecchi tempi in cui il vino era pi dolce, i soldati erano pi coraggiosi e rispettosi e le donne pi robuste e ben disposte; come se non avesse accumulato una fortuna di migliaia di talenti grazie alle conquiste di Alessandro.
Peucesta appoggiava con fervore Alessandro e minacciava di abbandonare la riunione se avessero continuato a criticarlo. Ma per il momento non se n'era ancora andato, il che risultava sospetto, perch poteva significare che nutrisse dei dubbi e volesse ascoltare quelli degli altri. Teodoro, il pi giovane dei generali, non parlava molto, ma tutto quello che diceva era in difesa del re.
E poi c'erano gli indecisi: il fratello e il cognato; lui stesso; Perseo, il generale del sesto battaglione; forse persino Glaucia.
Alessandro  diventato molto indulgente con s stesso, disse Antigene. E non ne ha il diritto.
 colpa di quel dottore che lo ha fatto diventare uno smidollato, comment Meleagro con voce velenosa. Magari i romani lo avessero spellato vivo e fosse finito in fondo al mare!.
Glaucia scosse la testa.
La fiducia  pericolosa. Alessandro ha detto che devono essere i nemici a pensare ai nostri movimenti e adattarsi a noi. Quello che mi preoccupa  che stiano facendo esattamente questo.
Cosa vuoi dire?, gli domand Perdicca. A Glaucia piaceva essere sentenzioso e fare pause misteriose dopo ogni frase.
Alessandro  molto conosciuto. I racconti sulle nostre guerre hanno fatto il giro del mondo dall'Indo alle Colonne di Eracle. Di sicuro i romani conoscono bene quanto noi le tattiche che ha usato a Gaugamela.
Le tattiche che hanno usato lui e Parmenione, sottoline Antigene.
Non dobbiamo temere cos tanto il nemico da rimanere paralizzati dalla paura, continu Glaucia, senza dargli retta, ma non dobbiamo nemmeno sottovalutarlo. Pu sempre sorprenderci con stratagemmi che non ci aspettiamo, perci dobbiamo prevedere tutte le sue mosse e considerare la peggiore delle ipotesi possibili.
Risparmiaci le tue chiacchiere, Glaucia, disse Meleagro. Qui siamo tutti generali e sappiamo il manuale a memoria.
Perdicca tast il terreno.
Credo che, in parte, Glaucia abbia ragione, disse. Mi preoccupa che Alessandro non si stia mettendo nei panni dei romani. Con i persiani lo ha sempre fatto.
Questo  vero, lo appoggi il fratello.
Alessandro  sempre stato due gradini sopra di noi, continu Perdicca. Ma temo che ora sia sceso dal suo piedistallo e stia sullo stesso piano degli altri. Credo che ormai non preveda pi gli eventi con la chiaroveggenza di prima. Mi domando se gli stia succedendo qualcosa.
Ci fu un momento di silenzio. Se qualcun altro sospettava come lui che Alessandro potesse essere malato, nessuno os esprimerlo a voce alta.
Non prevede i fatti perch crede che basti solo il suo nome per vincere in battaglia, disse Antigene.
Con lui presente sul campo, non ha mai subto sconfitte, ricord loro Peucesta.
Perch ha sempre avuto un grande generale al suo fianco. A Cheronea c'era suo padre, a Isso e Gaugamela aveva Parmenione, e da allora Cratero gli ha tolto le castagne dal fuoco.
 vero! Ci serve Cratero. Dove diavolo lo tiene Alessandro?, disse Attalo.
Perdicca si volt verso il cognato come se lo avesse punto una vespa.
A cosa ci serve Cratero? Ci sono io qui!.
Gli altri si scambiarono sguardi eloquenti.
Con tutto il rispetto, Perdicca, disse Attalo, paragonarti a Cratero  come mettere Aiace con Achille. Come gli achei hanno avuto bisogno di Achille per conquistare Troia, noi adesso abbiamo bisogno di Cratero per vincere i romani.
Perdicca rimase sbalordito. Perch era proprio il cognato a dire una cosa del genere? Che cosa gli aveva promesso Cratero, con quanto denaro o propriet lo aveva subornato, perch si mettesse contro di lui?
Non fare quella faccia da vergine offesa, Perdicca, disse Meleagro. Tuo cognato ti ha paragonato ad Aiace.  un onore. Io avrei detto piuttosto il bel Paride.
Tra gli altri generali si sentirono delle risate appena soffocate. Perdicca arross. L'allusione a Paride, il cui unico merito nella guerra di Troia, a parte provocarla, consisteva nell'essere il guerriero pi agghindato in battaglia, era umiliante. Con quella meschina rivincita, Meleagro si vendicava del fatto che a quarantatr anni conservasse l'aspetto di un giovane, mentre lui era un rudere peloso con l'alito che sapeva di vino acido.
Ma la cosa che feriva davvero Perdicca era che non si fidassero di lui. Lo stesso cognato aveva appena richiesto la presenza di Cratero, e il fratello aveva abbassato lo sguardo senza dire niente. Persino il prudente Glaucia si era coperto la bocca per nascondere un ampio sorriso.
Non offenderti, Perdicca, disse Peucesta in tono allegro. Prima avete riso tutti di me quando sono caduto di culo.
Bella truppa ha Alessandro per conquistare Roma, bofonchi Perdicca. Con voi non va da nessuna parte.
Allora prendila tu da solo, sbott Meleagro. Ma non dimenticare di far ubriacare i tuoi uomini come ad Alicarnasso.  l'unico modo per farti obbedire!.
Perdicca port la mano al pomo della spada. Per qualche secondo vide tutto rosso e pens solamente a sgozzare Meleagro all'istante. Ma le risate degli altri gli fecero provare ancora pi vergogna, invece che rabbia, e reag buttando a terra la sedia con un calcio e scagliando con la mano un tripode su cui poggiava un vassoio pieno di calici di vetro.
State bene l! Per me potete andare tutti nel regno di Ade!.
Usc dalla tenda come una furia. Il nipote, che stava parlando con dei paggi, si affrett a seguirlo. Siccome Perdicca camminava a grandi falcate dalla rabbia, Gavane dovette quasi correre per mantenere il suo passo.
Cos' successo, zio?
Proprio tuo padre. Mio fratello. Ha riso di me. E cosa dire di quell'altro inetto che  sposato con mia sorella!.
Ma cosa ti hanno detto?.
Perdicca svolt a destra e imbocc una strada larga che separava il settore del secondo battaglione di sarisse dalla zona dove c'erano i padiglioni dei Compagni. Era uscito dalla tenda di Alessandro senza sapere bene dove andare, ma poi gli venne un'idea. Aveva bisogno di andare a cavallo e galoppare come il vento finch non avesse smaltito l'ira o non si fosse sfiancato l'animale.
 sempre la stessa storia, rispose, pi a s stesso che al nipote. Stanno sempre ad aspettare che gli uomini ai miei ordini commettano un errore per dare la colpa a me. A cosa servono le ferite che mi sono procurato per servire Alessandro? A niente! Chi si ricorda che mi hanno quasi ammazzato a Tebe per aver superato l'abbattuta per primo? Nessuno! No, sono solo bravi a dire che l'ho fatto senza pensare e senza aspettare l'ordine di Alessandro, tutto per togliermi il merito. E di Alicarnasso? Ormai sarai stanco di sentirlo raccontare.
Cos' successo ad Alicarnasso?
Ah, non te lo hanno raccontato? Che strano! S, ho cercato di ripetere l'attacco a sorpresa di Tebe, ma quel figlio di puttana di Memnone era molto scaltro e ci ha sbaragliato. Siccome fu un assalto notturno, alcuni degli uomini avevano bevuto vino. Quindi poi qualcuno ha cominciato a dire che eravamo tutti ubriachi, ma  una sporca bugia. E non provasse a dirlo anche quell'infame ubriaco di Meleagro! Sono passati pi di quindici anni, ma ancora me lo rinfacciano alla minima occasione. Possibile che non ho fatto niente di buono da allora? E Gaugamela, e Sogdiana, e la campagna in India?
Non dimenticare la campagna di Grecia, zio.
Perdicca si volt verso il nipote e strinse i pugni. Ma era evidente dall'espressione che il giovane non si stava prendendo gioco di lui.
La campagna di Grecia! Cos metti il dito nella piaga. Mi accusano di non averla saputa gestire. Cosa volevano che facessi? A Tanagra avevo solo ventimila uomini, mentre loro erano trentamila tra spartani, arcadi, ateniesi e focesi. Avrebbe potuto essere una sconfitta senza precedenti per l'esercito macedone, un'autentica carneficina, e nonostante questo, riuscii a ritirarmi in modo ordinato e persi solo duemilatrecento uomini. Cratero avrebbe fatto meglio?
Certo che no, zio.
Quando torn dall'Asia aveva venticinquemila soldati di rinforzo. Con un uccello grosso si scopa bene! Come avrebbe potuto perdere il grande Cratero se aveva quasi quindicimila uomini pi del nemico?
E poi fosti tu ad aprire la breccia nella falange spartana.
Quella fu la chiave della battaglia!, esclam Perdicca, non ricordando che il nipote lo sapeva perch glielo aveva raccontato lui stesso subito prima della riunione. Che cosa stava facendo Cratero nel frattempo? Si limitava a contenere gli ateniesi e i focesi. Ma siccome lui aveva il comando supremo, tutti dicono che Tegea fu una grande vittoria di Cratero.
Non  giusto, zio.
Certo che non lo . E adesso succeder la stessa cosa. Posso fare meraviglie sul campo di battaglia, ma quando vinceremo i romani diranno che  stato tutto merito di Alessandro. Ah, magari succedesse qualcosa, qualsiasi cosa, perch possa avere io il comando di tutto l'esercito, anche solo per un giorno! Non ho ancora combattuto abbastanza per meritarmelo?
Non capisco cosa vuoi dire.
Perdicca fren bruscamente e torn a guardare il nipote. Il giovane lo osservava con gli occhi spalancati, quasi spaventato. Cap di aver parlato troppo.
No, niente, Gavane, gli disse dandogli un affettuoso scappellotto. Alessandro  un dio per me. Per questo a volte vorrei che facesse come Zeus nella guerra di Troia e si mettesse un po' da parte per vedere come sconfiggo in suo nome i nemici come faceva Achille. L'unica cosa che vogliamo tutti  che Alessandro sia orgoglioso di noi. Non ti pare?
S, zio.
Vieni con me. Cavalcheremo insieme sulla spiaggia fino al calar del sole e poi ti presenter alcune etere molto giovani e compiacenti. Te lo sei meritato.
Stava facendo notte quando Alessandro sal alla terrazza della sua dimora per cenare con Lisania. Si era abituato ad andarci ogni volta che voleva parlare in privato, perch l non c'erano pareti a cui poteva attaccarsi nessun orecchio curioso e il tetto era abbastanza spesso per soffocare le voci. Non c'erano nemmeno Rossane e suo figlio; come d'abitudine, per evitare i fastidiosi lavori d'ampliamento, erano andati a trovare Cleopatra. Alessandro aveva manifestato un certo scetticismo di fronte all'improvvisa adorazione della moglie battriana nei confronti della sorella, ma preferiva che stesse con lei piuttosto che a combinare guai altrove, perci non le diceva niente.
Poich erano passate molte ore da quando aveva toccato cibo per l'ultima volta, Lisania mangi con appetito. Alessandro spizzic solo un po' di formaggio e di frutta, poi si mise a togliere dal calice il fondo del vino con il dito mentre guardava a nord. Al buio era difficile capire dove avesse gli occhi, se stesse contemplando la citt, la scura sagoma delle montagne, la cometa o semplicemente se stesse pensando con lo sguardo perso. Oltre le mura, iniziavano ad accendersi una marea di torce, come se l'accampamento fosse uno specchio di luminarie che apparivano in cielo. Poco a poco la macchia bianca e rossastra di Icaro si fece sempre pi nitida, finch fu visibile in tutto il suo splendore. La sua chioma rossiccia gi si dirigeva verso il Dragone, mentre la sua lunga coda attraversava le ultime stelle dell'Orsa Minore.
Lisania era preoccupato. Sapeva che il comportamento di Alessandro alla riunione aveva provocato sconcerto e persino scandalo tra i suoi generali. Lui stesso non sapeva bene a quale gioco stava giocando il re. Lo inquietava oltremodo sapere che i romani avevano sconfitto una forza macedone. Sapeva che le truppe di Alessandro avevano subto disastri peggiori in altre occasioni. Durante la campagna di Sogdiana, per esempio, i cavalieri sciti del satrapo Spitamene avevano annientato duemila soldati di fanteria e trecento di cavalleria. Ma allora si era trattato di un'imboscata in un territorio ostile, vicino alle rive scoscese del fiume Politimeto; mentre ora la falange era stata sconfitta di fronte e in una pianura, il campo pi appropriato per le loro evoluzioni. Per la prima volta erano stati vinti nel proprio territorio e in modo devastante.
Non ha molta importanza, insisteva Alessandro. In guerra,  meglio subire delle sconfitte all'inizio ed essere pi prudenti dopo, che iniziare con grandi successi e finire con un fallimento per eccesso di sicurezza. Inoltre, Lisania, non dimenticare che io non c'ero.
Sembrava inquieto, come se aspettasse qualcuno che tardava ad arrivare. Torn a guardare la porta che dava sulla terrazza mentre si massaggiava le tempie. Era tutto il giorno che aveva uno di quei mal di testa che ultimamente lo affliggevano; inoltre Lisania, anche se il re non glielo aveva detto, sospettava che in piena riunione con i generali avesse perso la vista per qualche secondo.
La scala di legno che saliva alla terrazza scricchiol e un uomo barbuto e corpulento apparve sulla porta.
Cratero!, esclam Alessandro e accorse a salutarlo.
I due si abbracciarono. Alessandro, dando una pacca sulla schiena al generale, alz una nuvola di polvere dal suo mantello che gli provoc un attacco di tosse e dovette allontanarsi da lui tra le risate.
Vedi, Lisania? Cratero  un soldato alla vecchia maniera. Dopo aver cavalcato per chiss quanti stadi lungo le strade di Ermes, viene direttamente dal re invece di lavarsi per togliersi sudore e polvere di dosso.
Devo prenderlo come un complimento o come un rimprovero?, domand Cratero e alz un braccio per annusarsi. Si sente tanto che puzzo come un caprone?
Non sto scherzando, mio vecchio amico.
Alessandro lo prese per un braccio e lo port al tavolo che era rimasto dalla sera dell'osservazione della cometa. C'era un cratere di vino appena portato dalla cantina e mescolato con acqua. Il re gliene serv un calice, gli diede un cesto con una pagnotta di pane bianco e gli avvicin un vassoio con delle fette di maiale salato, lingua di vacca stufata e insalata di cetrioli, crescione e asparagi. Si sedettero su sgabelli, mentre Cratero divorava il cibo con la voracit di un ciclope. Era alto quanto Alessandro, ma aveva le spalle il doppio pi larghe. Braccia e gambe erano tutto muscolo, e persino la pancia, dove negli anni aveva accumulato una buona quantit di grasso, era cos dura che non c'era modo di dargli un pizzico. A cinquant'anni aveva ancora tutti i capelli e una barba nera e folta intorno alla bocca, la quale, quando rideva, era grande e clamorosa come quella di Cariddi, il mostro che risucchiava e risputava le acque del mare tre volte al giorno.
Cratero non aveva n l'eleganza n la distinzione di Perdicca, ma Lisania aveva imparato ad apprezzarlo, perch il suo affetto per Alessandro era sincero. Come Perdicca, era dell'Orestide; ma si notava di pi che veniva dalle montagne, perch non si era mai scomodato a raffinare i suoi modi. Gli piaceva definirsi un semplice stratiota, un soldato. Aveva goduto sin da subito della fiducia di Alessandro. Nella battaglia di Isso gli aveva gi affidato il comando di quattro battaglioni di opliti e gi allora era al di sotto solo di Parmenione nella gerarchia. Non era strano che Cratero avesse dato pieno appoggio ad Alessandro quando Filota, il figlio di Parmenione, non rivel in tempo una congiura contro il re. Era un buon modo per liberarsi di due rivali: il padre nel presente e il figlio nel futuro.
Per quella faccenda, Lisania aveva il cuore diviso. Era incapace di pensare che Alessandro potesse arrivare a essere ingiusto o crudele, ma dall'altra provava una grande ammirazione per Parmenione, che era imparentato con la famiglia della madre e di cui si era sempre parlato bene in casa sua. La soluzione per lui era pensare che il re fosse stato consigliato male dagli amici, soprattutto da Cratero ed Efestione, i quali gli avevano raccomandato di torturare Filota per scoprire tutta la verit. Probabilmente, il giovane aveva coinvolto il padre nella cospirazione, perci Alessandro aveva mandato uno dei Compagni di fiducia a Ecbatana. Polidamante, il prescelto, percorse in dieci giorni pi di cinquemila stadi e si occup personalmente dell'esecuzione del generale veterano che aveva regalato tante vittorie prima a Filippo e poi a lui.
Da allora, Cratero prese il posto di Parmenione al fianco di Alessandro. Per dimostrargli il suo apprezzamento, nei matrimoni collettivi di Susa gli aveva dato la mano di Amastris, nipote di Dario. Era l'unico Compagno al quale aveva concesso l'onore di imparentarsi con la famiglia reale persiana. Eccetto Efestione, ovvio, a cui aveva dato in sposa Dripetide, figlia del Gran Re.
Lisania si domandava spesso se prima o poi Alessandro lo avrebbe premiato come aveva fatto con Efestione. Lui era felice di stare accanto al re, un onore che non si sarebbe mai sognato a Pella, e se gli di gli avessero fatto scegliere tra diventare satrapo d'Egitto e separarsi da Alessandro o essere trasformato in cane, stendersi sotto al tavolo e mangiare tozzi di pane con cui il re si puliva le mani, non avrebbe avuto alcun dubbio. Tuttavia lo avrebbe reso felice se avesse avuto i dovuti riguardi nei suoi confronti come quelli che aveva per Efestione, affinch tutti sapessero che Lisania non era solo il bel giovane che stava accanto ad Alessandro, ma una persona che godeva della sua pi grande stima.
Com' andata?, domand Alessandro quando vide che Cratero aveva saziato la sua fame.
Bene. Ho preso contatto con le trib di... Aspetta che ti dico i nomi. Cratero si guard il braccio, dove si era scritto alcune parole con inchiostro blu. Picentini, frentani, marrucini, vestini e peligni. Non ho pi la testa per ricordarmi tutti questi nomi.
Ci credo. Non ne avevo mai sentito parlare. Per la prima volta in tutto il giorno, Alessandro sembrava di buon umore. Raccontami cosa ti hanno detto.
Li ho convinti che il tuo unico interesse  mettere fine al potere di Roma nel Centro Italia. Che vuoi avere le mani libere per far viaggiare tranquillamente le nostre navi dalla Sicilia alla Corsica e da l a Marsiglia, ma che non hai nessuna intenzione di soggiogarli.
Non ho mai avuto intenzione di soggiogare nessuno, afferm Alessandro con tanta sincerit da crederci persino lui stesso. Rispetter la loro indipendenza, purch non ci ostacolino. Ci possiamo fidare?
Sono popoli orgogliosi e agguerriti. Non sono molto numerosi,  vero, ma potrebbero tenderci qualche imboscata sulle montagne. Per questo ho preso degli ostaggi dalle famiglie di tutti i loro capi e re. Li tengo al sicuro a Ortona, un porto del Golfo Ionio che appartiene ai frentani. Le prede sono gi arrivate l, e a quest'ora le staranno portando a ovest. Ho lasciato l'incarico a Ofela.
Alessandro si guard intorno e abbass la voce.
C' una spia tra noi.  meglio che non ne parli pi, Cratero.
Una spia?. Il generale scoppi a ridere. Sarebbe stupendo se solo ce ne fosse una. Quanti di quei vivandieri e parassiti che ci si sono attaccati a Poseidonia credi che non siano spie?
Non mi preoccupano troppo. Ho sotto controllo tutti i passi del promontorio delle Sirenuse. Pu andare in Campania solo chi decido io.
Non esistono linee n frontiere impenetrabili. Lo sai.
Alessandro scroll le spalle.
Che i romani conoscano il nostro effettivo non mi preoccupa troppo. Quando parlo di una spia mi riferisco a qualcuno molto vicino e a un livello alto. Capi, organizzazioni, amici... Ho intercettato questo messaggio, disse tendendogli un rotolo legato con un nastro.
Allora  molto semplice. Prova a staccare le unghie al messaggero finch non confesser chi glielo ha dato.  la cosa pi efficace. Perlomeno a me ha sempre funzionato.
Purtroppo il tizio aveva un veleno con s e lo ha ingerito prima di dirci qualcosa.
Cratero srotol il papiro e lesse, scandendo lentamente le parole a voce bassa. Ogni tanto commentava a voce alta qualche cifra o diceva qualche imprecazione.
Chiunque sia,  ben informato su tutto, comment quasi alla fine del rotolo. Ci sono tutti gli squadroni e tutte le compagnie con la loro composizione, il loro numero esatto, il nome del loro capo... A momenti menziona la voglia a forma di civetta che ho sul culo. Improvvisamente la sua espressione cambi. Caspita, cosa dice qui? Il figlio di Ammone ha ricominciato a bere. Forse ha una malattia grave, o almeno lo crede lui.  un uomo superstizioso, e da quando il suo dottore non sta pi con lui, la paura che ha della morte si  acutizzata.
Alessandro gli tolse la lettera. Nonostante cercasse di controllarsi, la voce gli tremava dalla rabbia.
Paura della morte! Se scopro chi ha scritto queste cose lo far infilzare come un maiale e arrostire a fuoco lento sulla brace, disse in dialetto macedone, come faceva quando si arrabbiava davvero. Un traditore posso anche perdonarlo, ma un bugiardo mai. Dimmi, Cratero, quando mai io ho avuto paura della morte?
Mai, Alessandro.
Lisania pens che non fosse del tutto vero. Alessandro sognava una morte eroica, mentre rompeva le file nemiche in groppa ad Amauro o mentre si batteva a duello con un campione degno di lui. Ma aveva paura della malattia, e soprattutto della miseria, della sporcizia e del fetore che l'accompagnavano. In quel momento era ossessionato dal fatto che i suoi mal di testa e gli attacchi di cecit momentanea significassero che un male oscuro e mortale lo stesse divorando da dentro. Lisania, che aveva dormito nella sua alcova la notte precedente, lo aveva sentito pronunciare in sogno il nome di Nestore per tre volte.
Ma  vero che sei malato?, domand Cratero.
Certo che no! Ho la faccia da malato?
No.
Non sono mai stato meglio di adesso. Tu lo sai, Cratero. La mia salute non era molto pi compromessa a Babilonia, quando siamo tornati dall'India?
 vero, Alessandro.
E posso assicurarti che non ho paura di niente, Cratero. Chi mi accusa di superstizione si sbaglia di grosso. Non temo n gli di n i demoni. Non m'importa se mi trovo davanti tutta la corte di Zeus Olimpico insieme al seguito infernale di Ade, i mostri di Poseidone e i cani di Ecate, capisci?
Certo.
E nessuno mi ha pi visto ubriaco da Babilonia. Chiedi a chi vuoi e lo saprai.
Calmati, disse Cratero, indietreggiando un po' sulla sedia perch Alessandro gli stava andando addosso. So che non hai paura di niente.  il tuo nome che incute terrore. Il generale sorrise al ricordo di qualcosa. Persino quei popoli di cui non sapevi i nomi ti temono. I peligni ti hanno consacrato una statua in uno dei loro templi.
Alessandro respir profondamente. Era evidente che Cratero voleva cambiare argomento per mitigare la sua rabbia.
Devo dire, continu il generale, che ti hanno rappresentato con la barba. Quell'Alessandro somiglia pi a me che a te.
Alessandro si alz dallo sgabello e si avvicin al parapetto che dava a nord. La luna non era ancora salita e il cielo era punteggiato di stelle, una corte d'onore per la cometa che regnava nel firma-
mento.
Ho un'altra missione per te, Cratero.
Il generale si riemp il calice di vino e raggiunse Alessandro alla ringhiera, senza dire niente.
Domani andrai a Roma.
Allora praticamente nemmeno mi lavo. Se poi devo togliermi di dosso la polvere del viaggio un'altra volta....
C' gi stato uno scambio di messaggeri con loro, quindi la vostra ambasciata sar protetta dagli di. Porterai con te cinquanta uomini.
Quale messaggio devo comunicare loro?
Voglio la Campania. Loro non devono avvicinarsi a meno di cento stadi da Capua.
Non accetteranno.
Certo che non accetteranno. Ma guadagneremo un po' di tempo.
Lisania, ricordando i consigli di Speusippo, capo dei paggi a Babilonia, rimase fermo e silenzioso come un mobile. Ma dentro di s si domandava che cosa volesse Alessandro. Perch non si mettevano in marcia subito? Perch voleva guadagnare tempo se l'esercito era gi pronto per l'azione? Nell'accampamento aveva sentito dire, un po' per scherzo e un po' seriamente, che Alessandro voleva che i romani avessero tempo per riunire quante pi tra le migliori legioni possibili, perch il re dei macedoni non si scomodava a scendere sul campo di battaglia se non ci fosse stata un esercito di almeno centomila uomini.
Sai cosa mi hanno detto tutti quei picentini, peligni e cos via?, domand Cratero.
No.
Che i romani non si arrendono mai. La resa non ce l'hanno nel sangue. Sono inflessibili come una quercia, incapaci di piegarsi. Anche se sconfiggi le loro legioni continueranno a combattere contro di te. L'unica cosa che puoi fare se vuoi vincerli  distruggerli completamente e cancellare la loro citt dalla faccia della terra.
Se  quello che vogliono....
Per qualche minuto bevvero in silenzio, Alessandro a piccoli sorsi, senza riempirsi di nuovo il calice. Lisania sapeva che stava facendo in quel modo per Cratero, per non dare credito al messaggio del-
la spia.
Scopri se tengono Nestore a Roma e fattelo ridare, disse il re dopo un po'. Avrai quindici talenti d'oro.
Lisania sibil tra i denti. Era l'equivalente di centocinquanta talenti d'argento, o novecentomila dracme. Con una somma come quella, Alessandro poteva mantenere tutto l'esercito per sei o sette mesi, comprese le paghe della cavalleria dei Compagni.
Ho sentito dire che c'era anche la figlia di Agatocle su quella nave, disse Cratero.
E se sta a Roma, porterai anche lei. Ma prima riscatta Nestore. Se non ci fosse altro rimedio, puoi lasciare l Agatoclea. Non credo che le facciano del male, e poi la recuperer quando prender la citt. Ma ho bisogno di Nestore adesso.
E se fosse morto?
Non lo .
C' stata una battaglia, Alessandro. Le persone muoiono in battaglia, anche se non sono soldati.
So che non  morto. Tu me lo riporterai, disse Alessandro.
Cratero abbass lo sguardo. Lisania poteva quasi leggergli nella mente. Se i romani erano cos testardi come tutti dicevano, non era una missione semplice quella che gli aveva affidato Alessandro.
Per te ho sempre fatto il possibile e l'impossibile, rispose alla fine Cratero.
Lo so. Ora va' a riposare. Ne hai bisogno.
Quando il generale stava per andarsene, Alessandro disse:

Ah! Ti accompagner Perdicca.
Cratero aggrott la fronte, perplesso, ma solo per attimo.
Va bene. Perdicca  un buon compagno. Ce la siamo sempre cavata bene insieme.
Quando rimasero di nuovo soli, Alessandro si riavvicin al parapetto e guard ancora una volta la cometa. A est, la luna iniziava a spuntare sopra i monti.
Tu credi che una cosa cos piccola possa ucciderci tutti, Lisania?
Non lo so, disse avvicinandosi al re e poggiandosi accanto a lui sulla balaustrata di pietra. Rimase a pensare per qualche secondo, poi disse: Non ti fidi di Cratero?
Perch dici questo?
Non gli hai detto che ti senti male. Pensavo che a lui confidassi la tua....
La mia malattia? No, Lisania. Non posso farlo. Dei em einai kraterteron tu Krater6.
Ma hai sempre detto che  un uomo leale.
E lo . Sono quasi sicuro che non cospirerebbe mai con gli altri generali contro di me.
Allora perch gli hai fatto vedere quel messaggio che diceva cose orribili sul tuo conto?
Preferisco che le sappia da me per poterle poi smentire. Ma non posso dirgli quello che mi sta succedendo. Cratero  ambizioso.  questa la sua pi grande virt. Per questo non si  mai accontentato di essere un buon generale, e nemmeno un grande generale. Si  sempre impegnato per essere il migliore, quello che instilla pi coraggio nelle sue truppe, quello che le schiera meglio sul campo di battaglia, quello che veglia di pi sui suoi soldati quando marciano in terre straniere. Per questo  il mio generale pi capace, e per questo io devo essere migliore di lui.
Lisania annu. Capiva perfettamente: il re di Macedonia doveva essere il primo in tutto. Com'era successo a Filippo, che era attorniato da leoni come Parmenione, Antipatro, Poliperconte e Antigono, ma aveva dimostrato di distinguersi come guerriero tra tutti loro. Cavalcando al fronte dei Compagni, era stato ferito talmente tante volte che a quarant'anni era guercio e zoppo e il suo corpo era diventato un puntaspilli pieno di punture e cicatrici. Ma aveva anche cacciato pi cinghiali, orsi e leoni dei suoi generali. Aveva ucciso pi uomini. Aveva bevuto pi vino e mangiato pi carne. Aveva fornicato con pi donne ed efebi. Aveva concepito pi eredi. Aveva sottomesso pi popoli. In tutte queste cose aveva dimostrato di essere superiore, perch un re vecchio stile doveva essere il pi macedone dei macedoni.
Alessandro era diverso. Lui non voleva essere il primo tra i suoi simili, ma superare tutti i mortali alla maniera squisita e distante degli di. Per questo doveva stare al di sopra degli uomini, lontano dalle loro miserie. Per questo doveva mantenersi giovane e bello, per dimostrare che non era uno in pi, giacch quello che diceva la frase di Euripide (In tutti gli uomini belli  bello anche l'autunno della vita) si avverava solo per i privilegiati come Alessandro o il leggendario Alcibiade. Per questo doveva superare i suoi rivali non solo in strategia e governo, ma anche in saggezza, lucidit e temperanza, ed essere un autentico Apollo tra loro.
Un Apollo, si ripet Lisania, mentre il re tornava al tavolo per riempirsi il calice. Alessandro, che aveva sempre venerato Dioniso, aveva imparato a temerlo dopo Babilonia, consapevole del fatto che gli oscuri misteri del suo culto potevano distruggere un uomo. Ma in quel momento, temeva Lisania, stava di nuovo cadendo nelle grinfie del dio.
S, prosegu Alessandro, mi fido di lui. Mi fido di Cratero. Fino a un certo punto. Lui non mi venderebbe a nessuno. Ma, se crede che ceder, far come il leone giovane che, vedendo il capobranco debole, si scaglia contro di lui per cacciarlo via e prendere il suo posto. Come posso permettere che mi sostituisca un leone pi vecchio?
E perch mandi Perdicca con lui? Non lo capisco.
Ah, il buon Perdicca!. Alessandro sospir e bevve ancora.  nato per essere infelice. Ha sempre un motivo per sentirsi insoddisfatto oppure offeso. Anche se gli ho concesso la mano di mia sorella e gli ho dimostrato mille volte la predilezione che ho per lui, continua a essere un bambino che si lamenta del fatto che suo padre non lo ama abbastanza. Gli importa solo quello che pensano di lui, e qualsiasi gesto casuale intacca il suo orgoglio. Per questo voglio che accompagni Cratero, perch sappia che apprezzo entrambi allo stesso modo. Anche se poi, aggiunse in tono pi freddo, quando arriver il momento della battaglia, sar a Cratero, e non a Perdicca, che affider il mio esercito.
Lisania non disse niente. Non credeva alla spiegazione di Alessandro; c'era senz'altro un motivo pi sottile dietro, la vera ragione per cui mandava due generali contemporaneamente in una missione che poteva compiere qualsiasi ufficiale di grado inferiore.
O semplicemente il leone capo stava mandando lontano i due maschi del branco che potevano ribellarsi contro di lui non appena avessero saputo che era debole e avessero annusato sangue fresco.
Tu mi hai visto ubriaco, Lisania?, domand Alessandro voltandosi verso di lui. Dimmi la verit. Credi che Dioniso si stia impadronendo di nuovo di me?
No, rispose Lisania con voce flebile, e si affrett ad aggiungere con pi veemenza: Assolutamente no. Il vino concilia il sonno e tu hai bisogno di dormire ogni tanto.
 difficile dormire quando hai il presentimento che tutto quello che conosci stia per finire, rispose Alessandro, alzando gli occhi verso la cometa.
Non posso credere che succeda una cosa del genere, disse Lisania. Gli uomini saranno mortali, ma il mondo  eterno. Non pu essere altrimenti.
Questo cosmo non lo cre alcun dio n alcun uomo, ma  sempre stato,  e sar un fuoco eterno che si accende e si spegne all'occorrenza, recit Alessandro.
Chi lo ha detto?
Eraclito di Efeso, detto l'Oscuro. Aristotele ci insegn le sue idee quando studiavamo nei Giardini di Mida. Lo criticava con grande accanimento, perch Eraclito era saggio e poeta allo stesso tempo, un pensatore poetico e ardente, e non un filosofo analitico e rigoroso come piaceva a lui. Il problema  che c'erano cose che Aristotele non poteva o non voleva capire. Lui non fu mai un guerriero. Recit ancora: La guerra  il padre e il re di tutte le cose7. La guerra distingue gli uomini dagli di, agli uni li trasforma in schiavi e agli altri li rende liberi. Per Eraclito, il mondo era un ciclo di fuoco e guerra perpetui, una Fenice che si estingue tra le fiamme e che, quando  sprofondata nelle proprie ceneri, rinasce. Tutti gli indizi mi fanno pensare che adesso siamo alla fine di un ciclo.
Non voglio pensare che sia cos, rispose Lisania.
Il re si volt verso di lui, gli mise le mani sulle spalle e lo guard negli occhi. Stando cos vicino ad Alessandro, il giovane pens che fosse come un dio; ma un dio triste, conoscitore della propria mortalit e della fine inesorabile di tutte le cose che conosceva.
Sai cos'altro diceva Eraclito? Le anime morte in battaglia sono pi pure di quelle che muoiono di malattia, e solo loro si uniscono al fuoco cosmico. Non so quale verme o granchio maligno stia corrodendo la mia testa, Lisania, ma non lascer che mi faccia marcire dentro n che mi faccia diventare qualcosa di diverso da Alessandro. Se tutto deve concludersi, dobbiamo avere una fine degna di noi, Lisania. Mi accompagnerai?
Fino in capo al mondo, Alessandro, rispose Lisania. Poi, ispirato da qualche dio, aggiunse: E quando ci arriveremo, cavalcheremo insieme oltre la fine.
Vicino all'asse del mondo, Cloto, Lchesi e Atropo, le dee del de-
stino, continuavano a intrecciare lo strano tappeto con i loro fili.

6. Devo essere pi forte di Cratero. Alessandro fa un gioco di parole con il nome del generale che significa forte, anche se per farlo utilizza unaforma analogica del comparativo e non quella corretta.
7. In greco la parola guerra, plemos,  maschile.

Storia di un tradimento.

Come mi avevi detto che si chiama la tua bambola?, domand Nestore molto lentamente mentre controllava il drenaggio dalla tempia di Lila.
Non c' bisogno che mi parli cos. Non sono stupida, disse la bambina, che era di cattivo umore perch ancora non le permettevano di alzarsi dal letto per giocare. Nestore pens che fosse un buon segno.
Scusami. Il fatto  che parli molto bene il greco. Quando sarai grande, di sicuro lo parlerai meglio di tuo fratello, rispose Nestore.
E si chiama Pulcra, aggiunse Lila, abbracciando la bambola. Non te lo ripeto pi.
Nestore avvert che qualcuno lo stava osservando. Gir la testa e sorprese lo sguardo di Giulia. La sorella maggiore della bambina aveva gli occhi appannati.
Anche oggi ha dormito molto bene. Per nascondere le lacrime, la moglie del pretore si chin sulla piccola e apr la bulla d'oro che portava al collo, ci mise dentro dei fili colorati e poi richiuse le due met dell'amuleto. Non ha pi le convulsioni.
Nestore si allontan dal letto e allung la mano per prendere il braccio di Giulia e parlarle in disparte. Poi pens che non fosse corretto fare una cosa del genere con una donna romana, allora richiuse le dita nell'aria e si limit a farle segno di accompagnarlo alla porta del cubicolo.
Credo che ormai sia fuori pericolo, sussurr. I demoni dell'infezione non resistono troppo a lungo.
Ho sempre saputo che si sarebbe ripresa, rispose Giulia. Ho pregato la Bona Dea e Giunone Domiduca, che mi hanno detto che Lila si sarebbe salvata. Fu lei a stringere il braccio a Nestore. Ma  stato grazie a te. Non lo dimenticher mai.
Poi i legionari che scortavano Nestore ovunque lo riaccompagnarono nella sua stanza. Sotto le tuniche corte di lino si intravedevano rigonfiamenti sospetti: sicuramente pugnali e persino una spada corta che uno dei due teneva sotto l'ascella. A Nestore non importava. Era abituato a vivere circondato di armi, e poi non gli sarebbe mai passato per la mente di fuggire nel bel mezzo del territorio nemico. Era un dottore di oltre quarant'anni, non un guerriero giovane e ardente disposto a rischiare la pelle per tornare di nuovo insieme al suo signore.
Pranz con Boeto in silenzio. Il focese era un uomo taciturno e lui, da parte sua, non aveva molta voglia di parlare. Si era alzato nervoso, inquieto per qualcosa, e dopo che Giulia lo aveva preso per il braccio credeva di sapere il perch. Il giorno prima, mentre controllava Lila e le cambiava le bende, Clea si era offerta di aiutarlo, e mentre lavoravano le loro mani si erano sfiorate varie volte. La sua pelle conservava ancora il tepore di quel tocco e se respirava profondamente poteva sentire nel naso il suo aroma di pubere in piena effervescenza. Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva la sua nuca e il suo collo nudo, perch Clea si era raccolta i capelli con una retina d'oro e rame che disseminava di scintille il colore di fuoco della sua chioma.
Non gli piaceva affatto la piega che stavano prendendo i suoi pensieri. Clea era poco pi che una bambina e, ancor peggio, la sposa di Alessandro, suo amico e suo re. Ma Nestore non ricordava di aver mai provato prima quella strana smania con cui si era svegliato quella mattina, un desiderio impaziente e infantile di rivedere Clea anche solo per qualche secondo.
Ripensandoci, non ricordava se mai prima di Delfi avesse amato qualcuno o qualcuno avesse amato lui. Ma riconosceva i sintomi come qualcosa di gi provato in passato. Erano le fasi iniziali, i prodromi che preannunciavano la malattia di Eros. Ci significava che non si trattava di sentimenti nuovi per lui. Se li riconosceva era perch dovevano far parte delle numerose nozioni che conserva-
va nella testa senza sapere come o in quale momento fossero arri-
vate l.
Quando fin di mangiare, Scipione, il magistrato che li aveva accolti al loro arrivo a Roma, entr nella stanza accompagnato da Giulia. Era di cattivo umore, perch il dittatore gli aveva dato una bella strigliata. Nestore abbass lo sguardo come se non capisse niente di quello che dicevano e aguzz le orecchie, ma non sent nulla riguardo al suo destino n a quello di Clea, solo lamentele sull'imperium, la dignitas e l'insolenza di un pediculus rifatto come Papirio che osava inveire contro chi era d'origine pi nobile di lui.
Quando vide Nestore, il pretore cambi espressione e sorrise.
Mia moglie mi ha detto che la bambina  quasi guarita. Il suo greco era corretto, ma non fluente come quello di Gaio Giulio. Ti ringrazio.  stato un miracolo.
Nestore accett il complimento annuendo con la testa. In questi casi preferiva non rispondere a voce alta.
Mi domandavo se tu potessi accompagnarmi a casa per andare a trovare uno xenos. Scipione aveva usato una parola che significava sia ospite che straniero e si affrett ad aggiungere:  una persona a me molto cara. Si chiama Nicomaco e da anni  mio professore di filosofia e retorica ed  finito per diventare mio amico. Ti andrebbe di visitarlo?
Sono vostro prigioniero, rispose Nestore stringendosi nelle spalle. Posso forse decidere altrimenti?
Sei prigioniero di Gaio e della Repubblica, non mio, rispose Scipione con aria afflitta. Ieri hai ridato la vita a mia cognata e il sorriso a mia moglie. Solo per questo ti sar eternamente grato. Ma quello che ti chiedo adesso  a titolo personale. Gaio Giulio ha dato il suo consenso.
Nestore annu e per un istante pens di chiedere scusa ma, quando era sul punto di farlo, tenne la bocca chiusa. Meglio se Scipione continuava a sentirsi in debito e a vederlo come medico, non come ostaggio.
In quel momento uno dei legionari che sorvegliavano Nestore si avvicin correndo e disse qualcosa a Scipione, che annu.
Accompagnami un attimo, per favore, chiese al dottore.
Arrivarono alle stanze di Clea, dove un altro soldato era di guardia. Scipione buss alla porta, che si socchiuse e apparve il viso di Ada, la schiava di Clea. Quando stava per dire qualcosa, una mano la tir via per spostarla e si present Clea sulla soglia. Appena la vide, il cuore di Nestore inizi di colpo a battere forte.
Come sta Lila oggi?, domand la giovane. Nestore s'irrit perch non guard lui ma il pretore; e s'irrit ancora di pi per aver avuto una reazione cos infantile.
Sta molto meglio, rispose Scipione. Era evidente che non volesse essere scortese con la moglie di Alessandro, ma aveva fretta. Grazie alle arti del vostro dottore.
Clea spinse la porta, ma prima che si chiudesse guard Nestore e gli sorrise. Lui la salut con un cenno del capo. No, non stava prendendo una buona piega.
Uscirono dalla casa della famiglia Giulia preceduti dai due littori di Scipione, che portavano in spalla i loro fasci con molto orgoglio e sicurezza di s come se quel mazzo di rami fosse il mortifero fulmine di Zeus. Per sicurezza, dietro a loro e a Boeto camminava-
no otto legionari che, oltre ai pugnali nascosti, avevano grossi ba-
stoni.
Dopo una piccola discesa, arrivarono al Foro. Era l'ora che ad Atene chiamavano agor plethuses, quando il mercato  pieno, e anche l'enorme piazza pubblica di Roma era molto frequentata. I mercanti strillavano per vendere la propria merce su banchi dai colori vividi sistemati lungo la strada o in botteghe costruite sotto i lunghi portici che correvano su entrambi i lati del Foro; la gente vi passeggiava davanti, discuteva con i venditori e a volte comprava persino qualcosa. Su molti degli edifici che circondavano la piazza, c'erano operai che lavoravano sulle impalcature: pitturavano le pareti, doravano colonne di legno o riparavano tetti.
Nestore si era accorto che i romani costruivano come formiche instancabili e trasformavano il paesaggio come castori laboriosi. Lo aveva notato durante il viaggio dal Circeo: stavano facendo una strada verso la Campania che, nonostante le difficolt create dalle Paludi Pontine, non aveva niente da invidiare alla Via Reale tra Susa e Sardi. C'erano pietre miliari che informavano i viaggiatori della distanza percorsa e stazioni di posta; nelle zone gi finite era quasi impossibile conficcare la punta di un coltello tra le giunture del selciato. Gaio Giulio gli aveva anche spiegato che vicino al bosco di Diana c'era un tunnel che perforava la montagna lungo pi di otto stadi per drenare il lago ed evitare che con le piogge torrenziali si inondasse il santuario. Era un lavoro che gli operai avevano intrapreso contemporaneamente da entrambi i lati del monte, scavando in squadre indipendenti che alla fine si erano incontrate nel cuore della montagna con uno scarto di meno di due cubiti.
La loro fissazione per costruire si poteva apprezzare ancora di pi all'arrivo in citt. Stavano aggiungendo cinque cubiti di altezza alle mura, sebbene fossero gi di per s rispettabili. I conci erano di un tufo calcareo piuttosto morbido che portavano da Veio, ma in compenso avevano forma rettangolare in modo da poterli incastrare perfettamente ed erano spessi pi di otto cubiti; non sarebbe stato facile demolirli, nemmeno con le macchine da guerra di Alessandro. Dopo essere entrati attraverso la porta Capena, il gruppo guidato dal tribuno era passato sotto un acquedotto, sempre in costruzio-
ne, l'Aqua Iulia. Era una grande arcata che sormontava la strada a circa venti cubiti di altezza ed era previsto che fosse inaugurata prima di dieci giorni da Giunio Bruto, il censore che aveva promosso
l'opera.
Indubbiamente la minaccia di Alessandro aveva incentivato i lavori delle mura e la costruzione della strada e dell'acquedotto, perch i romani conoscevano bene la sorte che era toccata a citt come Tiro, Alicarnasso o Damasco. Ma questo non era tutto: costruire, riformare, fabbricare e crescere facevano parte della loro natura. Mentre Nestore passava per l'Argileto e per il Foro, come giorni prima quando aveva attraversato la citt lungo la Via Sacra, perse il conto dei muratori, marmisti e carpentieri arrampicati sulle impalcature. Certo, Roma era piena di capre, galline e maiali, alcune zone puzzavano di sterco e le strade pi strette traspiravano un'aura vetusta che ricordava Atene; ma il Foro e i templi del Palatino che si innalzavano a destra possedevano una grandezza pi solenne di quelli babilonesi e pi signorilit di quelli di Alessandro. Quei santuari si ergevano su zoccoli pi elevati degli stilobati greci e vi si poteva accedere solo attraverso salite e faticose scalinate: gli di romani guardavano gli altri di dall'alto in basso.
Malgrado il caldo estivo, diversi uomini indossavano le toghe bianche, evidentemente un privilegio esclusivo dei cittadini romani. C'erano anche molte donne: le pi umili portavano tuniche cru, servivano alle bancarelle o facevano compere con ceste di sparto; le matrone avevano vestiti colorati, pur sempre con tinte discrete, si facevano accompagnare da servitori che coprivano loro la testa con un parasole e camminavano con la serena dignit di regine senza corona.
La gente fece passare i littori, ma senza spostarsi troppo. Nestore si sent osservato come gli animali del giardino zoologico di Nabucodonosor a Babilonia.
Celta, cunnilambitor, irrumo te!, gli grid qualcuno; gli altri reagirono alla sua esclamazione con fischi e risate.
Che cosa mi ha detto?, domand Nestore, pur sapendo perfettamente che quel tipo aveva fatto riferimenti offensivi al sesso orale.
Per il tuo aspetto devono credere che tu sia celta e non greco, rispose Scipione, evitando di spiegargli il significato degli insulti.
A sinistra si ergeva un tempio circolare e pi in l c'era un boschetto. Notando lo sguardo curioso di Nestore, e forse per fargli dimenticare le offese, Scipione gli raccont che si trattava del tempio di Vesta, una dea quasi identica alla Estia greca.
Lo sapevo gi, pens Nestore. Perch molte cose di Roma gli risultavano familiari? Quando ci era stato? Il fatto era che nessuno sembrava ricordarsi di lui.
In quel tempio, continu Scipione, vivevano le vestali, sei vergini che giorno e notte vigilavano a turno affinch non si spegnesse la fiamma sacra della citt e che garantivano la purezza di quel fuoco con la propria castit per un lungo servizio di trent'anni. Tutta quella faccenda gli suonava, a differenza della storia che gli raccont subito dopo il pretore. Vent'anni prima era stato scoperto il comportamento immorale di Minucia, una delle vestali. Due schiave del tempio avevano denunciato il fatto che uno sconosciuto, da diverse notti, entrava furtivamente nelle stanze della vestale. Il pontefice massimo, che si occupava di vegliare la castit delle vergini, giudic Minucia, riusc a farle confessare l'errore e la condann.
Scipione in persona aveva assistito al castigo. Dopo aver spogliato l'empia dei suoi abiti da vestale, il pontefice ordin che fosse frustata nel Foro davanti ai cittadini e avvolta in un sudario come se fosse gi morta. Poi venne portata al Viminale, vicino alla porta Collina, dove i boia avevano scavato una fossa. La fecero scendere con una scala di legno che poi tolsero e, senza badare alle strazianti suppliche della giovane, che aveva solo diciotto anni, riempirono la buca a palate fino a colmarla del tutto.
A volte, quando passo di l, sento ancora le urla di quella ragazza, concluse Scipione, facendo un gesto per scacciare il male.  diventata un lemure che non ha ancora trovato riposo.
Si  scoperto chi era l'amante?
No. Lei non lo ha mai rivelato.
Eroica fino alla fine.
Scipione lo guard con le labbra serrate.
Eroica no. Quello che ha fatto  un crimine. Roma dipende dal fuoco di Vesta. Se non avessero scoperto Minucia e il suo peccato fosse rimasto impunito, la sua impurit avrebbe contaminato tutti i rituali e i sacrifici della citt e prima o poi avrebbe provocato la nostra distruzione. Per questo, ora che Alessandro  vicino, il pontefice veglia con pi zelo che mai sulla purezza delle vestali. Se vogliamo sopravvivere non possiamo alterare di nuovo la dea come ha fatto quell'incosciente.
Capisco. Ho usato la parola sbagliata.
Vi ammiro voi greci, ma siete troppo individualisti. Scipione enfatizz la parola idiotiki. Un romano non pu comportarsi cos, deve sempre pensare alla propria famiglia e alla Repubblica. Quella giovane ha badato solo al suo piacere e per questo avrebbe potuto essere la rovina della citt come  stata quella del padre.
Anche del padre? Che cosa gli  successo?
Minucio Augurino era il pontefice massimo. Fu lui a condannare la figlia; dovette vedere come le scoprivano la schiena in pubblico e la frustavano. Ma quando l'hanno sepolta viva, malgrado lui avesse fatto il suo dovere, prov talmente tanta vergogna per il disonore sulla sua famiglia che si rinchiuse in casa e non tocc pi cibo fino alla morte.
Vergogna e non dolore, pens Nestore, e per l'ennesima volta dal monte Circeo si domand se Alessandro non avesse commesso un grosso errore quando aveva deciso che quella citt cos severa con i propri figli fosse un ostacolo per i suoi piani. Persino un romano amichevole come Scipione gli dava una sensazione di perico-
lo imminente, come il cumulo di una tempesta o un cobra addor-

mentato.
Tutto sommato, i macedoni non erano molto meno pericolosi. Se i romani davano l'impressione di essere contadini forti e indistruttibili da poco inciviliti, non bisognava andare troppo a fondo per trovare il pastore selvaggio delle montagne che un macedone aveva
dentro.
Che Asclepio mi perdoni, ma sar uno spettacolo da non perdere quando si sventreranno a vicenda, si disse, ricordando l'anteprima a cui aveva assistito ai piedi del Circeo.
Quando Scipione si port via Nestore, come avevano convenuto, Gaio Giulio entr nel cubicolo del dottore. Sullo scrittoio che il medico gli aveva chiesto c'era un cofanetto chiuso con un lucchetto. Gaio sorrise. Una delle abilit che aveva appreso durante l'infanzia, quando frequentava i birbanti della Suburra, era forzare chiavistelli. Molto poco patrizio, ma estremamente utile. Usando una fibula e le forcine della moglie, non ci mise molto ad aprirlo.
Come sospettava, all'interno c'era quel curioso libro di fogli di pelle cuciti, insieme a un paio di calamai di stagno e vari calami. Gaio si sedette su uno sgabello e inizi a sfogliare le pagine. Gi gli era sembrato che quella strana scrittura fosse in realt una forma di greco, e ora se ne accert. La prima lettera che gli salt agli occhi fu la beta e, a partire da quella, con un certo sforzo, riconobbe le altre e appunt le loro forme su una tavoletta cerata che si era portato apposta. Poi si immerse nella lettura, tranquillo del fatto che il cognato non sarebbe tornato con Nestore fino a dopo l'ora del prandium.
Che mentula il dottore! Quindi capiva il latino. Ora Gaio interpret lo sguardo intenso di Nestore quando sembrava che non stesse ascoltando certe conversazioni tra lui e i suoi soldati. Quel diario era un autentico documento di spionaggio. Gaio sorrise. Ormai non gli sembrava pi una violazione cos terribile delle leggi dell'ospitalit consegnare il dottore nelle mani dei cartaginesi. Ma prima voleva scoprire tutto il possibile sulla favolosa nave di Alessandro.
Nestore e Scipione si lasciarono alle spalle le botteghe della parte sud del Foro e passarono davanti al tempio di Castore, un edificio che, costruito su uno zoccolo e con i fianchi chiusi, offriva un aspetto ostile come la maggior parte dei templi della citt. Di fronte c'era la casa di Scipione, una domus due volte pi grande di quella della famiglia Giulia. Le porte erano aperte. Dopo essere passati per un'anticamera, arrivarono all'atrio, pi arieggiato e luminoso di quello dell'altra casa. Quell'impluvio era pieno fino all'orlo di acqua pulita che portavano con le anfore, mentre sul fondo la cisterna di Gaio era piena di fango e l'acqua, che si raccoglieva solo con la pioggia, era piuttosto verdastra. Nestore pens che quell'ordine e quella pulizia avessero a che fare con Giulia: si vedeva chiaramente che era una donna attiva e di carattere. Invece, Valeria, la moglie di Gaio, non l'aveva ancora vista uscire dalla sua alcova, mentre la madre si dedicava solo a salmodiare davanti al larario fa-
miliare.
C'erano schiavi di entrambi i sessi che spazzavano la polvere e le foglie dal pavimento, perch il vento di quell'estate turbolenta trascinava sporcizia dappertutto. Su varie pareti c'erano bellissimi affreschi con scene di caccia e banchetti dipinti in stile greco, ma dei muratori stavano dando una mano di gesso per coprirli.
So che  una brutalit, confess il pretore vedendo l'espressione perplessa di Nestore. Ma con Alessandro alle porte della Campania sono tempi duri per gli amanti dell'ellenico. Strofinandosi il mento, aggiunse: Sto pensando addirittura di farmi ricrescere la barba.
In realt i greci autentici la portano, disse Nestore, grattandosi le guance. Per un momento pens se poteva considerarsi greco, o celta, come credevano i romani, o un semplice apolide.
Gi. So che sono i macedoni a radersi, per imitare Alessandro. Ma queste distinzioni tra greci e macedoni sono troppo sottili per gli elettori dei comizi: per loro siete tutti greci. Quando il tuo re se ne andr dall'Italia con la coda tra le gambe, spero che torneranno tempi migliori. Solo allora far togliere di nuovo il gesso.
Potrebbero staccare per sbaglio i dipinti che ci sono sotto.
Se lo fanno, io staccher a loro la pelle, rispose Scipione. Nestore lo guard. Il pretore sorrideva, ma questo non voleva dire che stesse dicendo per scherzo.
Dopo aver attraversato due porte e un corridoio, arrivarono in un secondo cortile nel quale crescevano fichi e meli. Girarono a destra per un porticato e un servo scost una tenda a strisce di lino per farli entrare nell'alcova di Nicomaco.
La camera era pi spaziosa dei cubicoli della casa di Gaio Giulio. C'era una finestra larga quanto una porta; l'imposta era aperta e la luce entrava da una grata di legno. Attaccato alla parete di sinistra c'era un letto con la struttura di legno e la testiera di cuoio, su cui riposava il paziente di Nestore con una coperta di lana fine malgrado il caldo.
Nonostante passasse un po' d'aria tra la finestra e la tenda, Nestore percep subito l'odore di malattia e decrepitezza che emanava quel corpo. Nicomaco doveva avere tra i settanta e i settantacinque anni. Il suo viso era un labirinto di rughe, anche se non marcate come quelle dei contadini o dei soldati che, dopo aver passato la vita all'aria aperta, avevano solchi profondi come seminati. Le mani che riposavano sulla coperta dovevano essere lisce in passato: ormai avevano le nocche gonfie e le unghie incurvate e bombate al centro. Se il suo respiro pesante non glielo avesse rivelato, quelle dita ippocratiche avrebbero fatto capire a Nestore che Nicomaco soffriva di un'affezione respiratoria o cardiaca.
Lo sguardo di Nestore perlustr la stanza. La parete di destra era piena di mensole sulle quali c'erano dei rotoli di papiro segnati con etichette colorate. Sotto la finestra c'era un grande baule di legno con borchie sempre di legno e una solida serratura.
Ti ho sognato, disse Nicomaco con voce roca.
Accanto al letto c'era uno sgabello pieghevole con gambe di bronzo. Nestore ci si sedette, sebbene fosse talmente basso che le ginocchia erano piegate come le zampe di una mantide, e osserv il vecchio. Aveva i lineamenti affilati, la pelle traslucida e le labbra bluastre sotto la barba bianca. Le pupille dovevano essere penetranti all'epoca, ma ormai erano velate. Nestore calcol che, se fosse vissuto abbastanza, Nicomaco sarebbe diventato cieco in due o tre anni.
Riconosci la mia faccia?
La vedo sfocata, ma  la stessa del sogno. Purtroppo non distinguo pi le lettere, rispose il vecchio, che ebbe un attacco di tosse.
Non parlare.  meglio che rispondi solo a quello che ti chiedo.
Quando smise di tossire, Nicomaco sorrise.
Mio padre era medico, come te. Diceva: Davanti al medico, persino l'altero Achille deve tacere.
I libri sono importanti per te, disse Nestore, guardando di sfuggita le mensole.
Leggere e scrivere.... L'aspirazione del verbo graphein gli provoc un altro attacco di tosse. A partire da quel momento smorz il suono delle consonanti. L'unico piacere che mi rimaneva era leggere e scrivere. Le cataratte me lo hanno tolto.
Adesso ti controllo il petto. Ma, se  tutto a posto, potrei operarti agli occhi.
Nicomaco si alz a fatica, aiutato da Boeto. Era molto magro, quasi scheletrico. Nestore pens che non fosse per la sua costituzione, ma per la malattia che lo affliggeva.
Non ho sentito parlare di nessuna operazione in grado di togliere la flemma che mi offusca la vista, disse Nicomaco.
Nestore si alz e aiut l'anziano a sedersi su un altro sgabello.
Non si tratta di alcuna flemma, ma di una specie di cristallo che abbiamo sotto la pupilla e che a volte si annebbia, sicuramente per la vecchiaia. L'unico rimedio per curare le cataratte  introdurre un ago affilato attraverso la sclera. Poi con una spatola molto sottile si spinge questo cristallo finch non cade in fondo all'occhio. Quasi la met dei pazienti rimangono ciechi, ma uno su cinque recupera buona parte della vista.
Vedrei meglio di adesso?.
Nestore gli tolse le fibule da entrambe le spalle per scoprirgli il torace. Il vecchio aveva le costole come un molosso affamato, ma sul lato destro della schiena c'era un bozzo.
Non saprei, ammise Nestore mentre palpava la protuberanza, morbida come una pera marcia. Ho imparato questa tecnica in India quando ho accompagnato Alessandro al suo matrimonio con la sorella del re Chandragupta. Finora l'ho usata solo con tre pazienti. Uno  rimasto cieco e l'altro recuper appena la vista, mentre il terzo mi disse che ci vedeva molto meglio, ma siccome era analfabeta non so se avrebbe potuto distinguere le lettere o
meno.
Se non avessi saputo che sto morendo, ti avrei detto di provare a perforarmi gli occhi pur di tornare a leggere.
L'uomo non vive solo di libri, intervenne Scipione. Stava in piedi vicino alla porta con le braccia incrociate, piuttosto a disagio. Per il quarto uomo di Roma doveva essere imbarazzante non sapere che cosa fare mentre altri agivano.
Nestore premette il bozzo e Nicomaco grugn tra i denti.
Mio padre spalmava l'argilla da vasaio sul corpo dei suoi pazienti, disse. Dove si seccava prima era il punto pi caldo, nel quale si concentravano gli umori putridi.
Nonostante facesse fatica a parlare, era evidente che gli piacesse conversare. Nestore pens che l'anziano dovesse sentirsi molto solo in quella citt estranea e, a suo modo, barbara. Essendo pretore, Scipione di sicuro non aveva molto tempo per occuparsi del suo maestro di retorica.
Non sar necessario. Il gonfiore salta agli occhi. Adesso ti muoviamo un po'.
Boeto scosse l'anziano dalle spalle.
Pi piano, schiavo. Non sono un sacco d'erba medica.
E io non sono uno schiavo, brontol il focese.
Adesso lascialo, Boeto, disse Nestore.
Poggi l'orecchio sulla schiena di Nicomaco. A sinistra si sentiva l'affanno asmatico del vecchio, ma a destra era talmente attutito che si percepiva appena. Nestore pens che si trattasse di un empiema, una sacca di pus tra la pelle e il polmone. Doveva essere molto tempo che stava cos; per questo il pus era talmente denso che nemmeno sguazzava. In pochi giorni avrebbe alzato la pelle e avrebbe iniziato a suppurare, non prima di aver provocato una grande sofferenza all'anziano.
Ti fa male?, gli domand, schiacciando il bozzo con le nocche.
S! Ma ho un dolore pi interno, come se un uncino mi strappasse la carne dalle ossa.
Brutto sintomo, pens Nestore. Quel dolore, la magrezza esagerata di Nicomaco, il piatto con il brodo intatto al lato del letto, la tosse, la voce roca: tutto suggeriva che un cancro si era attaccato ai suoi polmoni, un male che andava oltre la sua scienza. Ma perlomeno poteva alleviarlo.
Apr il proprio baule, che avevano portato due legionari, prese un flacone di succo di papavero e lo diede a Nicomaco, che riconobbe l'odore e il sapore della sostanza e sorrise tristemente.
Te ne dar altro per calmarti il dolore.
Il vecchio annu. La sua espressione diceva tutto: ormai sapeva che pure il dottore aveva capito che non c'erano possibilit di salvezza. Tuttavia Nestore non credeva solo nella guarigione, ma anche nella dignit dei suoi pazienti, e quell'anziano ne aveva da vendere. Lo avrebbe aiutato a morire meglio, non con i polmoni pieni di pus.
Adesso ti scarifichiamo, gli disse.
Dopo aver messo vino in abbondanza sulla zona e aver riscaldato la lancetta, Nestore la poggi sul punto pi basso del bozzo. Prima tagli la pelle, ma poi schiacci fino alla membrana pleurica e l'apr. L'anziano gemette debolmente, ma non si mosse.
 meglio che non parli pi, Nicomaco, gli disse. Dopo avremo tempo per chiacchierare.
Dalla ferita fuoriusc un liquido tra il bianchiccio e il giallastro. Puzzava, ma non era cos fetido n denso come temeva Nestore. Aspett che si fermasse, poi utilizz un'ampolla per iniettargli un miscuglio di vino e olio nella ferita. L'anziano trem di nuovo, aggrappato ai polsi di Boeto.
Come succedeva ogni volta che Nestore operava, il tempo gli vol. Quando alz lo sguardo, la luce che entrava dalle grate era opalina. Non poteva essere cos tardi, perci il cielo doveva essersi rannuvolato. Tolse il lino impregnato di olio, vino e pus che aveva messo sulla ferita e ci introdusse un tubo sottile di stagno. L'anziano si era appisolato con il mento poggiato sul petto, quindi lo reggevano Boeto e Scipione. Il pretore non era mai uscito dalla
stanza.
Bisogna farlo sdraiare sul fianco destro e immobilizzarlo affinch il tubo non gli si infili nel polmone. Domani torner a visitarlo. Se mi  concesso, ovvio, disse Nestore. Quando si alz, le ginocchia scricchiolarono come legno che si scheggia. Uno schiavo della casa gli porse un calice di vino acquoso e ne bevve un bel sorso.
Quando misero l'anziano a letto il suo respiro non era pi affannoso come prima. Nestore si avvicin alle mensole ed esamin le etichette dei libri. C'erano trattati di ogni tipo di argomento divino e umano, dalle leggi fino alla zoologia, botanica, meteorologia e saggi sui
sogni.
E cos Nicomaco, eh?, disse a Scipione. Non sar mica il figlio di Nicomaco, antico medico della corte di Filippo?
Non dirlo a nessuno, rispose Scipione guardandosi intorno. Qui lo conoscono tutti come Nicomaco. Questa  la sua volont.
Nestore annu. All'improvviso sent che le gambe gli cedevano e si sedette. Forse era stato troppo tempo rannicchiato. O forse si era appena reso conto che aveva da poco finito di tagliare la pleura al vecchio maestro di Alessandro.
Quindi ti nascondevi a Roma, Aristotele. Sospir e vuot il calice di vino. Desiderava tornare il giorno dopo a casa di Scipione e conversare con il proprietario della mente pi potente del mondo.
Tornati alla casa di Gaio Giulio, Nestore cen con Boeto nel suo cubicolo. A quanto pareva, il tribuno era tornato mentre loro erano a casa di Scipione per poi uscire di nuovo. Ormai era notte e il giovane pater familias non era ancora tornato, o al massimo lo aveva fatto con molta circospezione: da quella stanza si sentiva sbattere la porta d'ingresso e anche il rumore dei carri notturni che passavano sulla salita dell'Argileto. Boeto si ritir nella sua piccola alcova improvvisata con una tenda e Nestore, mentre finiva il vino, prese il quaderno su cui stava scrivendo la lunga lettera ad Alessandro. Solo quando lo ebbe aperto si rese conto che non aveva controllato se il filo che aveva lasciato tra la copertina e la prima pagina prima di uscire fosse ancora l. Bene, ormai era troppo tardi. Prese il calamo, lo intinse nell'inchiostro e, dopo aver annotato nei dettagli i sintomi di Aristotele e il modo in cui aveva alleviato il suo empiema, continu:
Da quando sto tra i romani, molti mi prendono per un celta. Il motivo  che i celti sono molto pi alti di loro, hanno la pelle pi chiara e i capelli biondi o rossi. Sono un popolo barbaro che abita nella parte settentrionale d'Italia e anche oltre, in vaste foreste che si estendono al di l delle Alpi, una catena di monti pi alti e scoscesi degli Appennini. Dopo aver curato il tuo vecchio maestro, mentre bevevo vino insieme a Scipione, uno schiavo celta della casa mi si avvicin e mi parl nella sua lingua, credendo che lo capissi, ma non afferrai nemmeno una parola. Poi in latino mi disse che forse provengo dalle terre che si estendono ancora pi a nord di quelle dei Celti, vicino ai confini del mondo, dove vivono i teutoni, un popolo di guerrieri ancora pi biondi, alti e feroci degli stessi celti.
Quanto a questi ultimi, mi hanno raccontato che circa settant'anni fa, guidati dal loro capo Brenno, invasero il Centro Italia, arrivarono a Roma e la saccheggiarono. Si salv solo il Campidoglio, la loro acropoli pi sacra, perch le oche del tempio di Era avvisarono i difensori con il loro starnazzare. Alla fine i romani nominarono un dittatore, come sono soliti fare nelle emergenze militari, e riuscirono a cacciare i barbari, sebbene questi ultimi finirono per portarsi via un succulento bottino. Suppongo che ti lusinghi sapere che ti prendono talmente sul serio che adesso hanno designato un altro dittatore per affrontare te, un certo Papirio, che ha la reputazione di uomo svelto e bru-
tale.
L'invasione dei celti lasci una piaga nell'orgoglio romano che ancora suppura. Da allora si giurarono gli uni agli altri che non avrebbero pi permesso a nessun invasore straniero di mettere piede nella loro citt, e i loro discendenti rinnovarono quel voto. Come primo provvedimento, rafforzarono le mura della citt e le estesero oltre il confine sacro che chiamano pomerio. Ma, soprattutto, decisero che tra loro e i futuri nemici avrebbero interposto un altro tipo di muro, formato da popoli e citt conquistate da Roma che avrebbero fatto da cuscinetto in caso di guerra.  evidente a chiunque li conosca che il loro fine ultimo  conquistare tutta l'Italia, e lo fanno in modo meticoloso, coscienzioso e ingegnoso.
Per evitare che le citt del Lazio e altre regioni conquistate possano unirsi le une con le altre, concedono loro statuti differenti: ci sono citt alleate e altre sottomesse, oltre a municipi con cittadinanza e voto e municipi con cittadinanza ma senza voto. In questa maniera le citt si sentono reciprocamente oltraggiate, si guardano con diffidenza tra loro e sono incapaci di unirsi per lottare contro i...
Qualcuno buss alla porta e l'apr senza aspettare che gli fosse dato il permesso. Nestore alz lo sguardo sperando di trovare Gaio, ma invece era uno dei legionari che lo sorvegliavano, un giovane alto e magro che aveva un candeliere in mano.
Puoi accompagnarmi, signore?, gli domand in latino. Nestore fece finta di non capire e il soldato gli indic a gesti che doveva seguirlo. Kora, kora, aggiunse, nel tentativo di esprimersi in greco. Con ragazza doveva riferirsi a Clea. Poi continu a parlare in latino. Dice che le fa molto male il petto e crede che stia mo-
rendo.
Quante volte quella ragazza crede di poter morire?, pens Nestore, e rispose:
A me non  parlato latino, amico.
Il giovane astato scosse la testa e rinunci a farsi capire. Attraversarono il cortile quasi in punta di piedi. C'erano vari soldati che dormivano per terra, con una coperta o senza, ma a parte il loro russare nella casa regnava il silenzio. Trattenendo uno sbadiglio, buss un paio di volte facendo a malapena rumore con le nocche e la porta si apr. Ada guard Nestore con la sua solita faccia acida e gli disse di entrare.
L'alcova era pi bella della sua, come si aspettava. Aveva sentito Gaio dire alla servit che quelle erano le stanze che lui stesso utilizzava quando non divideva il letto con la moglie, il che voleva dire quasi sempre. Lui si era spostato nel tablino per lasciare il posto a Clea e Ada, mentre le altre donne alloggiavano in fondo alla casa, nei cubicoli degli schiavi che davano sul terzo cortile.
La stanza era in penombra, illuminata solo dalle fiamme ambrate delle lampade di bronzo appese al soffitto. Clea era sdraiata sul letto, accovacciata sulle ginocchia che si premeva il petto. Non gridava, ma il suo respiro era ansimante e ogni tanto emetteva un lieve gemito. Nestore si sedette accanto al letto.
Cos'hai ora?, disse.
La giovane si gir leggermente e cerc di parlare, ma le si spezz la voce. Nestore prese una caraffa d'acqua da un comodino e riemp un bicchiere. Poi tocc la spalla di Clea e le disse di mettersi seduta. Mentre lei beveva a piccoli sorsi, Nestore, senza volere, annus il suo profumo. Il suo fine olfatto gli disse che la giovane aveva fatto il bagno e si era spalmata il corpo con olio di nardo. Il primo lusso era a disposizione in casa della gens Giulia, perch c'era un bagno con due grandi tinozze di terracotta; il secondo, molto pi caro, doveva averlo portato lei nel suo bagaglio.
Alla fine Clea riusc a parlare con un filo di voce.
Non riesco a respirare. Mi fa tanto male qui, disse, toccandosi sulle costole. I suoi seni salivano e scendevano al ritmo del suo respiro affannoso: l'effetto che questo movimento creava sulla sottile tunica zafferano era conturbante.
Vattene subito, si disse Nestore, ma invece di muoversi prese la mano della giovane.
Respira pi lentamente. Forza.
Seguendo il ritmo del respiro che le indicava Nestore, Clea si calm poco a poco.
Meno male, bisbigli. Credevo che sarei morta.
Nestore fece un mezzo sorriso. Sarebbe stato assurdo se una ragazza dell'et di Clea fosse morta folgorata da una stenocardia.
Non  grave. Ippocrate ha gi scritto di quest'argomento. A volte, il diaframma e il cuore fanno male non per colpa di una malattia, ma perch, ricevendo sangue da tutte le vene del corpo, sono pi sensibili ai dispiaceri e alle gioie. In questi ultimi giorni hai provato emozioni terribili.
Credi che sia per questo?.
Nestore si strinse nelle spalle.
Non mi convincono le teorie sugli umori e non capisco questa mania di dare la colpa di tutto al sangue. Ma  certo che i dolori descritti da Ippocrate nel suo trattato Il morbo sacro colpiscono molta gente.
Clea annu. Poi si gir verso Ada e la mand via con un gesto della mano. Per un attimo sembr molto meno malata e spaventata, ma poi assunse di nuovo l'espressione da bambina compunta.
Nestore deglut quando sent i passi di Ada, ma non os voltarsi per non incrociare lo sguardo della schiava. Sent una porta alle sue spalle, che non era quella che dava sull'atrio, ma un'altra realizzata in una delle pareti che i romani usavano per creare divisori tra le stanze. Erano soli, ma a poco pi di due dita di legno di pino da Ada. Le parole che aveva annotato gli tornarono in mente.
...ci esprimiamo con troppa libert davanti agli schiavi, perch sebbene li compriamo, li usiamo e a volte li trattiamo come mobili, hanno cinque cose che nessun armadio possiede: due occhi, due orecchie e, peggio ancora, una bocca.
Quindi ci fa male il cuore perch al suo interno riponiamo i sentimenti, giusto?, domand Clea, mettendosi una mano sulla parte sinistra del petto con un gesto di raffinata innocenza.
In quell'opera, Ippocrate dice abbastanza chiaramente che i sentimenti, le emozioni e le idee risiedono qui, rispose Nestore, toccandosi la fronte con l'indice.
Clea si mise in ginocchio sul letto e si gir verso di lui. Le fiamme della lampada ballavano nei suoi occhi come minuscoli demoni di fuoco e creavano riflessi ramati sui suoi capelli. Standole cos vicino, Nestore si accorse che l'alito della giovane sapeva un po' di vino. Aveva bevuto per armarsi di coraggio?
Vattene, si ripet, non solo pensando a Ada, ma anche al soldato che stava di guardia dall'altra parte della porta e anche a quello che era andato a cercarlo al suo cubicolo.
Be', a me continua a far male qui, disse lei, slacciandosi i fermagli. La tunica di seta le scivol fino alla vita. Clea aveva i seni piccoli, come Nestore immaginava, ma a punta. Gli prese la mano e gliela poggi sul sinistro. Nestore sent i battiti veloci del cuore della giovane. O era il suo? Ho bisogno che tu mi calmi, aggiunse con un tono gutturale che voleva essere seducente. Era talmente giovane che in lei c'era un misto di ingenuit e impudenza da cortigiana che risultava commovente.
Vattene, si disse per l'ultima Nestore.
Fecero l'amore tra sospiri contenuti, con movimenti profondi e misurati per evitare che il letto cigolasse; Nestore scopr che quel coito dissimulato era l'esperienza pi eccitante che avesse mai vissuto da quando ricordasse. Clea si aggrapp alle sue spalle e si avvinghi alle sue gambe, e gli disse all'orecchio cose che Nestore pens che fosse meglio non ricordare dopo. Infine la ragazza inarc i fianchi, gli graffi la schiena e affond il viso nel suo collo per non gridare. Nestore non pot resistere oltre, e nello stesso momento in cui veniva torn in s e cap che aveva appena commesso l'errore pi grande della sua vita e che ormai era troppo tardi.
Sdraiata a pancia in su, Clea non aveva nessun rimorso. Ora capiva cosa le era mancato quando era stata con Alessandro. La corda dell'arco era arrivata a tendersi ancora di pi, molto di pi, con una tensione che arrivava a essere ancora pi dolorosa, come se qualcosa dentro di lei stesse per rompersi. Ma all'improvviso, senza sapere come, la corda aveva mollato e lei aveva sentito l'interno del corpo dissolversi in acqua tiepida e le sue membra spargersi sul letto come cera sciolta, e aveva morso la spalla di Nestore per non gridare. Ormai, anche se il cuore le palpitava come un tamburo e faceva fatica a placare il respiro affannoso, l'angoscia che da giorni le chiudeva la gola e lo stomaco era sparita.
Una vocina le disse che era sbagliato quello che aveva fatto, che quell'indecenza le poteva costare caro. Vide suo padre, rosso dall'ira e che le puntava il dito contro. Che cos'hai fatto, insensata? Tutta la mia carriera  andata in fumo! Mi hai umiliato!. E Alessandro che la guardava con una tristezza infinita. Non volevo farti male, Agatoclea. Mi hai costretto tu....
Ma in quel momento apr le palpebre e vide gli occhi di Nestore davanti ai suoi. Se quelli di Alessandro erano come un pozzo senza fine che assorbiva tutta la luce e nei quali aveva paura di perdere la propria anima, quelli di Nestore erano come uno specchio d'acqua in cui poteva scoprire chi era. O almeno era ci che voleva credere.
Il dottore si spost un po' per poggiarsi sul gomito sinistro. Le dita della sua mano destra si misero a girovagare per la pancia e i seni di Clea, e poi giocherellarono con i suoi ricci, che si erano sciolti mentre facevano l'amore.
 come un campo di grano al tramonto, sussurr. Clea sorrise e pens che le piaceva l'immagine. Era la prima volta che le dicevano qualcosa di bello sui suoi capelli. Quasi sempre li avevano presi in giro e le erano persino arrivate alle orecchie battute con cui la gente si chiedeva se fosse figlia legittima del padre o se discendesse piuttosto da qualche barbaro del Mar Oceano approdato in Sicilia su una nave cartaginese.
Pi del fuoco hai rossi i capelli, ed  bello se li adorni con corone di freschi fiori....
Conosci le poesie di Saffo?, domand Clea.
Il tuo corpo profumato di olio di nardo e gelsomino, sdraiata sul morbido letto, tenera fanciulla in fiore.... Nestore recit lentamente, come se i versi si illuminassero uno per uno nella sua memoria. S,  cos che ti ho vista quando sono entrato.  come se lo avessi gi vissuto..., aggiunse sconcertato; le sue pupille si dilatarono come se vedesse qualcosa di molto lontano. Clea s'ingelos del passato del dottore, ma fu sopraffatta dalla curiosit.
Il tuo schiavo mi ha detto che non ricordi dove sei nato n chi erano i tuoi genitori.
Le pupille gli si dilatarono ancora e Nestore ritir la mano che la stava accarezzando.
Boeto  un chiacchierone. Se davvero fosse il mio schiavo, gli taglierei la pelle a strisce. In effetti, credo che lo far.
Clea gli prese la mano e gliela rimise sul seno.
Adesso non ci pensare. Voglio che mi parli di te.
E allora Nestore si lasci andare, senza sapere perch. Clea era solo una ragazzina con cui era appena andato a letto per la prima e ultima volta, perch non voleva tentare la sorte ripetendo quell'errore. Ma sdraiato nella penombra di un letto altrui, in una casa estranea e in una citt ancora pi estranea, circondato da soldati e nemici, da occhi e orecchie che lo spiavano, si sent, tuttavia, al sicuro in un piccolo e momentaneo rifugio. Quella sensazione gli evoc un'infanzia che non poteva ricordare e le parole uscirono da sole dalla sua
bocca.
Il mio primo ricordo  quando ho aperto....
...gli occhi. Poi ricord che ad Atene era il mese di elafebolione e in Macedonia quello di dystros. Si trovava in un luogo nuovo, ma non inaspettato. Guardandosi intorno, seppe che non era mai stato l, ma che tutto si trovava dove doveva stare.
Era sdraiato nudo sulla terra fresca e umida. Si rannicchi su s stesso e si abbracci le gambe tremante. Aveva un freddo innaturale, pi di quello che si poteva sentire in quel posto. Nell'aria galleggiava un vapore azzurrognolo che illuminava la stanza con la sua fluorescenza spettrale e odorava di temporale estivo. Poco a poco si spense, come le fiamme del fuoco, ma alla sua tenue luce Nestore intravide una sagoma umana. Per un istante si spavent, ma guardandola cap che era la statua dorata del dio Apollo. Nella sala, poco pi grande di un'alcova, c'erano altri oggetti. Un tripode di bronzo, dal quale sembrava fuoriuscire il vapore. Non c' nessuna fenditura per terra, si disse Nestore, senza sapere da cosa dipendesse quel pensiero. Rami di alloro che pendevano dal soffitto. Una lira formata da sette corde e un carapace di tartaruga; una pietra scolpita di due palmi di altezza che sembrava un uovo diviso in due.  l'onfalo, pens, di nuovo senza saperne
il motivo.
Nestore non smetteva di tremare. Si ripeteva in testa una cantilena. Osserva, osserva bene. Sei Nestore. Osserva, osserva tutto. Sei Nestore. I vapori smisero di dissiparsi e tutto rimase al buio.
La porta della stanza si apr cigolando. Nestore socchiuse gli occhi e si rannicchi a terra per coprirsi il corpo nudo. Contro la luce bianca si stagliavano le sagome di due uomini, e tra loro c'era una donna con un copricapo. Nestore, abbagliato, non riusciva a vedere le loro facce.
 lui!  lui!, grid la donna, indicandolo.
Un attimo dopo si butt per terra e inizi a rotolarsi tra urla e convulsioni. Nestore pens che poteva aiutarla, anche se non sapeva perch, e cerc di alzarsi. Ma i due uomini lo afferrarono per le braccia e lo tirarono per portarlo via da l, mentre chiamavano i guardiani a voce alta perch accorressero.
Gli fecero salire incespicando i sei gradini che portavano all'adyton, e si trov nella navata centrale del tempio di Apollo, circondato da alte colonne di marmo e incensieri fumanti. La luce proveniva dalle grandi porte spalancate. I sacerdoti lo lasciarono in mano ad altri due soldati che continuarono a tirarlo. Fu in quel momento che gli venne in mente quel pensiero e inizi a gridare:
Avveleneranno Alessandro! So come curarlo! Avveleneranno Alessandro! So come curarlo!.
Non sapeva perch pronunciava quelle parole. Era come se qualcosa o qualcuno gli mettesse l'aria nei polmoni, gli premesse l'addome per farla uscire e gli muovesse persino le mascelle e la lingua per articolare le parole con una voce acuta e metallica che non era
la sua.
Di sicuro ti stava ispirando il dio, disse Clea, che lo guardava assorta.
Nestore annu e continu a raccontare. Gli echi della sua voce tra le pareti di pietra continuavano a suonargli strani. Allora lo portarono fuori e la luce bianca che lo aveva accecato divent un paesaggio aperto che lo fece trasalire allo stesso tempo dalla paura e dall'emozione. A destra si ergeva una montagna e a sinistra la parete scendeva disseminata di chiome di pini e tetti rossi. In lontananza si vedeva il mare, ma lo intravide appena, perch la sensazione di migliaia di occhi puntati su di lui gli fece volgere lo sguardo davanti a s.
Era giorno di consultazione dell'oracolo di Delfi. I pellegrini formavano una lunga fila serpeggiante, separati da cordoni gialli e da soldati dell'Anfizionia che imponevano l'ordine colpendo con il bastone della lancia chi provava a passare avanti. Ma tutta quella gente rimase in silenzio, spaventata alla vista di quell'uomo nudo trascinato fuori dal tempio che aveva l'aspetto di un barbaro e che non smetteva di gridare:
Avveleneranno Alessandro! So come curarlo!.
I soldati gli fecero scendere i gradini. La folla gli apr un passaggio, come se temesse di rimanere contaminata con il contatto. Nestore non conosceva nessuno, era tutto nuovo e al contempo familiare per lui, e ricordava di aver sentito un terrore estremo e allo stesso tempo un'ineffabile gioia. Ma nel frattempo continuava a ripetere che avrebbero avvelenato Alessandro, anche se la sua voce non era pi metallica e ora sapeva che era la sua, sebbene non ricordasse di averla mai sentita.
Lui  arrivato! Lui  arrivato!.
Nestore si volt verso il tempio. L, all'entrata, c'era la Pizia, appoggiata al braccio di un sacerdote, che lo indicava mentre ripeteva tra violenti tremori:

Lui  arrivato! Lui  arrivato!.
Era ovvio che fossi arrivato. Ma non sapevo da dove.
Nestore fece una pausa, si sedette e si abbracci le gambe.
Che cos' successo dopo?, domand Clea.
La Pizia svenne, cadde di faccia per le scale dello stilobate e mor sul colpo.
Nestore aveva pensato che potesse aiutarla, e in quell'istante seppe, senza capire da dove provenisse quell'informazione, che era un dottore. Si liber dai soldati e, ancora nudo, corse verso la sacerdotessa. Solo allora, vedendola da vicino, vide che era una donna giovane, che non aveva pi di vent'anni e che doveva essere stata bella. Ma aveva il volto sfigurato dall'espressione di terrore, i capillari degli occhi le erano scoppiati e le usciva sangue dal naso e dalle orecchie.
Uno dei soldati si decise finalmente a coprirlo con il proprio mantello, lo fece alzare e lo port via da l per condurlo dalle autorit dell'Anfizionia, che amministrava l'oracolo.
Il fatto  che tra le mie urla e quelle della Pizia, pi di mille persone assistettero a quell'apparizione cos drammatica. Tra loro c'erano parecchi macedoni, e in seguito venni a sapere che molti erano spie di Alessandro. Non era strano, perch l'oracolo era sotto il controllo macedone dai tempi del padre. La verit  che quell'episodio fu la cosa pi simile a un segno degli di che nessuno avrebbe potuto immaginare, perci mi mandarono in Asia in compagnia di Boeto, invece di giustiziarmi per il sacrilegio di essermi intrufolato nudo nell'adyton.
Ma davvero non ti ricordi come sei arrivato l?.
Nestore si alz dal letto e raccolse la tunica tutta appallottolata che era caduta a terra. Senza alzare la voce, rispose:
No. Per quanto mi sforzi, semplicemente non c' niente. Non  come un muro o come uno scongiuro. Semplicemente  niente.
Clea si mise a sedere e, improvvisamente pudica, si copr il petto con il lenzuolo.
Di sicuro ti hanno portato nel tempio durante la notte e ti hanno drogato per non farti svegliare fino all'arrivo della Pizia.
Nestore si strinse nelle spalle.
Non  impossibile. I guardiani del confine sacro giurarono di non aver visto niente la notte prima, ma forse qualcuno li corruppe o erano ubriachi. Ma  uguale: prima di Delfi io non esistevo.
E allora come fai a sapere tante cose? Parli greco e lo scrivi, seppur in modo strano. E sai pi di chiunque altro di medicina.
Nestore si allacci la cintura.
E a volte, quando mi arrabbio, mi scappano delle parolacce in una lingua che nessuno oltre a me capisce, disse. Stava per confessare a Clea che capiva anche il latino, ma prefer non dirglielo. Non lo so.  come se ricordassi tutto quello che ho imparato nella mia vita precedente, ma niente di quello che ho vissuto. N persone, n fatti, n luoghi: niente. Ma comunque, ogni tanto, ho la sensazione che un posto sia familiare. Mi  successo quando ho scalato l'Etna e anche vicino al lago di Diana.
Credo di aver forse commesso qualche orribile delitto contro gli di e che la mia mente voglia dimenticarlo. Nestore si sedette sul letto e abbass lo sguardo. Certe volte mi sveglio con lo stomaco chiuso e la sensazione di aver fatto qualcosa di spaventoso, talmente atroce che non si pu nemmeno concepire. So di aver avuto una visione in sogno di una cosa del genere, o di aver sentito una voce che me lo diceva, ma non riesco mai a ricordarlo.
Clea si mise dietro a lui e lo abbracci.
Non ci posso credere. I tuoi occhi sono puri, Nestore.
Pu essere la purezza dell'oblio e dell'ignoranza, non dell'innocenza, rispose scuotendo la testa. Clea lo fece voltare e lo guard negli occhi. Improvvisamente gli sembr pi matura di quello che era.
Se hai fatto qualcosa, qualunque essa sia, di sicuro gli di te l'hanno gi perdonata. Se sei apparso nell'oracolo di Delfi in quel modo  per un motivo ben preciso. Niente accade per caso.
Lo credi davvero?
Certo che s!, protest lei alzando la voce, e aggiunse sussurrando: Apollo aveva un compito molto importante per te: salvare Alessandro.  inconcepibile che il dio della purezza abbia scelto un criminale, un essere impuro. Puoi stare tranquillo, Nestore. Soprattutto, aggiunse baciandolo sulle labbra, perch sei un uomo buono. Lo so.
Tu credi?, domand Nestore.
Gli parve di vedere gli occhi di Alessandro nascosti in quelli verdi di Clea che lo guardavano con tristezza e gli dicevano: Che cosa mi hai fatto, amico mio? Anche tu mi tradisci?.

Magie d'Oriente.

Perdicca apr gli occhi. Aveva bevuto pi vino del solito; in bocca aveva ancora un retrogusto amaro e pastoso. Tast con la mano la parte sinistra del letto e il corpo nudo e tiepido che aveva accanto si mosse nel sonno.
Cleopatra, sussurr Perdicca.
La donna si gir, si stiracchi come un gatto egizio e si mise a sedere. Nel farlo, il lenzuolo le scivol fino alla vita, scoprendo il petto. Perdicca rimase stupefatto per qualche secondo, con gli occhi fissi su quei seni a forma di cupola e sui capezzoli provocanti come sarisse. Per Cipride, pens, la gravidanza le ha fatto venire le tette di una dea. Allora alz lo sguardo e vide che a guardarlo sorridente non era sua moglie, ma Rossane.
Hai dormito bene, Perdicca?.
Il generale pens che sarebbe dovuto scappare di corsa da quel letto nel quale non ricordava di essere entrato, ma i suoi occhi erano rimasti incollati al corpo della battriana. Negli ultimi sei anni era arrivato a temerla e detestarla talmente tanto che la sua memoria l'aveva imbruttita e coperto le sue forme con mille veli. Ma in quel momento poteva contemplare di nuovo la sua magnifica nudit; e non pi incinta di quattro mesi, come l'ultima volta che avevano condiviso il letto a Babilonia, ma in tutta la sua perfezione di donna che aveva raggiunto il suo culmine.
Rossane fin di scoprirsi, si gir verso di lui e gli mise la mano tra le cosce. Il contatto delle sue dita lunghe e calde gli provoc un'erezione e gli fece sfuggire un grugnito di dolore. Il suo corpo non era fatto per trottare troppo: tra i pochi ricordi che aveva della festa, il pi recente era quello di aver fornicato con tre delle cortigiane. Ma nessuna di quelle etere, per quanto bella fosse, poteva reggere il confronto con la luce accecante di Roshanak, la piccola stella della Battriana.
Notte turbolenta, Perdicca?, domand lei con un sorriso scherzoso, e i suoi denti bianchi brillarono nella penombra dell'alcova come le Pleiadi nel firmamento invernale.
Come si era conclusa la festa per farlo finire di nuovo nel letto della sposa del re? Non c'era forse altra donna al mondo?
Non attraente come me, rispose Rossane, e Perdicca si rese conto che aveva espresso i suoi pensieri ad alta voce. Sei stato birichino, Perdicca. Perch cerchi il piacere in altre donne quando hai qui me?
Perch sei la moglie del re.
Perdicca sapeva che avrebbe dovuto alzarsi dal letto e scappare di corsa da l, sia pure da una finestra o saltando una siepe di spine. Ma, forse per la stanchezza dell'orgia, per il vino o perch il suo corpo si rifiutava di allontanarsi dal tepore inebriante di Rossane, rimase inchiodato al letto, sprofondato nel materasso con le membra trasformate in piombo fuso.
Al mio corpo sei mancato per sei lunghi anni, gli disse Rossane, stringendosi a lui. Perdicca avvert al contempo la morbida opulenza dei suoi seni e la puntura dei capezzoli, duri come perline di cristallo. Lei cerc la sua bocca, gli mordicchi le labbra per costringerlo a separarle e lo baci. La sua lingua giocava come un diavoletto mentre le mani gli accarezzavano il petto e l'addome. Perdicca gemette ancora di dolore e seppe che non poteva resisterle. Deciso a possederla senza altre dilazioni, le afferr le spalle per farla sdraiare a pancia in su. Ma Rossane oppose resistenza e fu lei a spingerlo contro i cuscini.
Ancora no, Perdicca. Il mio corpo arde di desiderio per il tuo, ma prima devi finire quello che hai cominciato.
Che vuoi dire?.
Rossane si mise seduta su di lui. L'erezione di Perdicca premette contro il corpo della battriana, e il dolore raddoppi.
Sai bene che cosa voglio dire, amore mio. Abbiamo aspettato troppo tempo.
Io non ho aspettato. Ho rinunciato, che non  la stessa cosa.
So perch hai rinunciato. Il nostro nemico aveva recuperato le forze, ma adesso le sta perdendo di nuovo. Non ha il dottore con s ed  malato.
Come lo sai?
Sei tu che lo sai, Perdicca. Ti sei gi accertato che la sua mente non funziona con la rapidit di prima.  anchilosato, a volte rimane con lo sguardo perso. Ha ricominciato a bere. E non ha Nestore vicino. Pensaci. Questa volta nessuno pu impedirti di toglierlo di
mezzo.
E perch devo farlo? Non  pi il tiranno crudele e pericoloso di Babilonia. Ha imparato a essere un re giusto. L'Asia e la Grecia iniziano a prosperare e presto....
Che codardo che sei, piccolo Perdicca! Ripeti le stesse cose che dice lui. Il grande Alessandro cerca di dimostrare al mondo che  diventato davvero un sovrano e che, adesso che ha sistemato le proprie questioni familiari, pu tornare ai suoi vecchi sogni di conquista e sterminio. Ma non lo vedi? Tutto torner come prima. Se sconfigge i romani, si creder di nuovo un dio e non ci sar nessuno che lo faccia ragionare. Devi finire quello che hai cominciato.
Ma perch? Se conquista l'Italia, tuo figlio erediter un impero ancora pi grande.
Mio figlio ha gi un impero sufficiente in Asia. Non mi piace l'Europa, Perdicca.  una terra rude, aspra e brumosa, che puzza di capra e di fumo di legna. Sono venuta qui solo per controllare da vicino Alessandro. E per vedere te.
Mentre parlava, Rossane sfiorava con il seno il corpo di Perdicca, scivolando su e gi. Il macedone era sempre pi immerso nel letto, come se il materasso fosse d'acqua, e sentiva che se lei avesse continuato a strusciarsi in quel modo addosso a lui si sarebbe liquefatto. Cos era impossibile controbattere alle sue parole.
Lascia l'Occidente a Roma e Cartagine, Perdicca. Presto si ammazzeranno tra loro. Metti fine una volta per tutte a questa pazzia e torna con me in Asia.
Anch'io voglio combattere contro i romani.
Bravo il mio fiero guerriero!. Lei gli lecc l'orecchio e a Perdicca venne la pelle d'oca dalla nuca fino alla punta dei piedi. Fallo se vuoi. Ma perch farlo come un comune subordinato? Per quale motivo lasci che lui e Cratero si coprano di nuovo di gloria, come sempre?  arrivato il momento di comandare da solo il popolo macedone in armi, Perdicca. Hai un nome da re.
Hai un nome da re. Perdicca si svegli con il cuore che gli batteva come un tamburo. Per qualche secondo non seppe dove si trovava, se a casa sua, nel letto di Rossane o in qualche altro posto. Si guard intorno. C'erano ancora un paio di bruciaprofumi accesi. Dal bagliore delle braci e dalla luce grigiastra che entrava dalla trama della tela, cap che stava ancora nella tenda della festa. Si alz spostando un paio di cuscini, poi fece respiri profondi per calmare il ritmo dei battiti.
Alla sua sinistra c'era una giovane bionda sdraiata a pancia in gi; tirando il lenzuolo di lino, Perdicca vide le sue natiche nude. Le tocc: erano fredde e appiccicose di vino. Alla sua destra trov un'altra ragazza, girata di spalle a lui e abbracciata a Gavane. C'erano altri corpi sparsi per terra, tra lenzuola appallottolate, cuscini schiacciati e tappeti sporchi di vino: uomini e donne pi o meno nudi, con braccia e gambe intrecciati, distesi dove il sonno o la fatica li avevano vinti. C'era odore di vino, sudore, oli profumati e sesso rancido, e si sentiva un discordante coro di rantoli, non solo di uomini: una delle cortigiane era sdraiata a faccia in su, con la testa sulla pancia di un macedone e, sebbene il suo corpo fosse minuto e magro, russava con la potenza di un guerriero veterano.
Maledetta Rossane. Quale maligno scongiuro aveva invocato quella strega per entrare cos nei suoi sogni? Perdicca si guard tra le gambe e vide che la sua erezione ancora non diminuiva. Allora pens che ad averlo spinto a improvvisare quel banchetto degenerato in un'orgia non era stata la rabbia per le battute degli altri generali, ma l'inquietudine provocata dalla vicinanza a Rossane. Da quando la battriana era apparsa a Poseidonia, Perdicca aveva fatto l'amore con Cleopatra tutte le notti. Lei era contentissima che il marito continuasse a desiderarla con tanta passione, ma era evidente che fosse sfinita perch non riusciva a sostenere quei ritmi.
S, si ripet Perdicca. Quella doveva essere la ragione per cui aveva deciso di divertirsi con altre donne. La colpa era della battriana. Ma lo sfogo non era servito a niente, perch Rossane aveva invaso i suoi sogni come un succubo.
Devi finire quello che hai cominciato. Le parole di Rossane erano crudeli, come sempre, ma avevano senso. E cosa aveva voluto dire con il fatto di Cratero? Cratero non stava a Poseidonia, n Alessandro aveva lasciato intendere in nessun modo che aspettasse il suo arrivo.
Perdicca trov la sua tunica appallottolata tra una pila di cuscini e la parete di tela olona della tenda. La raccolse, insieme alla cintura, e si chin sul nipote.
Svegliati, Gavane, sussurr, scuotendogli la spalla.
Il giovane lo guard con occhi confusi. Poi, quando lo riconobbe, spost con delicatezza le braccia dell'etera e si alz.
La testa..., gemette.
Non c'era da stupirsi, pens Perdicca. Tra le ultime immagini che ricordava c'era il nipote, ubriaco come Sileno, sdraiato sotto la stessa giovane abbracciata a lui che gli svuotava una caraffa intera di vino nella bocca.
Entrambi uscirono dalla tenda e si vestirono di fuori. Il cielo iniziava a schiarirsi a est, mentre a ponente la luna, che non era ancora nel suo quarto calante, si lasciava cadere verso il mare. Perdicca fece un respiro profondo. Non essendo spuntato il sole, la brezza soffiava ancora dalla spiaggia e portava aria fresca e decisamente pi pura dell'atmosfera viziata dentro la tenda, e puliva persino il fetore dell'accampamento, che di giorno puzzava come un'immensa stalla per colpa delle migliaia di cavalli e mule dell'esercito e di mucche, capre e maiali degli allevatori.
Non c'erano luci, a parte quelle dei posti di guardia, e il silenzio era tale che, nonostante il vento fosse leggero, si poteva sentire lo sventolio all'aria delle tende e delle bandiere, e anche il mormorio delle onde sulla spiaggia. Perdicca fin di allacciarsi i sandali e si god quel momento di pace prima che l'accampamento riprendesse vita.
Alla sua destra si sent uno scricchiolio ritmico per terra. Perdicca si volt. Un plotone di paggi reali si avvicinava alla tenda marciando. Li conosceva quasi tutti di vista. Per un attimo pens che qualcuno avesse loro rivelato il suo tradimento e stesse andando a giustiziarlo.
Ma quale tradimento? Era stato solo un sogno.
L'ufficiale che comandava il plotone si mise sull'attenti davanti a lui e gli disse che Alessandro richiedeva la sua presenza.
Cos presto?
In realt voleva vederti addirittura prima, generale, disse il paggio. Ci abbiamo messo un bel po' a trovarti.
Significava che Alessandro non aveva dormito o che si era svegliato prima del canto del gallo. Voleva dire che il re continuava a stare allerta e che Rossane gli aveva mentito in sogno oppure che diceva la verit e Alessandro era tornato alle sue sbornie notturne?
Dopo l'incontro, Perdicca torn a casa sforzandosi di contenere l'indignazione. Alessandro gli aveva ordinato di partire per Roma come ambasciatore. Non era la prima volta che svolgeva quell'incarico, ma Alessandro aveva aggiunto:
Ti accompagner Cratero. Quando sar il momento di parlare davanti al Senato, voglio che tu ceda la parola a lui.
Cratero, Cratero, sempre Cratero! Ecco perch Rossane lo aveva nominato in sogno. A quanto pareva Cratero era arrivato la notte prima; e malgrado non fosse a Poseidonia nemmeno da un giorno intero, o il minimo per prendere confidenza con la situazione, Alessandro si era servito del suo generale prediletto per umiliare Perdicca. Non lo entusiasmava l'idea di andare a Roma, ma se almeno avesse viaggiato come capo della legazione, i romani e gli stessi macedoni avrebbero saputo che godeva della fiducia del re. Ma inviarlo come fosse un paggio, un banale novellino, con Cratero accanto a lui a mo' di tutore? Se Alessandro credeva che non fosse in grado di negoziare da solo, perch non lo lasciava a Poseidonia e non lasciava tutto in mano a Cratero?
Perdicca gli aveva fatto quella domanda, anche se stando molto attento a stringere le mascelle e contenere il tono. Alessandro aveva addotto motivi vaghi e poco convincenti, come se volesse conoscere due punti di vista diversi sui romani, quello di Cratero e quello di Perdicca. Il generale si morse la lingua e osserv Alessandro con occhio critico. Aveva le pupille molto dilatate, perci si notava pi del solito la differenza di colore; ma non sapeva di vino, solo di olio profumato.
Il fatto era che Perdicca doveva prepararsi quanto prima, perch l'ambasciata sarebbe dovuta partire quello stesso giorno: Cratero era gi pronto, come pure i Compagni che li avrebbero scortati.
Mi fido di te, gli disse il re, stringendogli il braccio; Perdicca sent un'improvvisa ripugnanza, come se sulla pelle avesse le zampe di un bruco e non le dita di Alessandro.
Tu col cavolo che ti fidi di me, si disse.
Ormai nella casa di Timandra, mentre due attendenti prendevano i vestiti e le armi che aveva scelto lui, Perdicca and a salutare Cleopatra. Gli rimordeva la coscienza per non aver passato con la moglie quell'ultima notte, perch era probabile che sarebbe tornato dopo quindici o venti giorni. E, nonostante i romani avessero giurato l'impunit degli ambasciatori e avessero loro concesso un salvacondotto, la missione non era priva di pericoli: se le parole di Alessandro fossero sembrate loro troppo altere o umilianti, non era impossibile che i romani decidessero di imitare gli spartani quando, pi di centocinquant'anni prima, avevano buttato gi da un pozzo gli inviati del re persiano che reclamavano terra e acqua in segno di sottomissione.
Per di pi, quando Cleopatra si present nell'atrio per salutarlo, arriv sottobraccio a Rossane. Vedendo la battriana con sua moglie, Perdicca si sent improvvisamente sporco e appiccicoso, anche se prima di incontrare Alessandro si era lavato e strofinato per bene. La sensazione di colpevolezza non era dovuta al baccanale notturno, che non era stato altro che uno sfogo per la sua tensione e la sua furia, come andare a caccia, combattere in palestra o sudare giocando a palla con gli amici. Naturalmente non avrebbe raccontato a Cleopatra i dettagli della festa, ma lei sapeva, al pari di tutte le donne, come sono fatti gli uomini. In fin dei conti, lei non poteva pretendere che il marito rimanesse casto durante le lunghe separazioni dovute alle campagne militari, e con la gravidanza la situazione era la stessa.
Una vocina gli sussurr all'orecchio: E cosa credi che faccia lei durante quelle separazioni? Ti  fedele? Fu fedele al marito mentre lui stava in Italia?
Maledetta Rossane, si ripet di nuovo Perdicca. Tutti quei pensieri, il dubbio, la colpa e il terrore, erano a causa sua e se si sentiva sporco era per il modo in cui la lingua e le dita della battriana avevano accarezzato il suo corpo. Non era la prima volta che vedeva un khre-
matisms, un sogno nel quale, a differenza degli abituali neiroi che richiedevano un interprete per scandagliare i loro simboli, gli si presentava una divinit o un familiare per istruirlo direttamente. Nel corso della sua vita aveva avuto visioni del padre, di Dioniso, di Eracle e di Alessandro, i quali, quasi sempre, gli avevano dato consigli opportuni. Ma quei visitatori erano rimasti in piedi accanto al letto, non ci erano mai entrati dentro, tanto meno per abbracciarlo nel modo lascivo con cui lo aveva fatto quella lamia da incubo.
Rossane si avvicin a Perdicca e, come cognata, lo baci sulle guance. Nel farlo emise il suo caldo respiro e gli pass la lingua sull'orecchio. La sensazione fu identica a quella del sogno. Un brivido gli percorse tutta la schiena e dovette fare uno sforzo per non spostarsi come se lo avesse morsicato un cobra.
O forse lo aveva morsicato per davvero.
Vi lascio ai vostri saluti, disse Rossane, e prima di girarsi rivolse un ultimo e intenso sguardo a Perdicca. Per colpa del profumo della battriana e di quella fugace leccata, il generale sent di nuovo una dolorosa pressione sotto la falda di cuoio.
Vedendo allontanarsi Rossane con una certa grazia, Perdicca pens che, accanto a lei, Cleopatra era come la luna che impallidisce quando si fa giorno. Ma in quel momento, rimasti soli, la luna era riapparsa e la sua placida bellezza gli ricord quanto amasse sua moglie.
Perch quella faccia?, gli domand prendendogli la mano.
A Perdicca vennero in mente mille ragioni, ma gliene disse solo una.
 arrivato Cratero.
Ed  cos grave?
Adesso mi ruber tutto. Diventer il secondo attore, sempre che Alessandro non mi sposti direttamente nel coro.
Come sei esagerato. Mio fratello si fida di te e ha bisogno di te.
Non mi sembra si fidi tanto di me visto che non  capace di affidarmi nemmeno un'ambasciata. Perch mi umilia mettendo Cratero prima di me come se fosse il mio tutore? Che ci vada da solo! Non serve mandare due generali.
Forse Alessandro non si fida di Cratero come credi tu e per questo ti manda con lui, per controllarlo. Cleopatra abbass la voce. Pensa se Cratero provasse ad arrivare a un accordo con i romani per conto suo. Chi pu dirlo?
 un uomo ambizioso..., disse Perdicca, che non aveva pensato a quella possibilit. Guard Cleopatra negli occhi: poteva essersi inventata quel ragionamento, ma sembrava sincera.
Magari persino pi ambizioso di te.
Perdicca scosse la testa. Si rifiutava di ammettere che Cratero lo superasse anche in quello.
 uguale, Cleopatra. Quando arriver il momento della battaglia, Alessandro attaccher con l'Agema e io dovr seguirlo con il resto dei Compagni. Cratero avr il controllo su praticamente tutto l'esercito e potr fare come vuole. Io cavalcher soltanto come secondo.
Sai? Ho un presentimento. Cleopatra gli mise le mani sulle braccia, sopra i gomiti, e si avvicin di pi a lui, ma non troppo: non sarebbe stata decorosa maggior intimit alla luce del giorno e davanti a tanta gente. So che, quando sar il momento, farai qualcosa che loderanno le cronache e i poeti. Sarai tu a conquistare la gloria in battaglia e io sar orgogliosa di te.
Non ci fu tempo per molto altro. Quando i bambini lo salutarono, Berenice stava piangendo sconsolata. Perdicca la prese in braccio e le domand che cosa avesse.
Argo non  venuto a salutarti.
Non ti preoccupare.
 che non lo trovo. Lo chiamo, ma non viene.
Sar rimasto a dormire in giardino.  talmente piccolo che basta che si metta sotto un cespuglio che non si vede pi.
Ma io volevo che tu salutassi Argo.
Anche se era solo una fesseria, il capriccio di una bambina di tre anni, a Perdicca si strinse il cuore. Basta con i sentimentalismi, pens, poggiandola a terra. Ma in quel momento Neottolemo lo abbracci stringendolo forte, come non aveva mai fatto prima, e le lacrime gli appannarono la vista. Fece un respiro profondo con il naso, finse che gli bruciavano gli occhi per poterseli stropicciare e disse al bambino:
Abbi cura delle tue sorelle e di tua madre. Sarai di nuovo l'uomo di casa, Neottolemo.
S, padre, rispose. Non era la prima volta che il ragazzo lo chiamava cos, ma fu la prima volta che Perdicca ci credette.
Neo rimase a guardare come i cavalli che portavano Perdicca e i suoi attendenti si perdevano su per la strada, verso la dimora di Alessandro. Non sapeva perch fosse cos triste. O forse lo sapeva, ma gli faceva rabbia. All'inizio, quando la madre si spos con Perdicca, Neo lo odiava. Era un intruso nella sua famiglia e, da quando si era sposato con Cleopatra, lei non sembrava avere occhi che per lui. Poi, quando nacque Berenice, Neo aveva un po' perdonato il generale macedone: invece di un figlio che avrebbe potuto diventare un futuro rivale, aveva concepito una bambina. Inoltre Cadmia era talmente felice dell'arrivo della neonata che per diverso tempo aveva smesso di attaccarsi a Neo in continuazione. E lui stesso doveva riconoscere che si era affezionato a Berenice, anche se non gli sarebbe mai venuto in mente di dire che era un amore, come faceva Cadmia.
Nonostante tutto, Neo aveva continuato a essere geloso del patrigno. Era alto, molto pi di quanto sarebbe stato lui da grande, di questo era convinto; si vedeva che non aveva paura di niente e di nessuno, montava a cavallo come un centauro ed era capace di prendere in braccio tutti e tre i figli insieme. Di sicuro a Perdicca non lo avrebbe spaventato una persona malvagia e meschina come Ego. Per questo Neo voleva assomigliare a lui, ma sapeva che non ci sarebbe mai riuscito.
L'impulso che lo aveva spinto ad abbracciare cos forte il patrigno aveva sorpreso persino lui. Sicuramente lo aveva fatto perch si era alzato dal letto con un brutto presentimento: Neo non ricordava il suo ultimo sogno, ma era certo che qualcuno moriva, il che significava che la sua famiglia avrebbe subto una perdita terribile. E sebbene in passato avesse fantasticato sull'idea che Perdicca morisse in battaglia, lontano dalla madre, in quel momento, vista la paura che gli provocava un moccioso di sei anni come Ego, Neo si rendeva conto del fatto che non fosse pronto per essere l'uomo di casa. E forse non lo sarebbe mai stato.
Vai a giocare in giardino con le tue sorelle, gli disse la madre.
Neo alz lo sguardo. Cleopatra aveva gli occhi pieni di lacrime. Gli risultava sempre imbarazzante vederla piangere, perci le obbed. Ma prima di uscire dall'atrio, si gir e vide che la madre raggiungeva allo stagno Rossane, che l'abbracci. Ego non era nei paraggi; Neo preg che fosse rimasto in casa di Alessandro.
Lui s che dovrebbe morire, pens senza il minimo rimorso.
Uscendo in giardino sent le urla di Cadmia e subito dopo quelle ancora pi acute di Berenice. Neo inizi a correre e gir intorno alla casa, fino ad arrivare a un grande platano che faceva ombra dalla parete della dimora fino al recinto. L c'erano le due bambine: Cadmia abbracciava Berenice, che aveva nascosto la faccia nel grembo della sorella e piangeva con agghiaccianti singhiozzi.
Mentre si avvicinava all'albero, Neo cap il motivo. L c'era Argo, disteso per terra a pancia in su. Qualcuno gli aveva piantato le quattro zampe nell'erba con altrettanti chiodi di rame, gli aveva tagliato il corpo dal collo alla coda e aveva separato la pelle di entrambi i lati lasciando scoperte le costole e le viscere. Neo rimase a fissare il cadavere, incapace di distogliere lo sguardo. Voleva credere che la morte del povero cucciolo fosse stata rapida.
Alle grida delle bambine accorse per prima la precettrice e subito dopo anche la madre e Rossane. Cleopatra sbianc e dovette allontanarsi per vomitare dietro dei fiori. Mentre la serva l'aiutava, Rossane si avvicin al cadavere e aggrott la fronte.
 opera di una magia nera, disse guardando Neo. Qualche nemico malvagio nutre cattivi desideri contro gli abitanti di questa casa. Per fortuna conosco dei rituali di purificazione pi potenti di qualsiasi magia greca o barbara. Venite con me, il fuoco di Ahura Mazda ci protegger tutti.
Mentre si allontanavano dall'albero e Rossane ordinava di togliere
il cadavere del cucciolo da l e di bruciarlo, Neo, incapace di piangere come le sorelle, si domand se la battriana sapesse fino a che punto fosse malvagio quel nemico.
Rapporto dell'agente Sinone per Eracle-Melqart
Il dispaccio precedente dettagliava particolari relativi all'organizzazione delle truppe di Alessandro, l'arrivo dei rinforzi della cavalleria pesante della Partia e della Battriana e lo stato d'animo e di salute del re. Si informa ora sulla reazione di Alessandro dopo la sconfitta subita dalle sue truppe al promontorio conosciuto come monte Circeo.
In una riunione con i suoi generali, anche se gli  stato suggerito di adattare parte dell'armamento della fanteria a quello dei romani, tenendo conto dei disastrosi risultati di affrontare i legionari con unit di sarisse, Alessandro ha risposto con un reciso rifiuto. La sua ostinazione ha provocato scoraggiamento e perdita di fiducia tra i suoi generali.
Non  la prima volta che il re fa orecchie da mercante in un consiglio della sua giunta di capi. Alla vigilia di Gaugamela, in vista del fatto che i nemici lo superavano di gran lunga numericamente, molti dei suoi uomini di fiducia gli consigliarono di evitare la battaglia o almeno di sferrare un attacco a sorpresa nella notte. In quell'occasione Alessandro si rifiut di ascoltarli, obbed solo al proprio consiglio e vinse. La differenza rispetto a ora sta nel fatto che Alessandro ha perso i riflessi per i motivi di salute gi spiegati e che, d'altra parte,  troppo fiducioso e insuperbito per i successi precedenti.
Pertanto, la formazione delle truppe di Alessandro per la battaglia sar la solita, con le modifiche logiche imposte dal terreno nello schieramento di alcune unit.
Sul fianco sinistro collocher gli squadroni di cavalleria di cui si fida meno: i traci, gli alleati greci e probabilmente i barbari asiatici. A seguire, piazzer unit di fanteria leggera e arcieri.
Al centro, a formare il nucleo dell'esercito, ci saranno i sei battaglioni di sarisse, sicuramente al comando di Cratero. Dietro di loro, come in altre occasioni, schierer gli opliti greci alleati e mercenari per servirsene nei momenti e negli spazi del campo di battaglia che riterr opportuni.  probabile che nella retroguardia tenga anche i catafratti persiani.
A destra della fanteria di sarisse, Alessandro spiegher i suoi duemila ipaspisti, che con il loro armamento pi leggero possono manovrare con pi velocit ed evitare che si apra una breccia troppo grande tra il centro dell'esercito e la cavalleria dell'ala destra.
Il re si collocher all'estremit destra della formazione, insieme alla cavalleria dei Compagni e ai cavalieri tessali. Sicuramente li rinforzer con gli arcieri cretesi e gli agguerriti agriani, che sono le sue unit di fanteria leggera preferite.
La tattica sar sempre la stessa di Alessandro. Al centro, Cratero offrir al nemico un fronte molto forte e compatto, quasi impenetrabile. Queste unit di sarisse avanzeranno in obliquo, con passo lento ma inesorabile, per fermare sul campo il centro e il fianco sinistro del nemico. Nel frattempo, Alessandro, certo della superiorit dei suoi cavalieri, tenter qualche manovra di fiancheggiamento o penetrazione con la cavalleria dell'ala destra. Quanto all'ala sinistra, la lascer indietro e la sacrificher, nella speranza che resista agli attacchi dell'ala destra romana per il tempo sufficiente a sferrare lui stesso un colpo devastante che raggiunga il cuore del nemico e gli faccia cos ottenere una vittoria rapida. Finora, nelle battaglie in campo aperto, questa tattica ha sempre funzionato.
C' un altro fattore del quale non si inform nel dispaccio precedente e che pu influenzare il morale del re e di conseguenza quello del suo esercito. Un astrologo greco, che dice di ricorrere a infallibili metodi geometrici basati sulla conoscenza di Platone, Eudosso e Aristotele, ha elaborato una specie di oroscopo che preannuncia una grossa catastrofe causata dalla cometa Icaro. Abbiamo potuto osservare gli schemi e i diagrammi di questo astrologo, un ateniese di nome Euctemone, e potrebbero risultare convincenti se non fosse per il fatto lampante e risaputo che le questioni del cielo non possono mischiarsi con quelle della terra. Comunque, le predizioni dell'ateniese hanno influenzato Alessandro ancora di pi rispetto ai tipici oracoli dei caldei, forse perch sono ricoperte da una patina di geometria e aritmetica che le rende pi rispet-
tabili.
Resta in mano al destinatario di questo dispaccio il compito di informare o meno i romani affinch prendano le misure adeguate.
Rapporto di Eshmunazar per Annone, membro del Consiglio di Cartagine
[...] Ti allego anche il dispaccio dell'agente greco Sinone. La situazione nel momento in cui ti invio questa lettera, 28 sestile secondo il calendario romano,  la seguente:
Nonostante la sua riluttanza iniziale, il dittatore Papirio, consigliato dai consoli e dal suo luogotenente, che loro chiamano maestro della cavalleria, alla fine ha accettato i mille cavalieri numidi che gli avevo offerto in nome della nostra citt. I mille legionari romani promessi in cambio giungeranno a Cartagine con la stessa flottiglia che ti far arrivare questo messaggio.
A mio avviso, caro Annone, sebbene questa situazione presenti minacce e rischi per Cartagine, offre anche una speranza ed  possibile che finisca per risultare vantaggiosa per i nostri interessi.  evidente che Alessandro ha intenzione d'ingaggiare una battaglia campale in cui mette a rischio il grosso delle sue forze. Cos facendo, prosegue un'antica tradizione greca. Le citt dell'Ellade risolvono da secoli i conflitti mediante battaglie frontali e decisive. In questo modo cercano di sconfiggere il rivale in maniera schiacciante e in un solo giorno, indebolendolo talmente tanto da costringerlo a capitolare e cedere alla causa che ha provocato la guerra. Il motivo  che quelle citt, pi piccole e pi povere di Cartagine, non possono permettersi di mobilitare i propri uomini per troppo tempo. Le loro milizie sono composte soprattutto da contadini che non possono affrontare campagne eccessivamente lunghe, perch ci comporterebbe l'abbandono dei lavori nei campi per mesi e, di conseguenza, penuria e carestia. Per questo i greci cercano di concludere i loro conflitti in una sola battaglia, se possibile, e non ricorrere a lunghe guerre di logoramento.
In teoria, Alessandro, che dispone di un esercito professionista, non ha motivo di agire in questo modo. Ma tanto i macedoni quanto i greci hanno nel sangue la tattica di combattimento degli opliti, quindi tutto ci che non comprenda vincere il nemico in una battaglia campale lo considerano un modo sporco e poco glorioso di fare la guerra. Non c' onore pi grande per loro che erigere un trofeo di pietra nel luogo in cui il rivale ha fatto dietrofront per scappare rompendo la formazione, n vergogna peggiore che chiedere il permesso al vincitore di raccogliere i morti dal campo.
Quanto a Roma, sebbene sia pi grande di qualsiasi altra polis greca, non ha soldati professionisti. Il dittatore ha decretato la mobilitazione di otto legioni con il loro equipaggio completo, il che significa pi di quarantamila uomini sul piede di guerra. Una volta reclutate e accantonate le legioni, che  la situazione attuale, devono entrare in azione quanto prima, perch tutti quei soldati sono bocche oziose che bisogna sfamare per tutta la durata della campagna e Roma, dove ancora si usano monete di bronzo, non dispone delle ingenti risorse finanziarie di Alessandro.
Ci lascia presagire che nessuna delle due schiere rifiuter una battaglia in campo aperto. Alessandro beneficia della propria fama e della reputazione di un esercito che ha vinto molteplici scontri. I romani, da parte loro, dispongono della superiorit numerica in proporzione di quasi due a uno, sebbene nella cavalleria (malgrado i rinforzi numidi) continuino a essere meno dei macedoni.
 risaputo che Alessandro, in molte occasioni, ha sconfitto nemici che lo superavano in numero. Ma le legioni romane hanno una disciplina che le distingue da altre milizie cittadine; inoltre, non combattono per conquistare terre straniere, ma per difendere il proprio paese, il che, si sa, rappresenta sem-
pre un vantaggio.
C' un altro fattore a favore di Roma. Ho conosciuto il tribuno Gaio Giulio Cesare.  un nobile presuntuoso e pago del suo lignaggio come tutti i romani, che credono di discendere dagli di quando invece non sono altro che i discendenti fortunati di una banda di ladri che scendevano dalle montagne per rubare il bestiame. Ma Gaio Giulio conosce la cultura greca e, sebbene sia romano fino al midollo, ha una mente pi perspicace e aperta del resto del suo popolo.
Ebbene, tale Gaio Giulio, che vuole disperatamente affermarsi nel Senato, ha conseguito, circa mezzo mese fa, una vittoria sulle truppe di Alessandro: ha sconfitto seicento o settecento soldati di fanteria. In termini numerici, la battaglia  stata poco pi di una scaramuccia, tuttavia ha avuto un'importante ripercussione sul morale dei romani. L'aura cristallina da condottiero infallibile che circondava Alessandro  andata in frantumi. Nonostante alcuni, come Gaio Giulio, raccomandino prudenza, l'umore in citt  alle stelle. Nel Campo Marzio, nel Foro e praticamente in qualsiasi strada della citt si organizzano gruppi di persone in cui i pi audaci o esperti fanno congetture sulla campagna imminente. Gli ottimisti pensano che se Gaio Giulio, con poco pi di quattrocento legionari, ha sconfitto seicento macedoni, chiss che cosa riuscir a fare il dittatore con otto legioni proprie e altrettante degli alleati?
Molti danno gi per scontata la sconfitta di Alessandro e sono sicuri che il re macedone trover una triste fine in Italia, com'era gi successo al suo parente Alessandro d'Epiro. Presi dall'entusiasmo, molti vanno oltre e dicono che, poich l'impero di Alessandro rimarr senza padrone, perch non impossessarsene? Negli ultimi tempi, infatti, nei romani si sta risvegliando la brama di impadronirsi dei tesori altrui e l'ambizione di conquistare nuove terre. Addirittura alcuni disegnano sulla sabbia presunte mappe dei domini di Alessandro. La triste verit  che questi contadini fantasiosi ignorano l'immensit del mondo fuori dall'Italia.
Se Roma viene sconfitta nella battaglia, il suo potere sar molto pi ridotto, il che alla lunga sar vantaggioso per Cartagine, perch, nonostante Roma sia attualmente nostra alleata, non credo che gli interessi tra le due citt tarderanno a scontrarsi. Quanto ad Alessandro, anche se si accaparrasse questa ipotetica vittoria, non otterrebbe grandi frutti, perch Roma non  come gli altri nemici con cui si  battuto. Bench li sconfigga, i romani sono talmente ostinati e orgogliosi che rifiuteranno di capitolare o aprirgli le porte della citt.
Se si considera la possibilit che Alessandro venga battuto, la cosa pi probabile  che non esca vivo dall'Italia, cos la Macedonia smetter di rappresentare una minaccia per gli interessi di Cartagine in Sicilia.
Per sicurezza, la nostra citt dovrebbe rafforzare ancora le sue difese. Grazie alle informazioni fornite da Gaio Giulio, ho saputo che Alessandro sta costruendo nei cantieri di Siracusa navi gigantesche armate di macchine da guerra che arrivano a trasportare migliaia di uomini. Anche se Cartagine non ha rivali nel Mar Interno, deve prepararsi a qualsiasi evenienza, compreso un attacco navale. Al momento, dobbiamo affidare le nostre sorti agli stendardi romani.
A proposito di stendardi: finora, le legioni si sono schierate sotto insegne che rappresentano vari animali, come il lupo, l'orso, il cinghiale e persino un minotauro. Una delle suddette insegne, quella dell'orso, venne umiliata alle Forche Caudine, perci pensano che sia di malaugurio portarla di nuovo in guerra. La prima vittoria sui macedoni, invece, l'ha ottenuta lo stendardo della Seconda Legione, un'aquila. Inoltre, gli uguri affermano che, lo stesso giorno in cui venne combattuta la battaglia del Circeo, avvistarono otto aquile che volavano in cerchio sopra il Campidoglio. Siccome sono proprio otto le legioni romane reclutate per questa campagna, si ritiene che sia un chiaro segno del cielo. Per questo il dittatore ha ordinato che venga fusa un'aquila d'oro come stendardo di ogni legione. Quindi, modificando la mia frase precedente, caro Annone, adesso dir che dobbiamo affidare le nostre sorti alle aquile di Roma.

Padri e coscritti.

29 sestile nel calendario romano, 25 gorpiaios nel calendario macedonico.

Il dittatore convoc il Senato alla fine del mese. Tutti sapevano che durante la riunione si sarebbe parlato della guerra contro Alessandro, perch Papirio aveva ordinato che l'assemblea si tenesse fuori dal confine sacro del pomerio, sul Campidoglio. Ma, invece di scegliere il tempio di Giove Ottimo Massimo, dove i nuovi magistrati venivano investiti dei loro incarichi all'inizio dell'anno, il dittatore aveva deciso di utilizzare per la prima volta il santuario di Giunone Moneta, nella parte nord del colle. Nonostante Gaio fosse molto piccolo quando eressero il tempio, ricordava ancora che durante la sua costruzione caddero dal cielo pietre infuocate che attraversarono il tetto di una casa nella Suburra, uccidendo un neonato nella culla. In citt si diffuse il panico, ovviamente, ma gli uguri dichiararono che si trattava di un presagio positivo: Giove era contento del fatto che i romani avessero deciso di onorare sua moglie con un tempio dedicato a lei.
Gaio ricordava un commento malvagio del padre: come faceva a non essere felice Giove se avevano tolto la moglie dal suo tempio per mettere tra loro l'Asylum, il fondovalle che divideva in due il Campidoglio? Cornelia, cos innamorata del marito che era incapace di distaccarsi da lui, aveva preso male quello scherzo. I romani, come le matrone risparmiatrici, non buttavano mai niente, quindi anche se avevano scolpito una nuova statua di Giunone, avevano tenuto l'antica effigie di terracotta vicino a quella del marito perch lo controllasse da vicino.
Gaio si alz prima dell'alba e fece una colazione frugale mentre il barbiere gli radeva le guance e il mento. Poi si lav, indoss la tunica pulita, sopra la quale mise la toga, un telo semicircolare di lana di un bianco immacolato. Prima di uscire di casa pass a trovare Lila. La bambina dormiva nel suo letto con un'espressione tranquilla. Malgrado le avessero rasato di nuovo la testa per evitare un'infezione e si vedessero le cicatrici alla tempia, a Gaio sembr pi bella che mai. Le diede un bacio facendo attenzione a non svegliarla e usc dall'alcova. Mentre attraversava l'atrio, pens di salire nella stanza della moglie per sapere come stava, ma si disse che Valeria sarebbe stata capace di vomitargli sulla toga appena messa e quindi decise di lasciar perdere per il momento.
Esci da solo, signore?, gli domand lo schiavo dell'ingresso.
S, Attilio.
Posso avvertire subito Lucio e Steno.
Non fa niente. In citt la situazione  tranquilla. Possiamo dire che qualcosa di buono il nostro amico Papirio la fa: quando c' lui al comando, le uniche bastonate a Roma  lui a darle.
Quel giorno era nuvoloso. Era un'estate molto strana: un momento prima faceva un caldo insopportabile tanto che perfino le lucertole si andavano a nascondere sotto i sassi, un momento dopo il cielo si rannuvolava e cadeva un acquazzone. Quel giorno l'aria era fresca, perlomeno al momento. Gaio ne era contento perch, sebbene la toga che usava d'estate fosse di lana fine, dopo un po' si sentiva soffocare.
Scese per l'Argileto, si lasci a destra la Curia Hostilia, dove normalmente si riuniva il Senato, ed entr nel Foro. Nonostante fosse presto, era gi affollato. A parte i commercianti e i compratori abituali, c'erano molti sfaticati che aspettavano di sapere il risultato delle deliberazioni del Senato. Era comprensibile. Avevano tutti dei figli, dei nipoti o dei fratelli arruolati nelle legioni che dovevano affrontare la minaccia di Alessandro.
C'erano altri togati come lui che si dirigevano verso il Campidoglio, la maggior parte in gruppi o scortati dai clienti o dagli schiavi; la gente si spostava al loro passaggio. Quando invece videro Gaio Giulio si avvicinarono, formarono un corridoio ammassandosi su entrambi i lati e applaudirono. Alcuni gli diedero delle pacche sulla spalla mentre urlavano Caesar uictor!; una giovane fruttivendola ebbe l'impudenza di piazzarsi davanti a lui, dargli un rapido bacio sulle labbra e andarsene di corsa. In quel momento la folla proruppe in fischi, perci Gaio sorrise e alz la mano per sa-
lutare.
Quando arriv alla ripida scalinata che portava alla roccaforte dell'Arx, incontr Torquato Imperioso, in compagnia di altri senatori vecchi quasi quanto lui. Mentre Gaio gli passava accanto, l'anziano alz lo sguardo nella sua direzione e arricci le labbra, usando il naso a mo' di mirino per guardarlo meglio con la poca vista che gli rimaneva.
Oh, oh. Quello che vedono i miei occhi non  il giovane Gaio Giulio?
Esatto, onorevole Torquato, rispose Gaio, che aveva sperato di evitarlo.
Io e tuo nonno eravamo buoni amici, gli disse l'anziano, prendendolo per il braccio con delle dita che conservavano ancora molta della loro forza. Te lo ha raccontato qualche volta? Forza, sali questo tratto insieme a me.
Volentieri.
Dimmi, come sta tua sorella?
Bene. Gli di sono stati benevoli con noi. Gaio Giulio non aggiunse che Lila si stava rimettendo grazie alle cure di Nestore. A Imperioso non stavano simpatici gli stranieri. In realt non gli stava simpatico quasi nessuno. Gaio, per qualche strana ragione, era una delle eccezioni, ma nemmeno questo lo salvava dai rimproveri del vecchio.
Comunque Imperioso poteva permettersi di sgridare chi voleva. Aveva ottant'anni e da dieci era il princeps senatus. Sebbene fosse una carica onorifica, perch le riunioni erano presiedute dai consoli o dal dittatore, il principe del Senato godeva di grande prestigio e autorit tra gli altri. E nel caso di Tito Manlio Torquato Imperioso, la sua reputazione era accresciuta dalla sua severit per cui era conosciuto come il Vecchio terribile.
La storia di Torquato Imperioso e del figlio era diventata proverbiale, come una favola che si raccontava per spiegare il carattere romano. Quando Gaio aveva cinque anni, i romani si erano scontrati con i propri alleati latini, che volevano avere i loro stessi diritti di cittadinanza. Gli uni e gli altri si schierarono con le proprie legioni ai piedi del Vesuvio. I consoli Imperioso e Decio imposero una regola assoluta alle file: nessuno doveva avvicinarsi all'accampamento nemico, n per fraternizzare con i latini, n per battersi con loro in singolar tenzone, altrimenti sarebbero morti.
Il figlio di Imperioso comandava uno squadrone di cavalleria che esplorava i versanti del monte. L si imbatt in un manipolo di latini, tra i quali ci fu un uomo che lo provoc con affronti contro Roma e contro il padre. Tito Manlio lo sfid a duello, lo fece cadere dal cavallo e lo infilz con la lancia tra gli evviva dei compagni. Ma quando Manlio present al padre le armi del nemico vinto, Imperioso lo fece legare a un palo. Poi, davanti a tutto l'esercito, un littore lo sgozz con un'ascia per aver disobbedito agli ordini e aver disonorato la disciplina. La giustizia implacabile di Imperioso provoc ancora pi orrore tra tutti perch Tito era il suo unico figlio.
Ormai ricurvo, solcato dalle rughe e con solo un ciuffo di capelli bianchi sulle tempie, poteva sembrare un nonno inoffensivo. Ma il suo sguardo continuava a essere di ferro, e in Senato ce n'erano pochi severi come lui nella difesa del mos maiorum, il codice di condotta ancestrale dei romani. Se fosse stato per lui, tutti i senatori avrebbero dovuto continuare a indossare soltanto la toga, come ai vecchi tempi.
Ancora non hai la barba?, disse a Gaio. Pensavo che avessi gi l'et per stare in Senato.
La barba ce l'ho, onorevole Manlio.  che mi rado.
Che mania che avete voi giovani di oggi con le mode straniere!. Imperioso si accarezz la barba, lunga, bianca e un po' arruffata, perch non era molto amico dell'igiene. Prima, per un romano, la barba era sacra.
S, so cos' successo a Papirio.
Fu inutile. Imperioso voleva a tutti i costi raccontargli un'altra volta la storia di Papirio, il bisnonno del dittatore, e gliela raccont. Quando i celti presero l'urbe, sessant'anni prima, i senatori pi anziani si riunirono per aspettare gli invasori mentre i giovani cercarono di asserragliarsi sul Campidoglio. Un gruppo di barbari che stava saccheggiando il Foro entr nella Curia: quando videro gli anziani venerabili seduti sulle loro panche senza muoversi o battere ciglio, rimasero stupefatti e pensarono di trovarsi davanti a statue dall'aspetto talmente meraviglioso che mancava che si muovessero. Un celta gigantesco decise di divertirsi a spese dei senatori e scelse quello che aveva la barba pi lunga, Papirio, per dargli un forte strattone. L'anziano, che aveva la stessa irritabilit che poi eredit il pronipote, moll una bastonata al celta e gli apr il sopracciglio. Il barbaro lo colp con la spada, sgozzandolo: quello fu il segnale che fece scatenare una feroce carneficina nella Curia, in cui morirono quasi cento senatori.
Quindi i romani di allora non si lasciavano toccare la barba da nessuno, anche a costo della vita.
Certo, onorevole Manlio, rispose Gaio Giulio, notando con una certa disperazione che non erano ancora arrivati alla fine della scalinata. Il vecchio aveva l'irritante abitudine di fermarsi, come se non fosse capace di parlare e camminare contemporaneamente. Ma ci sono altri modi di vedere la cosa. I macedoni non usano portare la barba non per eleganza, ma per evitare che il nemico ci si possa aggrappare.
Bah, queste abitudini greche! Quando quell'effeminato ci affronter, voglio vedere se saranno pi forti gli uomini con la barba o quelli senza. Il vecchio gli diede una gomitata nel costato che voleva essere di complicit. Mi hanno detto che hai dato una bella lezione a quei sodomiti. Tu farai strada, ragazzo. Ma prima fatti crescere la barba.
Finalmente arrivarono davanti al tempio di Giunone Moneta. A destra c'era una capanna con il tetto di paglia, l'auguracolo dove gli indovini scrutavano i cieli. In piedi all'entrata, appoggiato al suo bastone, c'era il fulgurator. Era un anziano etrusco che avevano fatto venire da Vulci perch, a parte interpretare la volont degli di osservando i raggi che cadevano dal cielo, era esperto di astronomia. Otto giorni prima erano di nuovo piovute pietre di fuoco, questa volta su Veio; uno dei sassi aveva distrutto il tempio di Cel, la dea della terra. Secondo alcuni saggi, quelle pietre erano frammenti di Tinia, la grande cometa.
Gaio Giulio guard a est. L si intravedeva la chioma della cometa, che saliva di nuovo sopra l'orizzonte dopo sette giorni in cui si era persa per l'inframondo (secondo la maggior parte dei romani), oppure orbitando sotto l'emisfero australe (secondo gli esperti di scienza greca). Quando apparve Tinia, molti credevano che avrebbe portato la fine del mondo; al momento c'era chi continuava a pensarlo, ma gran parte della gente si era abituata a conviverci.
Oggi c' poco da osservare in cielo, eh, anziano?, domand Imperioso con un sorriso malefico. Gli etruschi gli stavano antipatici come i greci, i sanniti, i celti e i garamanti, anche se questi ultimi li conosceva solo di nome.
Il cielo  nuvoloso oggi, rispose il fulgurator con il suo forte accento. Ma ieri non lo era e i miei occhi, aggiunse indicandoseli, hanno visto cose molto interessanti.
Imperioso si ferm e si poggi al suo bastone. Alcuni senatori tergiversarono prima di entrare nel tempio nel caso avessero rimediato un briciolo di conversazione.
Ah, s? Raccontami che cos'hai visto.
Lo posso dire solo ai magistrati che hanno gli auspici, anziano, rispose l'etrusco in tono canzonatorio.
Ma vattene, attaccati, testa d'oliva!, gli rispose Imperioso con l'insulto che usava sempre per gli etruschi.
Gaio approfitt di quella discussione per liberarsi dal princeps senatus. Sal le scale del basamento ed entr nel santuario. Siccome era la prima volta che il Senato si riuniva nel tempio di Giunone Moneta, i senatori non avevano chiaro dove sedersi e c'era ovunque un certo svolazzare di toghe bianche. Al centro della cella erano state posizionate quattro panche molto lunghe, lasciando uno spazio tra loro di circa cinque passi per gli ambasciatori e gli oratori. Dopo malintesi e spintoni pi o meno dissimulati, vi si sedettero i senatori che rivestivano o avevano rivestito cariche importanti: consoli, pretori, edili, pontefici. I due consoli dell'anno, Barbula e Bubulco, erano seduti mischiati con gli altri, dal momento che, essendo subordinati al dittatore, non avevano pi diritto a un posto speciale. Valeva lo stesso per Scipione, che erano arrivato prima di Gaio e che si gir per salutarlo con la mano. Alla sua destra c'era il censore Giunio Bruto, promotore della strada e dell'acquedotto che portavano il suo nome, un tipo minuto e inquieto che non faceva altro che tirarsi il collo della tunica come se gli stringesse, cosa difficile in una persona cos mingherlina. Tra i consoli, i magistrati pi potenti e fieri ai quali Gaio sperava di appartenere un giorno, riconobbe Furio Camillo, Plauzio Proculo, Folio Flaccinatore e Cornelio Scapula. C'era anche Fabio Massimo, nemico personale di Papirio e, secondo Gaio, il miglior generale di Roma.
I senatori seduti sulle panche erano gli unici ad avere il diritto di portare una mezzaluna d'avorio sulle calzature e fasce porpora sulle toghe. Gaio si disse che per le sue non avrebbe usato una porpora economica e sgargiante estratta dalla radice della robbia, ma quella del murice fenicio, come Eshmunazar. Sebbene gli sarebbe costata il suo peso in argento, la tonalit scura ed elegante avrebbe destato l'ammirazione e l'invidia di tutto il Senato.
Gaio si trov uno spazio tra i pedarii, novizi o arricchiti che come lui non avevano diritto a prendere la parola, a meno che gli altri senatori non li avessero autorizzati. Nella Curia Hostilia dovevano arrampicarsi fino in cima alla gradinata, come galline sul trespolo del pollaio, ma almeno potevano sedersi. Invece, nel tempio di Giunone dovevano stare in piedi attaccati alle pareti, stretti spalla a spalla e storcendo il collo se qualche colonna impediva loro di vedere l'oratore del momento.
Una volta sistemato, guard da entrambi i lati, perch era la prima volta che entrava in quel tempio, pi piccolo di quello di Giove, ma anche pi pomposo. La statua della dea era di marmo e non di terracotta, anche se, invece di ricorrere a un artista greco dai gusti moderni, era scolpita con lo stile arcaico, vale a dire con gli occhi a mandorla e un sorriso tra il malizioso e il giocondo. Sotto l'altare, nei sotterranei, erano conservati i rotoli di lino con i registri ufficiali, dove c'erano le liste dei magistrati, nelle quali era da pi di cent'anni che non appariva nessun nome della gens Giulia.
Ma le cose stavano per cambiare. Contro Alessandro, Roma avrebbe schierato sul campo di battaglia otto legioni. Papirio si riservava il comando supremo di tutto l'esercito. La Prima e la Seconda spettavano ai due consoli. Scipione aveva diritto a un'altra legione, con la quale probabilmente sarebbe rimasto al Campo Marzio per proteggere la citt. Rimanevano allora altre cinque legioni libere. Bench Papirio non avesse rivelato le proprie intenzioni, quasi tutti pensavano che sarebbe stato pi logico nominare tribuni con poteri consolari per comandarle.
C'erano molti tribuni con pi campagne d'esperienza di Gaio e ovviamente ex consoli prestigiosi come Fabio Massimo. In questo senso, non aveva la fortuna dalla propria parte. D'altro canto, lui era il vincitore del monte Circeo. Mossa di Venere a suo favore.
Padri e coscritti!, annunci la voce profonda del capo dei littori. Lucio Papirio Cursore, dittatore di Roma!.
Gaio Giulio sbuff. Ora i dadi dicevano Cane, il peggior tiro di tutti. Per sua sfortuna, dipendeva da Papirio l'assegnazione di una legione. Doveva giocare d'astuzia per vincere l'antipatia e le gelosie del dittatore.
Papirio entr nel tempio affiancato dai suoi ventiquattro littori. Dopo essere passato salutando tra le panche dei senatori, si accomod in fondo sulla sua sella curule, protetto dalla statua di Giunone. Sotto la tribuna del dittatore si sedette il suo magister equitum, che aveva il rango di pretore. Per quell'incarico straordinario, Papirio aveva scelto il suo amico Spurio Postumio. Ci aveva provocato l'indignazione di molti, perch per colpa di quell'uomo un'intera legione era dovuta passare senza armi sotto il giogo dei sanniti nella stretta valle dell'umiliazione conosciuta col nome di Forche Caudine. Secondo Gaio, l'unica via d'uscita onorevole per Postumio sarebbe stata lanciarsi sulla punta della sua stessa spada. Eppure era l, ormai diventato luogotenente del dittatore, che osservava tutti i senatori con quella sua faccia da dispepsia.
Dopo aver fatto gli opportuni auspici, ebbe inizio la seduta.
Che entrino gli ambasciatori stranieri, ordin Papirio.
Il capo dei littori colp con i fasci le mattonelle del pavimento. Sei uomini con corazze di lino e falde di cuoio entrarono nel tempio. Quattro di loro rimasero alle entrate, mentre gli altri due avanzarono con passo deciso tra le file dei senatori fino a fermarsi a pochi passi dal dittatore. Gaio li osserv con attenzione. Uno di loro, il pi alto, aveva il viso ben rasato e i capelli imbiancati, anche se dalla prestanza e dal passo agile non doveva superare di molto i quarant'anni. Dalle descrizioni non poteva essere altri che Perdicca, capo della celebre cavalleria dei Compagni.
L'altro uomo era pi basso e robusto e portava una folta barba nera. Quello doveva essere Cratero, il miglior generale di Alessandro.
Parlate, macedoni, disse Papirio.
Cratero prese la parola. Sebbene non avesse l'aspetto attraente e nobile di Perdicca, si vedeva chiaramente che era un uomo abituato a comandare. N Papirio, n i suoi ventiquattro littori, n la sua sella curule lo turbavano minimamente. Senza dubbio, pens Gaio con invidia, i suoi piedi avevano calpestato pavimenti molto pi lussuosi di quelli del tempio di Giunone Moneta.
Gratias uobis ago, patres et conscriptoi, inizi in latino, facendo confusione con il vocativo. Poi continu in greco, facendo una pausa dopo ogni frase affinch l'interprete traducesse le sue parole. Devo chiedervi scusa perch non sono un raffinato oratore ateniese, ma solo un generale veterano macedone che a forza di campagne militari ha sempre pi cicatrici sul corpo e meno denti in bocca, perci cercher di essere breve e chiaro.
I senatori accolsero il commento con risate cortesi. Gaio pens che Cratero volesse captare la benevolenza di quel consiglio pie-
no di vecchi generali presentandosi come un collega nell'arte della guerra. Ma si sbagliava: Cratero mantenne la promessa e and al
dunque.

Sono qui di fronte a voi per portarvi le parole di Alessandro, senatori.
Buon per lui, pens Gaio. Cratero non aveva usato la parola re, che faceva digrignare i denti ai romani come un chiodo che graffia una lavagna.
I vostri legati gli hanno detto di tenersi alla larga dalla regione che chiamate Campania. Non  una richiesta amichevole, e nemmeno ragionevole, e vi spiego perch, senatori di Roma. Noi greci ci siamo insediati in quelle terre da pi tempo di voi.
Voi non siete greci! Siete macedoni!, gli spiattell in faccia Imperioso, alzandosi dalla panca e puntandogli il dito contro. Cratero lo guard stupito per l'interruzione, ma Papirio gli spieg:
 Tito Manlio Torquato, principe del Senato. Ha diritto a prendere la parola quando vuole.
Quando ebbe ascoltato la traduzione di entrambi gli interventi, Cratero salut l'anziano inclinando la testa.
 un onore, principe del Senato. Ho sentito molte cose sul tuo conto e so che non c' nessuno pi inesorabile di te nel far rispettare le leggi di Roma.
Ci puoi giurare!, rispose Imperioso, agitando il bastone in aria. Un giorno, parlando di lui, Gaio aveva detto a Scipione: Non credi che le Furie gli appaiano in sogno e lo tormentino per aver ucciso il figlio?; il cognato gli rispose: Se io fossi una delle Furie non mi avvicinerei a Imperioso nemmeno da ubriaco. Sarebbe capace di rompere loro la testa con il bastone.
 una prerogativa giusta, principe del Senato, disse Cratero. Ma siccome non parlo la tua lingua, ti prego di lasciarmi finire il discorso invece che interrompermi.
 una richiesta ragionevole, disse Papirio. Sei d'accordo, Manlio Torquato?
Mi tratterr, disse il vecchio. Anche se  gi abbastanza grave che dobbiamo ricevere i lacch di un re straniero.
Seppure glielo tradussero, Cratero non diede segni di essersi offeso.
Noi macedoni siamo greci, prosegu, partecipiamo ai giochi olimpici come gli altri greci e adoriamo gli di dell'Olimpo. Che, in effetti, sta in Macedonia. Vi ricordo inoltre che Alessandro  il capo della Lega di Corinto, che unisce tutti i greci d'oltremare, e anche della Lega Ellenica, che confedera tutti quelli del Sud Italia. Pertanto,  chiaro che parlare a nome di Alessandro significa anche parlare a nome dei greci.
Cos sia, se cos volete, disse il dittatore. Continua.
Noi greci ci siamo insediati in Italia da molti anni, ben prima della stessa Roma. Quella frase provoc mormorii di protesta, ma Papirio rugg Silenzio! e tutti si zittirono. La vostra nobile citt esiste da 437 anni. Ma prima che Romolo e suo fratello la fondassero, i greci avevano gi fondato Pitecussa nella baia di Crater. E quando Roma era poco pi che un villaggio, fondammo anche Cuma e Reggio, e poco dopo Sibari, Siracusa, Naxos e Taranto, e molte altre citt in Italia di cui non vi dir ora i nomi per non annoiarvi.  evidente che la Campania, che adesso  motivo di questo litigio,  parte della grande patria greca da molto prima che voi vi liberaste dal giogo etrusco.
Si udirono altri rimproveri. Ai romani non piaceva per niente che qualcuno ricordasse loro che gli etruschi li avevano governati in passato. Cratero non poteva essere cos maldestro, si disse Gaio: stava provocando l'ira dei senatori di proposito.
Tutte le citt che ho menzionato e molte altre si sono rivolte ad Alessandro perch si sentono minacciate dai popoli barbari delle montagne. E Alessandro, facendo il suo dovere,  accorso in loro aiuto.

Perdicca segu in silenzio. Sebbene non lo desse a vedere, era rimasto impressionato nell'entrare in quel tempio piccolo e scuro. Tra i romani che stavano in piedi vicino alle colonne c'erano uomini giovani e senza barba, ma sulle panche della prima fila la maggior parte erano senatori dalla barba lunga, molti dei quali dovevano aver gi compiuto i sessant'anni e persino i settanta. Quando era passato vicino a loro, il suo fine olfatto gli aveva fatto arricciare il naso nel sentire l'odore di vesti di lana sudate. Ma aveva captato anche un'altra cosa. L c'era una volont di ferro che non era quella di un solo re, come Dario, ma quella di molte menti unite contro di loro con implacabile e fiera determinazione. Gli occhi di quei vecchi terribili non li guardavano con paura, nonostante si trovassero davanti agli uomini del grande Alessandro, ma con ostilit.
Quando sentirono la traduzione della parola barbari, che in latino era quasi uguale al greco, Perdicca not che i senatori si agitarono sui propri posti. Il dittatore, un toro con la faccia collerica che entrava a malapena sulla scranna, si alz, scese dalla tribuna e si avvicin a loro raccogliendo i lembi della toga con un gesto decisamente poco maestoso. Punt il suo enorme ditaccio contro il petto di Cratero. Perdicca si allontan di un passo, infastidito dalla vicinanza di quel tizio cos grosso; ma Cratero non si scompose, nemmeno quando il dittatore lo schizz di saliva mentre gridava.
Traduci, ordin Cratero all'interprete, senza distogliere lo sguardo da Papirio.
Signore, il dittatore ha detto che non dovresti utilizzare....
Alla lettera.
Ha detto: Non ci starai mica chiamando barbari'? I romani? Un macedone che per quanto si lavi continua a puzzare di formaggio di capra?.
Cratero sorrise, divertito. Perdicca, suo malgrado, fu sorpreso di vedere in che modo si controllava e non accennava minimamente ad asciugarsi la saliva dalla faccia.
Di' al dittatore che mi ha frainteso, disse Cratero, rivolgendosi all'interprete. Mi riferisco a bruzi, lucani e sanniti contro i quali lott Alessandro d'Epiro anni fa. Nessuno oserebbe chiamare barbaro un popolo cos raffinato e al contempo esperto nell'arte della guerra come quello romano, per il quale il mio signore Alessandro non prova altro che ammirazione.
Dopo aver ascoltato la traduzione, Papirio sembr calmarsi un po'. Solo allora Cratero si mosse per guardare da una parte all'altra e inclinare la testa davanti ai senatori, scusandosi con un sorriso. Il dittatore indietreggi di un paio di passi e si risistem la toga.
Il mio signore Alessandro, come suo zio,  venuto in Italia solo per rispondere all'appello degli abitanti, prosegu Cratero, asciugandosi la saliva in modo dissimulato. Come legittimo hegemn della Lega di Corinto e della Lega Ellenica d'Italia,  suo dovere soccorrere tutti i greci. Il mio signore Alessandro non vuole che si smetta di parlare greco nel Sud Italia.
Il dittatore si spost di altri due passi e guard il suo posto. Perdicca colse il suo dubbio: sedersi o non sedersi? Si vedeva che Papirio era un uomo troppo nervoso e agitato per rimanere tranquillo su una sedia che non era stata fatta per una persona corpulenta come lui. Il dittatore decise di rimanere in piedi e addit Cratero, ma questa volta lo fece da lontano.
Hai detto di non essere un oratore. Smetti di girarci intorno, parla come un soldato e dimmi una volta per tutte che cosa propone il tuo re, greco, disse con sarcasmo.
Cratero gir su s stesso molto lentamente affinch tutti potessero vederlo bene, con le braccia staccate dal corpo e con i palmi delle mani ben in vista in modo che sapessero che non aveva niente da nascondere.
Patres et conscriptoi, disse. Perdicca, che non perdeva di vista Papirio, not che alz il sopracciglio vedendo che Cratero non parlava direttamente a lui, ma si dirigeva a tutto il Senato. Quella di Cratero non era una buona tattica per ingraziarsi il dit-
tatore.
Irritate quei romani, aveva detto Alessandro. Stuzzicate per bene il vespaio, in modo da farli infuriare. Il re non voleva tregue o patti. Voleva solo la sua guerra, la sua gloriosa battaglia, una nuova Gaugamela. Se fosse dovuto andare lui stesso a Roma a ficcare un anello al naso dei senatori e tirarli come fossero vacche, lo avrebbe fatto pur di trascinarli sul campo di battaglia. Ma Perdicca aveva capito che non sarebbe stato necessario: quei romani erano bellicosi quanto Alessandro.
Patres et conscriptoi, ripet Cratero. Questa  la proposta che vi fa Alessandro. Roma deve impegnarsi a non spingersi con gli eserciti pi a sud di Terracina. In cambio, Alessandro far lo stesso a nord di Capua. In questo modo rimarr un'ampia striscia di sicurezza tra i territori controllati da Roma e la Lega Ellenica.
Vari senatori si alzarono in piedi e inveirono contro di loro. Alessandro sapeva benissimo che Roma considerava la Campania il suo granaio e il suo vigneto e che quindi non ci avrebbe rinunciato. La sua proposta, cio che i romani non ci si avvicinassero a meno di quattrocento stadi, era una provocazione.
Scusatemi, signori!, disse Cratero, alzando la mano. I littori colpirono a terra con i fasci e finalmente torn un po' di silenzio. Se volete rifiutare le proposte di Alessandro, prima dovete ascoltarle tutte.
Ah, quindi ce ne sono altre?, domand un senatore con sarcasmo, usando il greco.
Alessandro vuole anche una base a Olbia, sull'isola di Ichnusa, che voi chiamate Sardinia, affinch le nostre navi possano navigare fino a Massalia, nostra alleata.
Perdicca not la sorpresa e l'indignazione dei senatori. I rapporti tra i romani e i massalioti erano sempre stati buoni. Di sicuro non sospettavano che Alessandro avesse firmato un trattato con Massalia nel quale prometteva di trasformare la citt greca nella nuova Cartagine. Quanto alle sue pretese su Olbia, voleva avere una base navale macedone a meno di un giorno di navigazione dal Tevere. Roma non aveva navi per difendersi da quella minaccia.
L'anziano che avevano chiamato principe del Senato si alz furioso e agit il bastone in aria.
Dice, tradusse l'interprete, che in altri tempi avrebbero buttato gi dalla Rupe Tarpea chiunque avesse osato pronunciare parole cos offensive in Senato.
Cratero, sussurr Perdicca. Forse dovresti ammorbidire il tono.
Tranquillo, amico mio. Sono violenti, ma non ci metteranno le mani addosso, disse Cratero, e aggiunse, rivolgendosi all'interprete:  tutto quello che ha detto il vecchio?
C' dell'altro, signore, ma non mi sembra decoroso ripeterlo. Aspetta: sta parlando il dittatore.
Traduci.
L'Italia deve essere degli italiani, da nord a sud, il che include anche tutte le sue isole: Corsica, Sardinia e Sicilia.
Cratero alz la voce.
Vuoi cacciare i greci dal Sud Italia, dove vivono da tante generazioni? Vuoi cacciarli anche dalla Sicilia, dove i romani non hanno mai messo piede?.
Il dittatore rispose, e quando ebbe finito si alz un clamore unanime tra i senatori. Perdicca e Cratero dovettero avvicinarsi di pi all'interprete per ascoltare la traduzione.
Dice che Roma non vuole questo. I greci che gi si trovano in Italia verranno lasciati in pace, a patto che sciolgano la Lega Ellenica. Ma non deve venire nessun altro immigrante dalla Grecia e non devono ricorrere a potenze straniere. Quanto ad Alessandro, esigono che se ne vada dall'Italia immediatamente.
Ah, adesso capisco quei ruggiti!, disse Cratero. A questi sventati piace la guerra addirittura pi che a me.
Cerca di non provocarli ancora di pi, insist Perdicca. Se devo essere fatto a pezzi, preferisco che sia com' successo a Orfeo: per mano di donne durante un'orgia, non di questi vecchi puzzolenti.
Tranquillo. Interprete, domanda al dittatore se  questa la risposta che devo portare ad Alessandro. E traduci le sue parole simultaneamente.
Ci provo, signore.
Non provarci. Fallo.
Mentre ascoltava la domanda, Papirio si sedette sulla sua scranna e cerc di assumere una posa solenne.
Alessandro, disse il dittatore, deve abbandonare l'Italia prima della prossima luna piena. Se non lo far, gli toccher la stessa sorte dell'altro Alessandro di Grecia. Non sta trattando con delicati asiatici che si profumano la barba e si arricciano i capelli. Sta trattando con i romani!.
Quando le voci scemarono, Cratero continu a parlare.
Trasmetter la risposta ad Alessandro, anche se non dovreste contare sul fatto che seguir le vostre disposizioni. Sebbene non ci crediate, nemmeno lui si profuma la barba.
Perch non ce l'ha!, esclam qualcuno in greco; chi lo capiva scoppi a ridere.
Esattamente, rispose Cratero, accarezzandosi la sua con un sorriso allegro. Ma prima di andarcene, io e il mio compagno Perdicca vorremmo trattare un'ultima questione.
Il dittatore impose il silenzio a tutti. Come avevano concordato, Perdicca avanz un po' e disse:
Alessandro sa che avete dei prigionieri e vuole riscattarli.
Quando sar tornato in Grecia, pu stare sicuro che gli riconsegneremo la moglie, fu la risposta del dittatore.
In quel momento qualcuno usc dall'ombra di una delle navate laterali e and in quella centrale passando attraverso uno spazio tra due panche. Era giovane, trent'anni al massimo, alto come Perdicca e dalla corporatura atletica. Parl con voce forte e chiara e quello che disse provoc l'ira di Papirio, che si alz in piedi, scese dalla tribuna e si diresse verso di lui.
Quell'uomo, che si chiama Gaio Giulio, tradusse l'interprete, dice che i prigionieri sono suoi e che deve essere lui a trattare per il loro riscatto. Il dittatore gli ha detto di stare zitto, che  solo un senatore pedario e che non ha diritto di parola.
Papirio stava quasi sopra il giovane senatore, con il dito conficcato nel suo petto e gli gridava contro tra gli sputacchi, ma quel Gaio Giulio non indietreggi. In quel momento il principe del Senato si alz, si avvicin a loro e con un gesto vigoroso interpose il bastone tra i due. Il dittatore non ebbe altra scelta che retrocedere.
Il principe del Senato dice che il tribuno Gaio Giulio ha diritto a prendere la parola, perch  ovvio che i prigionieri siano suoi dal momento che fu lui a sconfiggere le compagnie macedoni al monte Circeo.
Ma guarda un po'! E cos  stato questo sbarbatello?, disse Cratero. Un magnifico esemplare di romano, in fede mia.
Gaio Giulio dovette sentire il commento, perch si gir verso di loro. Il suo sguardo incroci quello di Perdicca per un istante. Aveva gli occhi scuri, ma brillavano con un'intensit tagliente che gli ricord quelli di Alessandro, come se nelle sue pupille si nascondesse la punta di una spada. Per qualche strana ragione, Perdicca sent che quegli occhi lo avevano penetrato sin nel profondo e, quando il tribuno distolse lo sguardo, credette di vedere un certo disprezzo nel modo in cui inarcava le sopracciglia.
Me la vedr con te sul campo di battaglia, si ripromise.
Cos'altro stanno dicendo?, domand Cratero all'interprete.
Quell'uomo l, il pretore, dice che  vero, che i prigionieri appartengono a Gaio Giulio, perci  legittimo che prenda la parola.
Il giovane patrizio si volt verso di loro e con un gesto teatrale si sistem la toga sul braccio sinistro. Nel Senato era calato il silenzio. Perdicca cap che Gaio Giulio si era impadronito della scena.
Che cosa offre Alessandro per il riscatto della nobile Agatoclea e del dottore, Nestore?, domand il tribuno in un greco impeccabile.
Perdicca esit. Cratero gli si avvicin e gli sussurr all'orecchio:
 meglio essere sinceri. Questo tizio non  uno zappaterra qualunque che si pu corrompere con un paio di talenti d'argento.
Perdicca annu e disse a voce alta:
Quindici talenti d'oro, che verranno consegnati non appena riceveremo i prigionieri.
Per una frazione di secondo gli occhi di Gaio Giulio si spalancarono, ma fu sufficiente perch Perdicca cogliesse l'inconfondibile scintilla dell'avidit. Cap che Nestore e Agatoclea erano suoi: perlomeno avrebbe potuto guadagnare qualche punto con Alessandro. Papirio parl di nuovo e Gaio Giulio gli rispose con veemenza.
Il dittatore dice che quell'oro appartiene a Roma, tradusse l'interprete. Il tribuno sostiene che spettano a lui come legittimo bottino di guerra e il principe del Senato e altri senatori gli stanno dando ragione.
Gaio Giulio disse qualcos'altro. Non aveva ancora finito il suo breve discorso quando iniziarono a levarsi acclamazioni tra i senatori e poi un clamoroso applauso.
Ha appena detto che lui non vuole nemmeno una sola dracma del riscatto, tradusse l'interprete. Che i quindici talenti d'oro devono essere versati nell'erario del tempio di Saturno per contribuire allo sforzo della guerra contro Alessandro. Che vinceremo, ha aggiunto.
Perdicca annu con la testa. Si era sbagliato. La scintilla che aveva intravisto negli occhi di Gaio Giulio non era avidit, ma ambizione. Di gran lunga pi pericolosa.
Gli ambasciatori si ritirarono dopo aver stabilito che il giorno seguente, nella Villa Publica, si sarebbe proceduto alla consegna dei prigionieri. Gaio Giulio si allontan dalla navata centrale e torn al suo buio colonnato, trattenendo a fatica un sorriso di soddisfazione. Il vanitoso Perdicca gli aveva risolto in un solo colpo i problemi di coscienza e le difficolt economiche. Non aveva pi motivo di consegnare Nestore a Eshmunazar. Appena sent l'offerta, la sua mente aveva fatto i calcoli con la velocit di un abaco nelle mani di Mercurio. Quindici talenti d'oro. Dodicimila libbre d'argento. Tante, tante migliaia di dracme.
Se avesse deciso di tenerli, per non apparire agli altri come un miserabile, avrebbe dovuto regalarne una parte ai suoi soldati e cedere l'altra all'erario. Quanto al resto dell'oro, perch avrebbe dovuto conservarlo se non per comprarci dignit e influenza? Era quello che aveva appena ottenuto di colpo rinunciando a ogni beneficio davanti al Senato. Gli unici che ci perdevano erano i soldati, ma li avrebbe ricompensati appena possibile.
Vari senatori, compresi alcuni porporati, gli diedero pacche sulla spalla al suo passaggio e si congratularono tanto per la sua vittoria sui macedoni che per il suo gesto magnanimo. Quando fu tornato al suo posto, Quinto Marcio, un giovane senatore, gli disse:
Ti sar dispiaciuto rinunciare a quella somma. Quant' in argento?
Dodicimila libbre. Il senatore fischi e Gaio si affrett ad aggiungere: E non mi  dispiaciuto per niente. Adesso Papirio non pu negarmi il comando di una legione, se ha le palle. L'ultima frase la disse a voce alta. Quinto Marcio lo guard sorpreso e Gaio Giulio pens che forse avrebbe dovuto risparmiarsi quel commento. Sebbene, si giustific, fosse comprensibile che un uomo di trent'anni che aveva appena ricevuto un'ovazione da parte di tutto il Senato di Roma si permettesse un momento di vanit.
I fasci dei littori colpirono nuovamente il pavimento per chiedere silenzio.
Padri e coscritti!, disse Papirio. Tutti avete sentito gli ambasciatori di Alessandro! Come dittatore di Roma, decreto che si apra la porta del tempio di Giano per dichiarare formalmente la guerra contro la Macedonia!.
Le parole di Papirio vennero accolte da applausi e urla di approvazione. Persino i pi anziani si alzarono e agitarono le braccia in aria, desiderosi di impugnare loro stessi la spada e il pilum per scacciare gli invasori dall'Italia. Il dittatore chiese un'altra volta di fare silenzio e aggiunse:
La situazione  grave, padri e coscritti! Non ci scontreremo con un re insignificante di qualche trib delle montagne, ma con il conquistatore di Grecia, Egitto e dell'impero persiano!.
Accidenti, comment Gaio Giulio, il nostro dittatore si  messo a studiare geografia.
Per questo, continu Papirio, decreto che i decemviri aprano i sotterranei del tempio di Giove Capitolino e consultino i Libri Sibillini. L troveranno i sacrifici e i rituali espiatori che dobbiamo portare a termine per propiziarci la volont degli di.
Ci furono mormorii di approvazione. Dal momento che nessun altro chiese la parola, Papirio sciolse la sessione. All'uscita dal tempio di Giunone Moneta, Gaio ricevette altre congratulazioni e il cognato lo abbracci.
Una mossa geniale, Gaio, gli sussurr all'orecchio. Una mossa geniale.
Ma lui non ne era del tutto sicuro. Per qualche motivo che gli sfuggiva, quando aveva sentito parlare di Libri Sibillini, aveva avuto un brutto presentimento. Sospettava che in quei papiri profetici si nascondesse il brutto tiro del destino che temeva da giorni.

Geometria e arte della spada.

Il giorno dopo la partenza di Perdicca, Cleopatra pun Neo con tanta severit come non aveva mai fatto prima. Lui voleva pensare che non si sarebbe pentito e che lo avrebbe rifatto; la verit era che non era troppo sicuro di aver fatto bene e soprattutto aveva molta paura.
Quella mattina, dato che Berenice non smetteva di piangere, le avevano portato un altro cucciolo, una cagnolina che assomigliava ad Argo e alla quale lei aveva messo il nome di Medea, nonostante la madre le avesse detto che non era un nome di buon auspicio. Pi tardi erano arrivati Rossane e il figlio per la visita quotidiana. Le due cognate si erano sedute a chiacchierare nell'atrio, mentre Berenice giocava con Medea e Cadmia, la quale si era dimostrata molto responsabile nel suo ruolo di sorella maggiore che aiutava la piccola a superare il dispiacere. Ego si era avvicinato a Neo con astragali di agnello e gli aveva proposto una partita.
Sei stato tu, disse Neo.
Non sono stato io, aveva risposto Ego. Argo era un cucciolo adorabile. Mi dispiace tanto per quello che gli hanno fatto, aveva aggiunto con una smorfia.
Neo aveva preferito credergli e si era seduto a giocare agli astragali con lui sul sentiero di ciottoli che attraversava il giardino. Ma, dopo un po', Ego fu sopraffatto dalla malvagit pi che dall'istinto di conservazione.
Spero che Medea non sia cos piagnona.
Perch dici cos?, aveva domandato Neo stringendo i pugni sugli astragali.
Dovevi sentire come strillava Argo quando lo hanno piantato a terra. E quando gli hanno pisciato sulle budella, che ululati! Per Ecate,  stato terribile!. Ego aveva finto un'espressione terrorizzata e poi aveva aggiunto: Non voglio pi vedere una cosa del genere in vita mia!.
Per un bambino di nove anni vederne un altro di sei che usava allo stesso tempo cinismo e sarcasmo era incomprensibile, ma anche spaventoso. Oltre alla cruenta ironia di Ego, Neo aveva solo la sua confessione. Preso dall'ira, gli aveva tirato gli astragali in faccia e si era scagliato su di lui. Si erano dimenati per qualche istante, ma Neo era pi grande e pesante e riusc ad atterrarlo. Poi gli aveva aperto le braccia e gli ci aveva piantato le ginocchia sopra per immobilizzarlo.
A volte Neo giocava cos con Cadmia e, approfittando del fatto che non potesse muovere le braccia, la schiaffeggiava pi per darle fastidio che per farle male. Ma in quel momento aveva assestato un pugno alla mandibola di Ego, controllando solo in parte la sua forza, e il bambino era scoppiato a piangere. Le sue lacrime e la sua espressione impaurita avevano spronato Neo a scaricargli i pugni in faccia con sempre pi violenza. A Ego era uscito sangue dal naso e dal sopracciglio. Poi gli aveva rotto il labbro superiore e quando gli aveva colpito il canino si era tagliato la nocca, ma nemmeno questo lo aveva fatto smettere. Si era fermato solo quando le braccia di qualcuno lo avevano sollevato e il suo ultimo pugno aveva colpito
l'aria.
L'interpretazione di Ego doveva essere la pi convincente della storia dopo quella di Hermes che, durante il suo primo giorno di vita, aveva rubato le mucche di Apollo ed era tornato alla sua culla fingendo di essere un neonato innocente. Davanti a Cleopatra e Rossane aveva pianto calde lacrime e aveva balbettato tra i singhiozzi, strozzandosi a volte e usando frasi come Neo mi ha diciuto, come se fosse davvero un bambino di sei anni invece che un mostro prematuro che sapeva dire minacce di morte in due o tre lingue senza sbagliare un solo verbo. Cleopatra, indignata, lo aveva riempito di baci e abbracci come se fosse figlio suo.
Poverino! Neo, come hai potuto fare una cosa del genere a tuo cugino?.
Ovviamente nessuno gli aveva creduto quando aveva detto che Ego aveva torturato e ucciso Argo, perch i gemiti del figlio di Alessandro erano diventati ancora pi pietosi.
Nooo!, aveva frignato, versando lacrime e moccio come una fontana. A Neo lo aveva consolato perlomeno vedere che gli si stava gonfiando la faccia e che, malgrado il tampone d'acqua fredda, non smetteva di sanguinare. Non dire cos, Neo! A me piaceva tanto giocare con il cagnolino!, aveva aggiunto compunto.
Cleopatra aveva alzato la mano con l'intenzione di picchiare Neo per aver accusato il cugino, ma Rossane, pi tranquilla della cognata, le disse:
Non essere troppo severa con lui. Sono liti tra bambini.
Neo ha tre anni pi di Ego! Un macedone pu essere molte cose, aveva aggiunto rivolgendosi al figlio, ma mai un codardo.
Poi aveva portato Neo nella sua stanza e lo aveva sculacciato con un bastone d'ulivo. Neo si era morso il labbro e aveva giurato che non avrebbe pianto. Il dolore era insopportabile, perch Cleopatra lo stava picchiando con ferocia; ma a tormentarlo davvero era il fatto che la madre lo considerasse un vile codardo e allo stesso tempo credesse che Ego fosse una creatura tenera e candida.
Spera che gli torni a posto la faccia!, aveva detto Cleopatra, ansando per lo sforzo. Per ogni cicatrice che gli lasci, io te ne far due!.
All'improvviso si ferm e si afferr la pancia con entrambe le mani. Neo pens che stesse per vomitare come altre volte, invece girandosi vide che non era pallida e non aveva conati, ma che contraeva la fronte in un'espressione di dolore. Una schiava la sostenne dalle spalle per aiutarla a uscire.
Non ti fanno bene questi sforzi nel tuo stato, signora.
Neo rimase un bel po' cos, appoggiato al letto con la tunica raccolta sulla schiena e le natiche all'aria mentre piangeva in silenzio. Poi sent qualcuno alla porta e si affrett ad abbassarsi i vestiti, anche se le ferite gli bruciavano sfregando contro il lino. Aveva riconosciuto la voce di Cadmia e non voleva che lo vedesse in quella posizione cos umiliante.
Perch non hai detto niente?, domand alla sorella, asciugandosi le lacrime. Tu sai che  la verit.  stato lui.
Lei lo guard con i suoi enormi occhi azzurri spalancati, senza battere ciglio. Stava tremando.
Mi fa molta paura. Non avresti dovuto picchiarlo in quel modo.
Come no? Dopo quello che ha fatto ad Argo? Se lo meritava!.
E se adesso si vendica su di noi? O su Berenice?.
Neo cerc di sedersi, ma quando appoggi il sedere sullo sgabello sobbalz.
Dovremmo ucciderlo. Cos non potr pi farci niente, borbott pur sapendo che non sarebbe stato capace di farlo.
Non dire cos!, esclam Cadmia, ma poi abbass la voce. Non deve sapere nemmeno che lo pensi. Sono contenta che mamma ti abbia punito nella tua camera. Cos non devi vederlo.
E chi difender voi?
Ho pi paura che faccia del male a te, Neo.
Lui distolse lo sguardo. Non volle raccontare alla sorella quello che gli aveva detto Ego quando Rossane li aveva obbligati a stringersi la mano e darsi un abbraccio.
Non preoccuparti, gli aveva sussurrato all'orecchio. Non ti uccider per questo.
Certo che no. Ora sai che sono pi forte di te.
Quando sar re, continu Ego senza dargli retta, uccider tante persone, ma non te. Mi diverto tanto con te. Vedrai quanto ci divertiremo insieme.
Prima per le voci messe in giro dal tizio con lo scudo e poi per la comunicazione ufficiale dell'assistente di Leonnato, si venne a sapere che anche gli Agriopaides potevano partecipare al torneo di scherma che sarebbe stato il 7 hyperberetaios. Se il premio dell'armatura di quattro talenti pi un cavallo da guerra era succulento per tutti, a maggior ragione lo era per chi guadagnava la met della paga, e questo nei mesi in cui non la trattenevano o confiscavano con qualche pretesto, che erano la maggior parte.
A partire da quel momento la spada divenne la nuova passione di Euctemone, sostituendo cos la pi recente, la geodesia, e l'astronomia. Della cometa non aveva pi parlato. Il suo silenzio, all'inizio, aveva tranquillizzato Demetrio, anche se non poteva credere che il fratello fosse sereno dopo aver predetto che una pietra gigantesca sarebbe caduta sulle loro teste di l a cinque mesi. Perci, approfittando di un momento in cui stavano tagliando la legna e non c'era nes-
suno nei paraggi che potesse sentirli, gli chiese se non avesse paura.
No, rispose lui, mentre allineava il tronco nel posto e la posizione esatti e lo girava per non vedere un nodo della corteccia che rompeva la sua simmetria.
Perch no? Non capisci che se moriamo tutti, morirai anche tu?.
Euctemone lo guard per un istante negli occhi, apparentemente perplesso. Demetrio pens che forse al fratello non era venuto in mente di portare a termine il seguente ragionamento logico: se una cometa grande quanto mezza Creta cadeva sulla Terra, di sicuro avrebbe ucciso tutti gli esseri umani; Euctemone era un essere umano, quindi Euctemone sarebbe sicuramente morto.
A meno che lui stesso non desse per assodato di non essere umano. Di certo, a volte, non lo sembrava.
Pi veloci, baccal!, aveva gridato un ufficiale del plotone.
Se adattarsi a qualsiasi unit militare nuova era sempre difficile, nel caso dei fratelli era ancora peggio. Erano circondati da macedoni e loro non solo erano greci autentici, ma proprio ateniesi. In passato, i rapporti tra Atene e la Macedonia non erano tanto male, almeno in teoria. Per una citt che basava il suo potere sulle triremi della flotta da guerra e che a malapena aveva boschi, era fondamentale coltivare l'amicizia dei re Argeadi per avere accesso alle vaste pinete che crescevano sugli altopiani della Macedonia. Ma in privato, gli ateniesi guardavano dall'alto in basso i propri alleati del Nord e si prendevano gioco di loro dicendo che dopo averli invitati a cena bisognava scrollare i triclini per pulirli dai fili di paglia e dagli escrementi di capra. Poi era arrivato un momento in cui Filippo aveva deciso che le risorse della Macedonia dovevano essere dei macedoni e non cedette fino a strappare le miniere d'oro del Pangeo dalle grinfie degli ateniesi. Da allora, la Macedonia e Atene erano state pi volte nemiche che alleate.
Poi c'erano i problemi causati dal modo di essere di Euctemone. L'aspetto bizzarro, il modo di parlare saccente e monotono e i suoi modi goffi gli procuravano continui scherzi. Ma appena esprimeva emozioni e risultava difficile capire se il suo sguardo fosse vuoto come quello di un idiota o gelido come quello di un assassino, lo punzecchiavano con una certa sottigliezza. Per Euctemone faceva lo stesso: tormentarlo con frecciate era come voler attraversare la pelle dell'elefante con degli spilli. Non capiva l'ironia e le metafore e le comparazioni lo sconcertavano. Quando da bambini studiavano i poemi di Omero, frammenti come E coprendo con un ramo frondoso le sue vergogne, Ulisse avanz come un leone selvaggio lo facevano uscire dai gangheri.
Come fa Ulisse a camminare come un leone selvaggio che  un quadrupede se deve usare almeno una delle due mani per tenere il ramo frondoso che gli copre le vergogne?, diceva al maestro che, logicamente, gli dava dell'insopportabile.
Come membri della seconda squadra del quinto plotone, Demetrio ed Euctemone dormivano in una tenda con altri sei soldati. Li avevano mandati in fondo, il tipico posto che si assegnava ai novellini in estate, perch l faceva pi caldo e ci si concentrava l'odore di piedi sudati e di altri effluvi corporali. Quando sarebbe arrivato l'inverno, Demetrio sospettava che avrebbero dovuto spostarsi vicino alla porta esposti al freddo e alle correnti, perch non c'era modo di aggiustare bene le chiusure della tenda.
A parte questo, li avevano incaricati di badare alla mula che trasportava le salmerie, di macinare la farina nei mulini a mano e di cuocere il pane, perch gli Agriopaides, siccome guadagnavano meno degli altri soldati, compravano sacchi di grano, meno cari del pane gi fatto. Dovevano anche portare fuori le stuoie graticciate per far prendere aria alle coperte e ai materassini, tendere i tiranti delle tende tutti i giorni e pulire le latrine. Altre compagnie avevano servi che si occupavano di queste faccende, ma non gli Agriopaides, che avevano trovato una miniera d'oro con l'arrivo dei novizi.
Gli altri scoprirono presto la mania per l'ordine di Euctemone, che quando rimetteva le stuoie nelle tende non si fermava un attimo finch non le aveva messe distese parallele ed equidistanti tra loro e con le coperte perfettamente piegate alla testa del giaciglio. Cos iniziarono a fargli scherzi stupidi come spostargli le scarpe, mettendole una con la punta rivolta a est e l'altra a ovest, o lasciargli l'elmo sottosopra come un vaso da notte.
Melanzio, un soldato di un altro plotone, ebbe il coraggio di andare oltre e gli nascose il papiro e i calamai. Purtroppo, nel farlo, vers dell'inchiostro su alcune proiezioni di dodecaedri che aveva disegnato per una ricerca di scherma. Euctemone mont in collera e, quando scopr che il colpevole era Melanzio, and a cercarlo nella sua tenda e lo trascin fuori per i capelli. Di fronte allo stupore degli altri, gli tenne i polsi stretti con la mano destra e, una volta immobilizzato, lo massacr di botte con la mano sinistra. Quando accorsero a separarli, Melanzio aveva l'orecchio striato come un carciofo. Da allora nessuno si azzard pi a toccare l'armamentario di Euctemone.
Quando Melanzio si and a lamentare da Gorgo (donna) e le chiese di punire l'ateniese, lei gli rise in faccia.
La colpa  tua, imbecille. Sei stato fortunato ad aver trovato quel baccal. Se ti venisse in mente di toccare le mie cose ti taglierei le palle.
Demetrio aveva notato che la combinazione tagliare palle con i pronomi ti/vi era una delle preferite di Gorgo. Lo sapeva bene Cerdida, che dopo quel calcio continuava a stringere le ginocchia ogni volta che la incontrava.
Ha mai attuato la minaccia?, domand Demetrio a Filo, il soldato che masticava mastice che li aveva accolti nella tenda il primo giorno.
Certo!.
Filo raccont loro cos'era successo in una battaglia in cui gli Agriopaides dovettero combattere come cavalleria improvvisata su cavalcature rubate al nemico, equini poco pi alti di asini domestici. Durante lo scontro, due guerrieri issedoni scoprirono che Gorgo era una donna ed ebbero la malaugurata idea di portarsela dietro un cespuglio per violentarla e poi ucciderla. Il loro errore fu non aver agito in ordine inverso. Mentre uno di loro la teneva per i capelli e le metteva un coltello alla gola, l'altro le aveva alzato la falda, aperto le gambe e si era abbassato i pantaloni. Gorgo tolse il pugnale al primo e glielo ficc in un occhio, poi immobilizz l'altro stringendo le cosce, si rivolt fino a mettersi seduta su di lui, lo castr con un taglio netto e lo lasci a dissanguarsi. Da allora conservava i genitali del nomade come un talismano.
Di solito li porta con s?, domand Demetrio.
Solo quando si mette l'armatura.
Euctemone emise un rumore che sembr quello di una porta sgangherata che cigola.
 il suo modo di ridere, spieg Demetrio quando vide l'espressione perplessa del compagno.
Fu Filo a spiegare loro che Gorgo era il nome che usavano sia l'uomo invalido che la sua donna. In realt lei si chiamava Mirtale, ma si raccomand di non utilizzarlo davanti a lei; poi raccont loro la storia.
Dopo la battaglia del lago Meotide, quando Gorgo rimase paralizzato, i suoi uomini pensarono che sarebbe morto presto, perch era ormai diventato una massa di piaghe ed escare mangiata dalle mosche. Ma Mirtale fece proprio il contrario. Lo lavava tutti giorni due volte al giorno e lo spostava dalla sedia al letto e dal letto alla sedia. Lo portava anche fuori dalla tenda per fargli prendere aria, ma solo di notte, perch all'ex generale non piaceva che gli altri lo vedessero in quello stato.
Due mesi dopo la battaglia, in pieno inverno, subimmo un attacco notturno, raccont Filo. Vari soldati che non avevano niente da fare si avvicinarono per ascoltare, perch, per quanto conoscessero gi quella storia, era sempre interessante sentirla. Uscimmo di corsa dalle tende, armandoci in tutta fretta e mettendoci le scarpe saltellando su una gamba mentre nuvole di frecce infuocate volavano sulle nostre teste.
Brasida, il veterano del plotone, fece un grugnito di approvazione. Filo sapeva arricchire i racconti con dettagli interessanti, anche se Demetrio si domandava quali fossero veri e quali si inventasse sul momento.
Filo continu la storia. La cavalleria fece una sortita per mettere in fuga i nemici. In quel momento, dalla parte sud dell'accampamento, che costeggiava una maremma, apparve un'orda di sciti a piedi, come fantasmi emersi dalla palude. Gli Agriopaides dovettero schierarsi in fretta per affrontare la minaccia, perch i barbari attaccarono direttamente il loro settore. Leonnato, diventato il capo delle tre compagnie, si sgolava per far sentire i suoi ordini quando, con meraviglia di tutti, apparve Gorgo, con il suo petto di cuoio e placche dorate e il suo inconfondibile elmo con la testa di cinghiale. Gli uomini credettero in un miracolo e si schierarono insieme a lui. Gorgo combatt con la stessa fermezza di sempre e, quando vide che un gigantesco scita stava seminando terrore con una mazza piena di spuntoni, fece un passo avanti e lo infilz con la sua lancia. Quel gesto scoraggi i barbari, che si ritirarono in disordine verso la palude; gli Agriopaides, inseguendoli, ne uccisero pi di cento.
Dopo la confusione del combattimento, Gorgo spar. Quando andarono a cercarlo nella sua tenda, era sdraiato sul letto e li guardava con un sorriso debole ed era paralitico come prima. Allora pensarono che qualche eroe morto o addirittura uno dei grandi di doveva aver preso il suo posto quella notte e perci si dissero che era di buon auspicio.
Poco tempo dopo, a nord del mare Ircanio, Alessandro volle a tutti i costi impossessarsi di una fortezza che sarebbe servita da base per le operazioni di alleanza con le trib scite e massagete. A ovest c'era un pendio scosceso, una salita su cui c'era a malapena un riparo per proteggersi; proprio su quel lato Alessandro mand gli Agriopaides, mentre il resto delle unit attacc le altre pareti. Gli sciti li accolsero con bordate di frecce, pietre e calcinacci che rompevano loro la testa dentro all'elmo come zucche mature. Non c'era modo di andare avanti, quindi gli Agriopaides erano rimasti bloccati dietro delle rocce a trenta passi dal muro malgrado le urla e gli improperi di Leonnato.
Fu allora che riapparve Gorgo. I soldati, che sotto quel diluvio di proiettili osavano a malapena affacciare gli occhi al di sopra del bordo dello scudo, videro il loro ufficiale andare su per l'arida salita, sfidando le frecce nemiche a testa alta, senza prendersi la briga di correre a zigzag per schivarle. Gli uomini del suo plotone si misero dietro di lui e gli altri si schierarono su entrambi i lati. Salirono a passi veloci il pendio, lasciando dietro di s una sfilza di cadaveri, i propri cadaveri. Quando arrivarono sotto i merli lanciarono le funi per arrampicarsi, si impossessarono di quella parte delle mura e aprirono la porta ovest. Il resto fu un compito facile per gli uomini di Alessandro. Nell'assalto erano morti cinquantadue Agriopaides, un numero terrificante. Ma nemmeno quel sacrificio bast affinch il re perdonasse l'unit ribelle.
Quella volta fu impossibile dissimulare. Ci che nessuno aveva visto durante l'attacco notturno fu evidente allora, perch alla luce del giorno l'elmo beota non poteva nascondere i lineamenti di Mirtale. Gli Agriopaides trovarono un compromesso: fingere che non fosse una donna. Decisero di credere che durante le battaglie lo spirito di Gorgo si alzava dal suo corpo invalido come un'ombra dell'Ade, s'impossessava del corpo della concubina e le infondeva l'ardore guerriero che nel corso della lotta la trasformava in uomo.
Quindi, tecnicamente, concluse Filo, con noi non combatte una donna, ma un corpo di donna posseduto dall'anima di un uomo.
E voi ci credete?, domand Demetrio.
Filo fece spallucce e abbass la voce.
Io credo che questo spirito le deve essere entrato dentro quando  nata. In ogni caso, non glielo chiedere.
Alessandro lo sa che c' una donna in questa compagnia?
Credo di s, ma non ha mai detto niente.
In seguito Demetrio scopr che l'improvviso interesse di Euctemone per la scherma aveva a che vedere con l'impressionare Gorgo/Mirtale, ma all'inizio aveva pensato che fosse per pura ostinazione, un'altra ossessione delle sue. Lo stesso giorno in cui seppero che il premio sarebbe aumentato, molti degli Agriopaides, in mancanza di qualcosa di meglio da fare, iniziarono a battersi con spade di legno di corniolo e scudi, come stabilivano le regole della gara.
 un peccato, disse Demetrio, dopo aver provato per un po' ed essersi reso conto che non sarebbe mai stato un campione di spada.
Perch?, gli domand il fratello.
Quel premio ci permetterebbe di uscire dalla rovina e di andarcene via da qui. Non ho lo spirito del soldato, Euctemone. Ma proprio per questo non posso vincere e non mi resta altra scelta che continuare a fare il soldato.
Non  cos difficile, rispose Euctemone, senza distogliere lo sguardo da Cerdida e dall'oplita con il quale si stava battendo.
Come no?.
Per una volta gli occhi di Euctemone non si muovevano inquieti, ma fissavano, senza nemmeno battere ciglio, il duello. Quando il soldato che faceva da arbitro stabil che Cerdida aveva toccato tre volte il rivale in punti vitali e quindi aveva vinto, Euctemone si avvicin al gruppo trascinando i piedi e allung la mano sinistra per avere una spada. Filo gliela prest insieme allo scudo.
Vuoi combattere?, domand Euctemone indicando Cerdida.
A quel punto, gli altri avevano imparato a conoscerlo abbastanza per sapere che non voleva provocare nessuno, ma era il suo modo di chiedere le cose.
Certo, rispose Cerdida, sfoggiando i suoi denti allineati e bianchi, e colp lo scudo con la spada per intimidire il suo nuovo rivale.
Demetrio incroci le braccia e aspett. Non era la prima volta che il fratello lo sorprendeva. Perch aveva detto che non era cos difficile battersi con la spada?
Cerdida inizi a girare intorno al suo rivale, mentre Euctemone rimase fermo dov'era, spostandosi solo con i talloni. Nel duello tra Filo e il tarantino, entrambi avevano fatto scontrare le spade molte volte. In quel momento, tuttavia, l'unica cosa che fece Euctemone fu mettere dritta davanti a s la punta dell'arma per tenere a bada Cerdida e aspettare. Vedendolo in quella posizione, Demetrio si rese conto che le braccia del fratello erano ancora pi lunghe di quanto credesse. Quello poteva essere un vantaggio.
Alla fine Cerdida si annoi e prov ad attaccare. Euctemone cerc di bloccare la stoccata, ma lo fece senza coordinazione, come un neonato che impara a camminare, e il tarantino non ebbe problemi a colpirlo al collo facendogli un bel graffio. Si era riunito un capannello intorno a loro, e tutti proruppero in una risata. Demetrio arross dalla vergogna, pensando che il fratello sembrasse uno spaventapasseri.
Cerdida si divert un po' a spese di Euctemone, minacciando di attaccarlo, spostandosi e poi girando per mettersi dietro di lui e propinargli una piattonata sulla collottola o sul sedere. Infine, tra l'ilarit generale, l'arbitro diede per perdente Euctemone, che dovette consegnare a un altro la spada e lo scudo. Demetrio, rosso come la porpora, prese il fratello per il braccio e cerc di allontanarlo da l. Ma Euctemone se lo tolse di dosso e si sedette su un sasso a pochi passi di distanza per osservare il duello successivo.
Continuerai a fare il ridicolo?, domand Demetrio.
Non  cos difficile, insist il fratello.
Euctemone continu a guardare le lotte per il resto del giorno, ma non partecip pi. Poi, al tramonto, prese dalla sua sacca un polittico di cera che gli aveva regalato Alessandro e, con uno stilo d'avorio, inizi a disegnare figure umane. Lo faceva in modo disinvolto e schematico, usando ovali per il corpo e la testa, linee spezzate per le gambe e le braccia, un cerchio per lo scudo e una retta per la spada e, tutt'intorno alle figure, una specie di rosa dei venti.
Cosa stai facendo?, gli domand Demetrio.
Tutto il mondo  geometria e la spada  una cosa del mondo perci  anch'essa geometria, rispose.
Continu cos per qualche giorno, come quando si era messo a calcolare l'orbita della cometa. La differenza era che ora combinava i calcoli e i disegni con l'esercizio. Ogni tanto si alzava e, con una spada su misura per lui, cinque dita pi lunga delle altre, adottava la posizione di difesa che aveva disegnato e poi tracciava in aria i movimenti pi e pi volte. All'inizio lo fece con la sua solita goffaggine, ma poco a poco la sua mente ossessiva riusc a controllare il corpo. Non si poteva dire che si muovesse con grazia, ma perlomeno lo faceva con rapidit e determinazione, e non sembrava pi che avrebbe perso le forze da un momento all'altro.
Il problema era che, preso dal suo nuovo impegno, aveva abbandonato tutte le altre faccende. Per evitare che attuassero rappresaglie contro di lui, Demetrio faceva il suo lavoro e quello di Euctemone, perci la sera era talmente esausto che qualche volta si era addormentato senza nemmeno togliersi le scarpe.
Una notte in cui Demetrio cercava di non cedere al sonno, seduto vicino alle braci di un fal, gli si avvicin Gorgo. Euctemone era ancora in piedi, a fendere l'aria con le sue stoccate e a bloccare attacchi immaginari con lo scudo. Gli altri soldati o erano andati a dormire o chiacchieravano tra di loro e bevevano ignorandolo, abituati alla sua ultima stramberia.
Perch fai tutto questo?, domand la donna, sedendosi accovacciata accanto a Demetrio.
A cosa ti riferisci?
Lo sai bene. Sono giorni che Euctemone evita i suoi doveri e tu gli copri le spalle. Perch?
 mio fratello.
Lo so. Non mi convince. Io odio i miei fratelli.
Demetrio si gir verso di lei. La luce fioca del fuoco addolciva i suoi lineamenti e rendeva pi carnose le sue labbra. Dovette fare uno sforzo per ricordarsi che era una guerriera temibile quanto Atalanta e Pentesilea messe insieme.
Dovresti capirlo pi di tutti.
Perch?
Tu ti occupi di lui, disse Demetrio, indicando con la testa la tenda che condividevano Gorgo uomo e Gorgo donna.
 il mio uomo.  mia responsabilit.
La mia  Euctemone.
Gli pass un otre di vino e Demetrio ne bevve un bel sorso. Il mese di gorpiaios volgeva alla fine e le notti erano sempre pi lunghe e fresche. Per la prima volta da molti giorni, il giovane ateniese pens che non si stesse tanto male in quel posto. Per un po' rimasero in silenzio a guardare Euctemone che ripeteva i suoi movimenti: stoccata, parata, finta con lo scudo, stoccata, finta, parata...
 cos con tutto, disse infine Demetrio. Anche se  la prima volta che lo vedo incaponirsi in qualcosa che implichi l'attivit fisica.
Continuarono a bere e a chiacchierare, sempre pi rilassati grazie al vino, mentre Euctemone proseguiva instancabile con la sua spada. Poco a poco le luci delle lampade e dei fal si spensero e l'accampamento rimase in silenzio. La cometa proseguiva il suo viaggio per l'emisfero sud del firmamento e la luna calante sarebbe spuntata dopo ore. Le costellazioni regnavano a loro piacimento in un cielo limpido in cui la Via Lattea spiccava come una cintura d'argento. Un bolide pass su Cassiopea e per qualche secondo lasci una lunga scia, come una nave che solca il mare di stelle.
Demetrio, a cui si era sciolta la lingua, raccont a Gorgo la storia di Nicerato: di come il fratello lo aveva difeso da bambino e perch da allora faceva tutto il possibile per proteggerlo. Si iniziava a percepire l'umidit notturna. Gorgo si appoggi a lui in cerca del suo calore. Il tepore della sua gamba attaccata a quella di Demetrio era gradevole e il giovane non si sottrasse al contatto. Dopo un altro po' di silenzio, lei gli mise la mano sul ginocchio e lo guard negli
occhi.
Immagino che ti diranno spesso che sei un ragazzo molto bello, gli fece con la voce pastosa. Demetrio scoppi a ridere.
Molti uomini, rispose.
Ti piace che te lo dicano?
Mi piace di pi se me lo dici tu.
Posso dirtelo in privato.
E lui?
A lui non importa. Lo amo e lo rispetto, ma....
Mi riferisco a lui.
Gorgo si volt verso Euctemone, che aveva abbandonato la scherma per un attimo per avvicinarsi a loro due. La donna scoppi in una risatina, ma si stacc da lui. Sebbene la notte fosse scura e si vedessero appena i tratti del fratello, Demetrio sapeva che aveva gli occhi fissi su di loro.
Qualcosa non va, Eute?
Il nome  Euctemone, rispose. Demetrio cap che non gli piaceva che usasse il diminutivo davanti a Gorgo.
Vado a dormire, disse, alzandosi in piedi.
 tardi ed  ora di andare a dormire, replic il fratello.
Gorgo si avvicin a Demetrio e gli sussurr:
Per Priapo, devi fare tutto quello che ti dice lui?
 ovvio che non andr a dormire finch non ci andr io. Perch gli piaci e non vuole lasciarmi solo con te, aggiunse per s. Solo allora si rese conto di quanto avesse bevuto e si tenne al braccio di Gorgo per non cadere. La sua pelle era cos morbida, il suo corpo cos tiepido, era da tanto che non sentiva un contatto cos piacevole...
 ora di andare a dormire, ripet Euctemone, mettendo la testa tra i loro visi come un ariete. Gorgo lasci Demetrio con uno sbuffo di disperazione.
Lo , baccal. A domani. E alzatevi quando cantano gli uccelli se non volete pulire ancora pi latrine, aggiunse, con un ultimo sguardo a Demetrio, a cui parve di captare un'insinuazione.
Pens che, non appena Euctemone si fosse addormentato, sarebbe uscito dalla tenda. Ma quando si misero a letto, il fratello volle a tutti i costi lasciargli il posto in fondo, vicino alla parete di tela, anche se normalmente era lui che sceglieva quel nascondiglio. Oltretutto, invece di addormentarsi all'istante come faceva di solito, perch persino per prendere sonno era metodico, rimase sveglio. Sebbene Demetrio non riuscisse a vedergli il viso, il suo respiro lo tradiva e sapeva che aveva gli occhi aperti come una civetta. Era incredibile, ma il fratello lo stava controllando: non aveva mai fatto niente di simile.
Era insopportabile pensare che l fuori c'era una donna splendida che desiderava stringerlo tra le sue braccia e le sue gambe, e che tra la porta della tenda e lui si frapponeva una sentinella che non batteva ciglio. Pens che la cosa migliore fosse dormire e quindi chiuse gli occhi, ma il sonno si rifiutava di arrivare: la tenda si ostinava a girare e dentro di s Demetrio ribolliva di rabbia e frustrazione. Era gi abbastanza brutto stare nell'esercito, per di pi in un'unit di castigo per colpa del fratello. Ma possibile che non gli lasciasse nemmeno andarsi a fare una sveltina?
Un sibilo vicino alla testa, fuori dalla tenda, lo fece trasalire. Si era addormentato, ma in stato di allerta, come alla vigilia di una battaglia. Si gir verso il fratello e rimase in ascolto. Il suo respiro era profondo e siccome dormiva a pancia in su ogni tanto russava. Demetrio si alz molto lentamente. Gli girava ancora la testa, quindi gatton con molta attenzione per lo stretto corridoio tra i piedi dei suoi compagni di tenda.
Usc di fuori scalzo. Quando guard a est, vide che il sottile spicchio della luna calante stava salendo sopra la sagoma scura dei monti. Era molto tardi. Che cosa ci faceva l a quell'ora? Appena sent di nuovo quel sibilo e cap che, effettivamente, era un uccello, si disse: Sono ridicolo. Non era altrimenti. L'unica cosa sensata da fare era tornare nella tenda.
E fu quello che fece, solo che, per quanto incredibile sembrasse anche a lui, non si diresse verso la sua, ma al padiglione ufficiale del plotone. Almeno, dopo aver spostato la cortina, si ricord che doveva andare a destra del paravento di vimini, perch a sinistra dormiva il vero Gorgo. Condividevano ancora il letto?
Quando la cortina si richiuse dietro di lui, si trov nel bel mezzo del buio pi totale. Sotto i piedi sentiva il contatto vellutato di un tappeto, ma non os andare avanti: era gi stata una pazzia entrare l dentro per farlo come una vacca sciolta nella bottega di un vasaio.
Ud un respiro alle sue spalle e prima che potesse reagire sent qualcosa di freddo che gli si poggiava sulla gola. Era il filo di un coltello. Demetrio deglut, mentre una mano gli palpava il corpo e scendeva lungo il ventre fino a chiudersi intorno al suo membro.
Vuoi che te le tagli?, sussurr la voce di Gorgo nel suo orecchio.
No, rispose terrorizzato.
Sarebbe un trofeo in pi....
Lo fece girare senza riguardi e rimasero uno di fronte all'altra, sentendo la vicinanza nell'oscurit. L'alito di Gorgo era tiepido e sapeva di vino speziato, ma il pugnale, ora sulla sua nuca, era ancora gelido. Si sent il fruscio di qualcosa che cadeva a terra. La donna si avvicin ancora di pi a Demetrio. Erano le ore pi fredde della notte e attraverso il lino della sua tunica il giovane sent il tremito del corpo nudo di Gorgo. Senza smettere di tremare, lo baci con desiderio. Ma aspett ancora un po' per togliergli il coltello dal collo.
Poi, mentre si abbracciavano e si annodavano sul tappeto, Demetrio pens che dall'altra parte del paravento c'era Gorgo, paralitico nel corpo, e che a pochi passi, diviso da loro solo da due pareti di tela, dormiva il fratello Euctemone, invalido nell'anima. Quello che stavano facendo era un crimine, un tradimento contro entrambi, e quel pensiero fece s che quelle ore d'amore rubato fossero le pi dolci di qualsiasi altro piacere vissuto fino a quel momento.

Di patrizi e plebei.

La festa era un successo. Scipione, da buon amante della cultura greca, aveva riunito amici con i suoi stessi gusti; nel suo lussuoso peristilio infatti c'erano pi guance rasate che visi barbuti. Nonostante ci che aveva visto Nestore qualche giorno prima, il pretore aveva deciso di riservare una stanza ai suoi affreschi intatti. Nemmeno un romano poteva avere il cuore cos duro per coprirli di gesso, perch li aveva dipinti il grande Antifilo, un artista greco che aveva lavorato per Filippo in persona. Sulle tre pareti della sala erano rappresentate scene di avventure amorose di Zeus, Apollo e Dioniso su meravigliosi paesaggi di vigneti e oliveti e un mare sul fondo, in cui si intravedeva una nave: se ci si avvicinava abbastanza si scopriva che era quella di Ulisse, circondata dalle sirene alate. Nelle varie scene c'erano parecchie figure nude di entrambi i sessi che facevano arrossire e ridere in modo sommesso le matrone e le giovani che entravano ad ammirare le pitture.
Salvo quel dettaglio che condiva di malizia la riunione, si trattava di una cena decente, non di un simposio tra uomini. Non c'erano triclini, ma panche e sgabelli, e invece di belle flautiste con pepli trasparenti, la musica era suonata da un quartetto etrusco. Gli schiavi di Scipione avevano sistemato vari tavoli intorno alla piscina centrale del cortile con grandi piatti da portata d'argento e di rame, dai quali servivano le porzioni su piattini. Poi passavano tra gli invitati e li offrivano ai circoli di uomini che conversavano in piedi con un calice di vino in mano, o ai capannelli di donne, che tendevano a raggrupparsi lontane dal centro, sedute sulle panchine di legno del giardino o su sgabelli e sedie pieghevoli.
Scipione aveva previsto gi da giorni di organizzare quel banchetto per i suoi amici, perch forse molti di loro non sarebbero stati vivi per la festa successiva. Come immaginato, dalla riunione del Senato era uscita una dichiarazione di guerra, che non sarebbe stata formalizzata fino al giorno seguente, quando il pater patratus, capo dei feziali, avrebbe compiuto il rituale di lanciare un giavellotto di ferro bruciato e insanguinato in territorio nemico. In realt, visto che i preparativi erano urgenti e non era il caso di inviare feziali fino in Macedonia (e visto che Roma non avrebbe mai riconosciuto la base di Poseidonia come territorio legittimo di Alessandro), il pater patratus ritenne sufficiente scagliare la lancia fuori dal pomerio.
Sapendo che il giorno dopo Nestore e Agatoclea sarebbero stati riconsegnati ai macedoni, il pretore aveva deciso di trasformare la cena in una festa d'addio. Come cortesia nei loro riguardi, i cuochi avevano preparato un piatto speciale: un'enorme razza arrosto innaffiata da una densa salsa di formaggio e silfio, nello stile di Siracusa. C'erano anche vini greci. Come aperitivo, ne venne servito uno leggero e chiaro di Mitilene. Poi Scipione si raccomand di provarne un altro di Taso, anche se Nestore prefer quelli italiani, che conosceva meno. Il Falerno invecchiato dieci anni che aveva utilizzato per disinfettare le ferite di Lila e di Aristotele era corposo, ma un po' aspro in gola, infatti uno degli invitati gli consigli di mischiarlo con il vino di Chio. Poi prov un cecubo leggero e digestivo, il complemento perfetto per la spigola al forno. Venne servito anche un bianco di Sorrento molto forte, invecchiato pi di vent'anni nelle cantine della casa. Quando lo bevve, a Clea vennero le lacrime agli occhi e la tosse per colpa di Gaio Giulio che aveva voluto a tutti i costi che lo provasse.
Perch si impegna a corteggiare Clea?, si domand Nestore. Forse il tribuno stava pensando di approfittare di quell'ultima notte per sedurla. Che gran successo sarebbe stato per lui se fosse riuscito ad andare a letto con la moglie di Alessandro!
Rendersi conto che ci lo infastidiva lo irrit ancora di pi. Avrebbe dovuto essergli indifferente. Clea non era sua e non poteva esserlo. Da quel momento di debolezza, Nestore era riuscito a evitare di rivedersi da soli. Sebbene di notte, nel suo letto, gli tornasse in mente quel corpo nudo e il cuore gli battesse forte, all'improvviso il volto di Alessandro gli appariva davanti e come per incanto tutta l'eccitazione svaniva.
Funghi, signore?, gli domand uno schiavo.
Nestore li rifiut. La vista e l'odore di tutto quel cibo gli stava facendo passare l'appetito. O forse era perch a breve avrebbe rivisto Alessandro in faccia? C'erano spiedini di agnello, costate e costolette di capretto con finocchio e rosmarino. Lombata di manzo. Pollo cotto nel vino. Tordi stufati in una densa cottura di aceto, uvetta, olio, vino del Lazio, pepe, menta e miele. Trippa ripiena di carne macinata, cipolla, formaggio e pepe. Un piatto che chiamavano stufato di rosa, che consisteva in cervello di maiale e di uccello mischiati con petali di rosa, cotti e tritati con un mortaio. Uteri di scrofa conditi con aceto, cumino e silfio di Cirene, citt che apparteneva ad Alessandro.
Sono solo di scrofe che hanno abortito, lo inform uno degli schiavi.
Uhm. Allora saranno ancora pi squisiti.
S, signore. Vuoi provarli?
Meglio tenere queste prelibatezze per qualcun altro.
Gli sguardi di Nestore e Clea si incontrarono. Se al dottore infastidiva l'atteggiamento della giovane con Gaio, lei era ancora pi risentita perch lui la evitava. Clea sapeva bene che non sarebbe dovuta andare a letto con lui, ma per il pericolo che correvano entrambi, non perch si sentisse colpevole. Dopo la morte della madre, era cresciuta con il padre: entrambi in esilio un giorno qui e un altro l e non stando chiusa nel gineceo di una casa aveva visto e sentito molte cose. Tra queste, aveva assistito agli adulteri del padre con le mogli di presunti amici per ottenere pi influenza e potere, perch Agatocle credeva che sul campo di battaglia di Afrodite si potevano conseguire trionfi pi importanti che su quello di Ares.
Nella societ siracusana, raffinata e sensuale, l'erotismo fluttuava nell'aria, tanto nell'arte e nelle conversazioni quanto nella cucina, ricercata e piccante. Nei mimi teatrali di Sofrone e Senarco, Clea aveva visto donne infedeli ai mariti; e nonostante si trattasse di menadi insaziabili che si lamentavano del fatto che i loro sposi non le soddisfacessero, la giovane aveva capito che quella caricatura aveva un fondo di verit. Se gli uomini potevano andare a letto con le prostitute per non mettere incinte le proprie donne e non dover quindi sfamare nuove bocche, o semplicemente perch volevano abbandonarsi al piacere, che diritto avevano di esigere fedelt e castit dalle mogli?
Inoltre, lei era indifferente ad Alessandro, ormai lo aveva capito. Che cosa si aspettavano? Che rimanesse in casa a tessere un sudario come una nuova Penelope mentre aspettava il ritorno di un Ulisse che non sarebbe mai rientrato, perch non c'era mai stato?
Prova questo, le disse Gaio Giulio.  un pasticcino di frutta secca e miele. C' anche il papavero, aggiunse a bassa voce.
Clea gli diede un morso, coprendosi il sorriso con il pasticcino. La lusingavano le attenzioni di Gaio Giulio. Che cosa c'era di male nel civettare con quell'uomo cos attraente, se il giorno dopo sarebbe dovuta andarsene da Roma? Valeria, la moglie di Gaio, seduta insieme a varie matrone che avevano il doppio della sua et, la guard con ostilit. A Clea non importava. Lei voleva irritare Nestore. Ma il dottore stava in un angolo pi buio, appoggiato a una colonna mentre ascoltava, o faceva finta di ascoltare, un giovane romano che gli si era attaccato e non la smetteva di parlare.
Quel giovane, un certo Clodio, diceva di essere un amante della cultura greca e aveva letto Ippocrate. Quando seppe che Nestore era un dottore manifest il suo entusiasmo, ma poi, invece di fargli delle domande o ascoltare le sue opinioni, si era messo a fargli una conferenza di medicina. Le sue parole erano un brusio nel quale si mischiavano i quattro umori (sangue, flemma e le due bili) con fratture e pestilenze di tutti i tipi. A Nestore non interessava. Mentre fingeva di ascoltare lo sproloquio, poteva rimanere un po' in disparte e osservare gli altri, come piaceva a lui.
Maledetta Clea, perch era ogni giorno pi bella? Si disse, con una certa ironia, che forse perdere la verginit per la seconda volta rendeva molto pi belli. Era come se la giovane irradiasse una luce interiore, fino ad allora fioca.
Gaio Giulio e Clea stavano parlando in un gruppo di quattro uomini e due donne. In quel momento si aggiunsero Giulia e Scipione, gli anfitrioni, in compagnia di altri due invitati. Nestore aggrott la fronte: erano Cratero e Perdicca. E quindi avevano permesso loro di entrare nel maledetto pomerium. Osserv come i romani salutavano i due macedoni non solo con cortesia, ma anche in modo cordiale. Aveva gi notato spesso quel comportamento tra sconosciuti, i quali, sapendo che a breve si sarebbero ammazzati sul campo di battaglia, sembravano provare per il nemico un misto di curiosit, ammirazione e rispetto.
Quando vide Nestore, Perdicca gli fece segno di avvicinarsi. Il dottore lasci il giovane Clodio a met di una frase sulla bile nera e and a salutare i due generali. Perdicca gli sfior appena la guancia, mentre Cratero lo strinse con forza e nel baciarlo lo pizzic con la sua ispida barba nera.
Ci sei costato la met della sabbia del Pattolo, gli disse all'orecchio, ma sono contento di vederti.
Approfittando del fatto che il gruppo si apriva, un giovane robusto e con gli occhi sporgenti si un a loro. Giulia lo present ai nuovi arrivati come Timeo, un erudito siciliano che da qualche tempo studiava le relazioni tra lignaggi latini, etruschi ed ellenici. La conversazione, com'era d'abitudine quando si riunivano pi di tre nobili romani, devi subito verso stirpi e prosapie, e Timeo assicur che la gens Giulia discendeva dalla dea Afrodite. Sentendo quest'affermazione, Scipione disse qualcosa all'orecchio della moglie, che si mise la mano sulla bocca per coprire una risatina e gli diede una gomitata. Nestore immagin che la battuta avesse qualcosa a che fare con la dea dell'amore e del sesso.
A proposito di lignaggi e famiglie, c' una cosa che non ho capito, disse Clea. Qual  la differenza tra patrizi e plebei? All'inizio pensavo che i patrizi fossero i nobili che governano Roma, ma Giulia mi ha detto che non  cos.
E infatti non lo . Anche i plebei governano, rispose Scipione. Dei nostri due consoli, Barbula  patrizio e Bubulco  plebeo.
E cos deve essere, per la legge Licinia Sestia, intervenne in latino un uomo basso e adusto, con la barba liscia e accorciata.
 Decimo Giunio Bruto, il censore, sussurr Giulia a Nestore, e poi gli tradusse subito le sue parole, anche se il dottore le aveva capite perfettamente.
La differenza, intervenne Gaio Giulio,  che noi patrizi siamo gli autentici romani.
E noi plebei cosa siamo, cartaginesi?, domand Bruto.
In un capannello vicino, un uomo calvo e vestito con una tunica gialla cotonata si volt ed esclam sorridendo:
Se lo siete, non andate a Cartagine! Non ci entriamo pi!.
 l'ambasciatore cartaginese, Eshmunazar, disse Giulia a Nestore. Come vedi,  tutt'orecchi.
I plebei, continu Gaio rispondendo all'obiezione del censore, ma guardando Clea, sono i discendenti degli stranieri che si stabilirono a Roma dopo che gli autentici patres che accompagnarono Romolo e Remo ebbero fondato la citt.
Quindi, disse Cratero, nella formula patres et conscriptoi, i conscriptoi sarebbero i senatori plebei.
Esattamente. Anche se, mio stimato Cratero, se mi permetti una correzione, noi diciamo conscripti.
Me lo segno, rispose Cratero, annuendo con un sorriso. Nestore not che tra lui e Gaio Giulio era nata una simpatia spontanea.
Per Marte, questa s che  bella!, esclam il censore. Forse il mio antenato Lucio Giunio Bruto non era romano, oh nobilissimo Gaio? Per caso non era romano l'uomo che cacci Tarquinio il Superbo, fond la Repubblica e divenne il primo console?
S,  vero che il tuo antenato fond la Repubblica. Ma i miei fondarono la citt. Roma  eterna. Per quanto riguarda la Repubblica, lo vedremo, disse Gaio, stringendosi nelle spalle.
Stai attento con i tuoi capricci monarchici, Gaio, disse Scipione. Hai un censore davanti a te.
Tutti risero, tranne il censore.
Io ho un'altra teoria. Quello che aveva parlato, spieg Giulia, era Fabio Massimo, un illustre ex console. All'epoca dei re, nell'esercito romano c'era solo un'arma, la cavalleria. Perci noi patrizi siamo i discendenti dei cavalieri che combatterono accanto ai re.
E allora perch ci sono equites anche tra i plebei?, insist Giunio Bruto.
Si scaten un'altra discussione sul vero significato del termine equites. Ci port a parlare del magister equitum e, di conseguenza, del dittatore. Per ingarbugliare ancora di pi le cose, gli invitati greci vennero a conoscenza del fatto che Papirio era patrizio, ma con qualche eccezione, perch la sua famiglia apparteneva a una delle minores gentes, discendenti dei Luceres, la trib romana di origini inferiori.
Ah, ma oltre a patrizi e plebei avete anche le trib?, domand Perdicca.
Certo, rispose Fabio Massimo. Ramnes, Tities e Luceres.
Uno schiavo si avvicin a Scipione e gli sussurr qualcosa all'orecchio. Il pretore annu e, mentre gli altri continuavano a chiacchierare, si port Nestore in disparte.
Aristotele vuole vederti.
D'accordo.
Vedendo che si allontanavano, Cratero usc dal crocchio e chiese a Scipione di lasciarlo parlare un momento con il dottore. Il pretore annu e si spost di qualche passo.
Sono contento che tu stia bene, Nestore, disse Cratero con sincerit. Lo aveva sempre apprezzato, senza le riserve di altri generali come Seleuco, Peucesta o lo stesso Perdicca, invidiosi della confidenza che c'era tra il dottore e Alessandro. Temevamo per la tua vita.
Dopo la battaglia, non ho corso nessun pericolo. I romani sono buoni anfitrioni. Comunque, apprezzo molto il tuo interessamento.
Temo che ci sia qualcuno che invece  in pericolo, disse Cratero, guardandosi intorno per accertarsi che non ci fosse nessuno nelle vicinanze.
A chi ti riferisci?
Al grand'uomo in persona, rispose Cratero, abbassando ancora di pi la voce. Lui dice di non avere niente, ma non  vero. Non sta bene. Erano tre mesi che non lo vedevo e l'ho trovato diverso.
Qualche sintomo in concreto?
Mentre parlava con me, l'ho visto massaggiarsi la testa pi di una volta, anche se cercava di nasconderlo. Si vedeva che gli faceva molto male.
Non  cos strano. Altri sintomi?
Non lo so, sono stato poco con lui. Ma ho parlato con altre persone. Eumene mi ha detto che lo ha visto addormentarsi a met di una riunione di generali e sospetta pure che a volte perda la vista.
Lo hai guardato da vicino?
S.
Hai notato qualcosa di strano nei suoi occhi?
Mentre stava con me non mi  parso che rimanesse cieco. Ma, adesso che me lo dici, ho avuto l'impressione che si notasse pi del solito che ha gli occhi di colori diversi.
Nestore annu. Ci che tutti interpretavano come differenza di colore tra le iridi di Alessandro, verde e azzurro, si doveva al fatto che avesse una pupilla leggermente pi grande dell'altra. Da quanto risultava a Nestore, gli occhi del re erano sempre stati cos. Ma se una delle pupille si era ingrandita ancora di pi, ci avrebbe accentuato la differenza di colore.
Anche a Lila si era dilatata una pupilla, e quel sintomo era sparito con l'operazione. Ma Nestore sospett che il male di Alessandro fosse pi profondo, nei meandri del cervello che non avrebbe osato stuzzicare. Era una brutta faccenda.
Credi che sia grave?, domand Cratero.
Ancora non lo so. Suppongo di no, ment Nestore.
Il nostro anfitrione ti aspetta. Vai con lui.
Dall'alcova di Aristotele si continuavano a sentire le voci e la musica della festa, anche se non si distingueva pi di qualche parola detta qua e l. Il filosofo, sdraiato sui cuscini, aveva accanto a s un piatto con frutta e verdura, e anche un po' di formaggio. Quando rimasero soli, Nestore si sedette vicino al letto e gli domand:
Non ti ho visto mangiare carne in tutti questi giorni. Perch? All'improvviso sei diventato pitagorico?
Che cosa si offre in sacrificio ai defunti?
Sangue, rispose Nestore senza capire.
Esatto. Cos hanno stabilito gli di, affinch questo fluido nero e viscoso ottenebri e oscuri l'anima dei defunti che cos non possono ascendere a uno stadio divino che li uguagli agli immortali. La carne  ricca di sangue e proprio per questo motivo annebbia la mente e provoca sopore.
Soprattutto se accompagnata da un buon vino.
Invece, continu Aristotele, senza badare alla battuta, se si mangiano solo vegetali, il corpo si fa pi leggero e la mente meno torpida.
Hai praticato il vegetarianismo per tutta la vita?.
Aristotele scoppi in una risata roca.
In passato mi piaceva molto la carne, ma adesso mi provoca disgusto. Sto morendo, Nestore. Il momento si avvicina e voglio che il mio spirito sia pulito come un cristallo e leggero come una piuma.
Allora, visto che vuoi essere pulito, lascia che ti controlli la schiena.
Dal momento che l'empiema era sparito, due giorni prima Nestore aveva tolto il drenaggio e cucito la ferita. Abbass la tunica e vide che i punti non si erano infettati.
Stanotte  venuto qualcuno a trovarmi in sogno, disse Aristo-
tele.
Ero di nuovo io?
No. Stavolta era il mio maestro Platone. Sai una cosa? Non ho mai voluto credere che i sogni anticipassero il futuro. Ho sempre pensato che l'unica precognizione che si potesse ricavare da essi fosse la conoscenza dello stato di salute di chi sogna, perch i sintomi che non si avvertono durante la veglia penetrano nella coscienza quando si rilassa durante la notte.
 un punto di vista, disse Nestore scettico, poi gli ritir su la tunica. In un certo senso il filosofo stava meglio di dodici giorni prima, quando gli fece la puntura nella membrana pleurica, perch respirava meglio e sentiva meno dolori. Ma era dimagrito ancora, e quando Nestore lo fece sistemare sui cuscini ebbe l'impressione di avere tra le mani un sacchetto di ossa che si mantenevano unite solo grazie alla pelle che le conteneva.
Era un punto di vista, lo corresse Aristotele. Ho cambiato idea. Tu cosa credi che siano le visioni dei sogni, Nestore?.
Il dottore vers il vino da un riscaldatore di rame e lo pass ad Aristotele. Poi si riemp un calice per s e ne bevve un sorso. Con quella temperatura, non riusc a capirne la provenienza.
Simboli distorti del mondo reale, rispose. Per questo la gente che vuole sapere cosa significano si rivolge agli interpreti dei sogni.
E se i sogni fossero autentiche visioni, ma non di questo mondo?
Quanti altri mondi ci sono?, domand Nestore. Pensandoci sent qualcosa di strano, come se un parassita minuscolo lo pungesse dentro la testa, in un luogo recondito del cervello dove non poteva grattarsi. Quanti altri mondi ci sono?, si ripet.
Forse infiniti, come affermava Leucippo. Durante il sonno, l'anima pu separarsi dal corpo e visitarli.
Le parole del filosofo stagirita lo sorpresero, perch non erano le idee che si potevano trovare nelle sue opere. A quanto pareva, anche se si era sempre dimostrato pi attaccato alla realt materiale del maestro Platone, la prossimit alla morte lo stava trasformando in un mistico.
La psiche, continu Aristotele,  capace di esercitare la sua massima potenzialit quando il corpo  addormentato o, come il mio, sul punto di morire. Ma ci sono uomini capaci di morire senza morire e di sognare senza essere addormentati.
Morire senza morire. Quella frase gli provoc di nuovo quel prurito interno e, per qualche ragione, gli fece pensare alla sua apparizione a Delfi.
Questi uomini non perdono il controllo della loro anima come succede in sogno o nella morte, quando Hermes porta gli spiriti dei defunti, che vogliano o meno, alla loro destinazione. No, gli uomini di cui parlo sono capaci di viaggiare, a loro piacimento, liberi da vincoli di spazio e tempo.
A quali uomini ti riferisci?
A Epimenide il cretese, per esempio. Si dice che quando era piccolo il padre lo mand a cercare una pecora in una caverna. Quando ci entr, si addorment, e il suo letargo dur cinquantasette anni. Quando si risvegli, i genitori erano morti e il fratello minore era vecchio.
Si vede che era una caverna incantata.
Alcuni dicono che fosse la grotta in cui era nato Zeus. Il fatto  che Epimenide viaggi per altri mondi in quei cinquantasette anni e cos acquis la saggezza di molte vite. Di certo, nemmeno lui mangiava carne, solo vegetali con cui si preparava un brodo che beveva da dentro lo zoccolo di un bue.
Nestore pens allo zoccolo d'asino che presumibilmente era servito per trasportare a Babilonia il veleno preparato da Aristotele per uccidere Alessandro. Ma non disse niente.
Quando mor e venne seppellito, continu il saggio, scoprirono che aveva tutta la pelle tatuata. Secondo alcuni, significa che era uno schiavo. Io credo piuttosto che era tatuato perch aveva avuto rapporti con traci e sciti, o addirittura perch lui stesso era scita. Perch so che a nord del Ponto e del mare Ircanio vivono popoli in cui certi uomini, che si tatuano il corpo, si esercitano in pratiche ascetiche lunghe e severe. In questo modo fanno s che il corpo non abbia potere sull'anima e possono sciogliere a loro piacimento le catene che tengono legato lo spirito.
Sciamani, disse Nestore.
Che cos'hai detto?
Non lo so. Mi  venuta in mente questa parola. Credo che gli sciamani siano questi uomini ai quali ti riferisci.
Mi piace la parola. Forse tu stesso sei uno sciamano, non credi? Dai capelli e dagli occhi,  evidente che vieni dal Nord, magari da Tule o addirittura dall'Iperborea, disse Aristotele. Qualche giorno prima, Nestore gli aveva parlato della sua amnesia e gli aveva confessato che non sapeva da dove veniva.
Non ho tatuaggi.
Non  importante. Non risulta che Pitagora avesse tatuaggi, e tuttavia era capace di ricordare varie vite e di viaggiare con lo spirito in due luoghi diversi contemporaneamente. E non li aveva nemmeno il mio maestro Platone.
Al nome di Platone, Aristotele abbass la voce, e Nestore si rese conto che era l che voleva tornare di nuovo dopo tanti giri.
Credo che tu sia veloce a scrivere.
Abbastanza.
I miei occhi non mi permettono di annotare le mie parole. Lo fai tu per me?. Aristotele gli indic uno scaffale. L c'era un piattino di legno con l'occorrente per scrivere: calami, calamai di rame, un polverino e un rotolo di papiro.
Un testamento? Aristotele era pi lucido di altri giorni e il suo respiro non era pi affaticato. Nestore si chiese se non fosse il miglioramento prima della morte.
Sar un onore, disse, sistemando il papiro e bagnando il calamo nell'inchiostro. Puoi cominciare.
Ti ho gi detto che ho sognato il mio maestro Platone?
S.
Mi  apparso proprio qui, dove stai tu, solo che stava in piedi. Era uguale a quando l'ho conosciuto, un uomo alto quasi quanto te e con le spalle di un pancraziaste. Ah, e riuscivo a vederlo benissimo come un tempo, e non come ora che  tutto avvolto nella nebbia! Mi disse di non dimenticare le sue parole e che avrei dovuto comunicarle ad Alessandro. Allora scrivile.
Sono pronto.
Mi ha detto: In questo modo venne conservato e non si perse il mito di Er. E salver anche voi se rispettate i suoi insegnamenti, affinch possiate attraversare al meglio il fiume della distruzione e dell'oblio. Raccontalo, Aristotele. Raccontalo e salva tutti.
Nestore scrisse quelle parole.
Basta?  tutto quello che devi annotare?
Oh, no! Il maestro mi ha detto solo questo ed  scomparso tra le ombre. Ma lui sapeva che lo avrei capito. Ora ti detter il mito di Er.
Non  gi scritto alla fine della Repubblica?
S e no. L'hai letta?
Non tutta, ammise Nestore. La dialettica mi stava stancando. Ma ho letto i miti che c'erano. Quello di Er mi ha colpito.
Adesso sentirai la verit di questo mito. Scrivi. Per tutta la vita ho lottato per imporre la ragione sulle passioni, perch ho sempre avuto paura della pazzia....
...
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...
FINE Parte 2.